Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti

Un’altra volta

 

ricci

Ciuffi arricciati, le tue molle. Ci salti sopra, e gli occhi seguono. Veloci-veloci. Vieni qui, dove vai. I colori sono tutti lì, sul copriletto. Non lo vedi che è una tavolozza? Prendili e impiastricciati le mani. Mischiali, giocaci: non ci sono regole. Suonami, ché anche io ho le corde. Sulle righe, su quelle scrivo io, lasciale a me.

Vieni-qui-io-me-ne-vado. Sto andando sento la testa che va e boh non lo so dove se ne va ma se ne va mi sto perdendo.

E tu corri, inseguila. No anzi fermati, stai qua. Tanto torna, dove vuoi che vada. Ha bisogno di una casa, che poi saresti tu. Se non erro. Falla uscire, falle prendere aria, insomma lasciala anche un po’ libera, checcazzo. Nessuno mai vuole stare costretto. Cioè qualcuno sì, ma son quelli che non stanno bene, lascia perdere.

Io? Vabeh io ora predico, lasciami predicare. Razzolare è una fatica. Ma mi ci impegno, sai. Giro vado faccio brigo ritorno e razzolo. Ah sì, razzolo una bellezza.

Il mio razzolare non è raffazzonato. Non qui, almeno.

Saltano le molle saltano gli occhi di qua e di là. Mi piace seguirli, così seguo te. No, non voglio inseguire, ma seguire. È differente. Pensaci, e mi capirai.

C’è tutta una roba là da seguire, e nessuno sa cos’è. Quello è il bello: se no, sai che noia infinita. Metti che qualcuno lo sapesse, cos’è e dov’è, che fa, che pensa, dove si fermerà, perché e per come (dimmi quando quando quando). Una noia mortalissima.

 

Non mi annoio in genere. Io sono una di quelle che si ferma, non che si annoia. Comunque questa è un’altra storia. C’è un tempo per tutto, ci sarà anche quello. Te lo vorrei raccontare, di quando mi fermo. Facciamo un’altra volta. Adesso non mi va.

Come quando mi hai fatto le fragole

“Ho le fragole in frigo!”  Che bello quando ti ricordi di avere una cosa che avevi dimenticato (quasi come quando trovi 5 euro, o meglio 20, in un borsellino dove non tieni i soldi, o in giubbotto, o in un paio di pantaloni).
Non avevo voglia di alzarmi, lo hai fatto tu.
Erano buonissime. Ci avevi messo quella crema di melograno che io, per dirti, non ci avrei mai pensato. E mi piaceva (la crema, tanto quanto il fatto che io non ci avrei mai pensato).
Non so come, ma si era pure sciolto lo zucchero di canna.

Always on: “Non è dipendenza”

 

