È che ero dentro

fuoco
Le urla forti, per strada. Sono le sei del mattino, dannazione, è sabato. Cosa cazzo urlano i ragazzi della scuola, che è pure chiusa. Continuassero a farsi le canne in pace. Mi affaccio, stordita di sonno, alzo la tapparella. La micetta zompa su e giù, ma si avvicina. Per strada non ci sono ragazzi, non c’è niente che gli possa rimproverare. Non ci sono, per strada, i ragazzi delle scuole che saranno già al mare. Quelli giù sono i miei vicini. Urlano, urlano che c’è un incendio, che devo scappare. Tutti spostano le macchine, se ne vanno. La signora del secondo piano, è in casa anche lei. In balcone con la badante. Lei urla, si vuole buttare. La signora non so se abbia contezza. Neanche io. Registro veloce le informazioni. Subito la micetta nel portantino, entra senza fare storie. Mi infilo le scarpe e corro alla porta.

Un fumo acido nel naso, non vedo la tromba delle scale, non vedo lo zerbino. Sono tutti giù e io no. Forse ho dormito troppo, forse ho tirato giù dal letto Miso due volte di troppo stanotte. Se solo mi fossi alzata prima, appena dopo il temporale di questa mattina. Forse. Chiudo la porta.

È che ero dentro.

Torno in camera. Non ricordo quando ho chiamato Matteo, che stava a Milano e lo so che razionalmente cosa cazzo avrebbe potuto fare lui da Milano. Non importa. Sto ansimando, ho il fiato corto. Ecco com’è, ecco come sono le gambe ingessate e la pancia stretta, l’aria che non ti sembra cazzo di aria. Torna Matte, prendi il primo cazzo di treno.

Non so dove sia il focolaio e perché non ci sia ancora nessuno a portarci via. Non posso scappare, ho quattro piani di scale per arrivare di sotto, e da dove arriva tutto quel fumo. Urlo alla finestra, mi dicono scappa, mi dicono. Vieni giù, o vai su. Non si respira, gli urlo, ragazzi non si respira, non posso, non riesco. Il lenzuolo del letto. Bagnato, subito sotto la porta d’ingresso. Matteo chiudo, devo chiamare i Vigili.

Sono Parlangeli, sono dentro, aiutatemi. Stiamo arrivando signora, stiamo arrivando. Quando. Perché sono tutto giù, cosa sta urlando quel turista dal piano di sopra, parla che sa di Est, cosa dice. Non sento le sirene. Quanto serve a un fuoco per arrivare qui dentro, dove sono io? E poi da dove. Subito sotto? Sotto di quanto, di quanti piani, di quale area della casa. Vedo il fumo, entro nel bagno grande e dalla finestra una colonna nera che si agita. Si agita come si agitano le colonne nere dei roghi, con le fiamme sotto. Svuoto tutti i cassetti degli asciugamani, li bagno, chiudo. La mia barriera ultima è la finestra degli schiamazzi che non erano schiamazzi. Finché non vedo fiamme, mi dico, io blindo. Salgo sul comodino, la porta della camera la tappo anche da sopra. Noi resteremo qui. I capelli, sì, mi bagno anche i capelli.

Ho fatto tutto, posso solo aspettare. Mi riaffaccio, ogni tanto alzo anche il portantino, povera Miso, dovrà respirare. Le bottiglie d’acqua per la notte, sul davanzale. Guardo i balconi, valuto le distanze, in caso di necessità.
Resto affacciata. È che ero dentro, ma la testa, almeno poteva stare fuori.
Sento le sirene. Non riescono ad accedere alla strada i Vigili, devono creare snodi per l’idrante dalla via principale alla nostra, che è chiusa.
Ma ci sono, li vedo. Vendo gonfiarsi l’idrante, arriva l’acqua. Non penseranno mai a me. Ci sono le priorità e le priorità sono il fuoco e gli anziani. È che ero dentro, e avrei voluto esser fuori.

Mi verranno a prendere, ma come faccio a capire quando. Come sanno che poi sono io la stessa della finestra, come scoprono qual è il mio interno e come faccio io a sapere quando mi stanno per prelevare, che sono chiusa qui, lontana dalla porta.

Sento suonare forte il campanello, mi precipito. Il Vigile è lì, dice di andare. Io non so dove sono le chiavi, gli dico, non lo so dove sono, non le trovo. Lui prende la gatta, io acciuffo la borsa. Almeno quella, dico, almeno i soldi e documenti. Mi sembra di correre veloce giù per le scale, con questo velo che è l’asciugamano fradicio. Mi urla il vigile, mi urla “daje corriiiii”. Le gambe sono queste, a me sembra di muoverle veloce, lo giuro.

Quando è acido questo fumo, fa schifo.
Siamo giù, respiro forte. Non mi interessa cosa sia successo, dove fosse, chi l’abbia appiccato e perché. Giro l’angolo, mi metto sul marciapiede. Miso, Miso, come stai. Lo so che vuoi uscire dal portantino, ma non si può, davvero. Alle 9 apre il pet shop, mancano solo due ore, dai, ti ci porto, ti compro un topino di pezza e una scatoletta.

La gente è bella. Emanuele, del secondo piano, sarà un bravo reporter, se vorrà. Chissà se già lo sa. La signora Rita che “Sei tutta bagnata, posso portarti dei vestiti asciutti?” e ho ora una polo di 3 taglie sopra a un pile grigio, che non le serve più, tieni tutto, ci mancherebbe. Il Vigile che “ma che ce fai lì a terra, fatte vede’ subito. Aaaa’ coso’, portame sta ragazza in ambulanza va’, daje na controllata”. E tutti loro, incredibili, con quelle mascherone, a gettarsi nel fuoco. Così, con la giaccona e la maschera. Nel fuoco. A farci sentire tutti piccoli quanto Miso, la micetta salvata dai pompieri, come nelle storie delle storie di provincia americana. Li vedi, sono uomini, come noi, indossano una maschera e con gli stivalacci vanno nel fuoco. Li ringrazio, appena ne passa uno davanti a me. “De che”, mi rispondono. Chissà se ho ringraziato quello che mi ha tirato fuori. Non me lo ricordo. Era in maglietta. Non aveva neanche la maschera. Ma sapeva che ero dentro.

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