Esagerata

“Annari’, pigghia puru n’aranciata!”: è con l’aranciata che nell’albero genealogico della mia famiglia si identifica la serata in cui ti fai una coccola. Non la CocaCola (piace a me, ma non a mamma e a nonna), non il vino (piace molto più a me di quanto piaccia a mamma e a nonna), non la birra (vedi CocaCola). L’aranciata. E che sia possibilmente San Pellegrino, ché la Fanta è più dolce, forse troppo. Fanta is for girls, San Pellegrino is for women. Che poi la San Pellegrino è l’aranciata “esagerata”, come da musica dello spot, quell’esagerata di Neil Sedeka (bellissimo pezzo).
Funziona così da che abbia memoria per le serate in cui, a Cellino San Marco, ordiniamo le pucce da asporto, quelle ripiene, non quelle con le olive. Quelle che arrivano nell’incarto dell’alimentari e sono piene zeppe di quello che vuoi tu, di solito salame e una bella giardiniera, e se c’è del piccante, meglio. Ci sono due cose che non mancano giù quando andiamo a trovare nonna: gli ultimi ritrovati della cronaca rosa in edicola, e l’aranciata.

È la bevanda che fa subito “sgarro alla regola”, è quella che mia nonna riesce a bere a una temperatura che non restituisca forma solida al liquido (come succede con le sue bottiglie d’acqua).
È quella che abbiamo bevuto io e mamma sedute per terra, insieme a un po’ di schiacciata e mortadella, il giorno in cui si aspettava che arrivassero i mobili a Firenze e il salotto di casa sembrava enorme, esagerato. Sedute sul marmo, io piccola, col sacchetto dell’alimentari lì accanto, che pareva un pic nic di una gita, e invece era un trasloco.

L’altra sera ho ordinato una pizza. Succede, non è una novità. Stavolta però ho ordinato un’aranciata. È arrivata quella giusta.

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