Intervista al sociologo Davide Bennato, all’interno del reportage pubblicato il 21 luglio sul Fatto Quotidiano
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Inserire codice di sblocco. Controllare mail, controllare notifiche Facebook e meteo, prima di uscire; Gmaps o Waze, per verificare distanze e traffico. Bella la canzone in radio, chissà chi è, via con Shazam. Sarà qui vicino quel bar carino? Controllare Foursquare, o Tripadvisor: dieci minuti di ordinaria amministrazione, o dipendenza cronica da device mobile (leggi smartphone)? “Non si può parlare di dipendenza senza considerare un’altra domanda – risponde Davide Bennato, autore di “Sociologia dei media digitali” (Laterza) e docente all’Università di Catania – E cioè quali siano le ragioni del nostro legame con gli smartphone”. La valutazione non può prescindere da due parametri: “Il primo, è il modello culturale dell’accesso. Insieme a una serie di strumenti chiave, che vanno dal denaro alla carta di credito, fino alle chiavi di casa e quelle della macchina, i telefoni sono strumenti che ci permettono di accedere a qualcosa. In questo caso, alla nostra rete di contatti. Un aspetto caratteristico della telefonia mobile che è andato intensificandosi quando i cellulari hanno iniziato a fare molto altro (quasi tutto: ormai di “telefono” hanno poco e nulla), diventando così la controparte mobile della nostra identità digitale”. Il punto non è l’attaccamento al mezzo in sé, ma a cosa quel mezzo permette di fare. “Il secondo sistema che interviene è quello classico delle aspettative. Facciamo un passo indietro: quando si conosce una persona, si tendono a dare per scontate una serie di cose. Un esempio banale: do per scontato che sappia leggere e scrivere, o che abbia la patente. Traslato in ambito digitale, il sistema di aspettative fa dare per scontato che una persona sia “always on”, cioè sempre raggiungibile (e/o connessa)”. Un meccanismo che si individua facilmente nei corto circuiti, come ad esempio la ricezione di un messaggio su Whatsapp. Nel sistema di messaggistica istantaneo che ha soppiantato di gran lunga l’invio di sms (e mail), la grafica segnala quando il messaggio è arrivato a destinazione. Arrivato, non per forza letto. E anche qualora l’utente risultasse connesso, non è detto che sia impegnato nella lettura del messaggio in questione: potrebbe essere alle prese con un’altra conversazione. “A volerla dire in maniera meno luddista possibile, non siamo dipendenti dal mezzo, ma dai nostri amici. Se il telefono non ci facesse accedere alle nostre reti di contatti, varrebbe quanto un Tamagotchi, e anzi meno”.
Detto questo, è chiaro che atteggiamenti di overload esistano. “I sociologi hanno sempre difficoltà a parlare di dipendenze – continua Bennato, docente alla Lipari School on Computational Social Science – perché ogni nuovo media, o nuovo uso di esso, si porta dietro l’effetto “corruttore di nuove generazioni” e “generatore di patologie”, ma sono entrambe, in modo diverso, costruzioni ideologiche. Ci sono nevrosi che si rafforzano attraverso l’uso intensivo, ma queste attecchiscono su profili psicologici predisposti a sviluppare un certo tipo di reazioni. È come quella che viene definita road rage, cioè la tendenza a essere aggressivi alla guida. La domanda è: vale sempre?”.
Insomma, è come sostenere che i tradimenti siano incentivati dall’uso di Facebook: “Anche in quel caso, la questione è la possibilità di incontro nella quale si inserisce il social network. Ma il cambiamento lo noti sull’effetto di scala: si possono avviare più tentativi contemporaneamente”. La differenza, secondo Bennato, sta nell’“industrializzazione del sistema di rimorchio”. “Anche i selfie  -provoca – non sono interessanti di per sé: lo diventano quando cominciano ad essere milioni”.

E sull’industralizzazione del rimorchio, si ritorna facilmente al tema del successo delle app per incontri: “Hanno istituzionalizzato il sistema di incontri (istituzione intesa in senso sociologico come rapporto che serve a far fare qualcosa alla società, qualcosa che si concretizza dando forma a un’esigenza)”. Ognuno ha le sue ragioni per usarle, che vanno dalla maggiore agilità nel dietrofront relazionale, alla gestione di un diverso approccio, fino alla legge dei grandi numeri. In ogni caso, sono diventate vere e proprie infrastrutture: “Prendi Tinder, appunto (vedi articolo a lato, ndr). La geolocalizzazione li fa diventare dei veri e propri stabilimenti balneari, nei quali uno arriva e cerca relazioni, in base al grado di impegno che vuole investire. Flirt, ricerca del partner, etc: “Stabilimento balneare Tinder””.

App, il sesso senza la paura del “no”

Un reportage sul mondo delle app per incontri, uscito il 21 luglio sul Fatto Quotidiano, insieme a un’intervista al sociologo Davide Bennato. 

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Anche lui è un po’ in anticipo. Occhi scuri, pizzetto: è uguale alle foto che ha messo sul profilo Tinder, l’app di incontri. Si avvicina titubante, qualche secondo di imbarazzo. Ha poco tempo, dice, va di fretta, controlla il cellulare, ma poi resta due ore a chiacchierare, anche se il telefono squilla e continua a segnalare notifiche. È un giovane ingegnere, si esprime bene, ha il pensiero svelto. Sono più di due settimane che usa il servizio fornito da Tinder: l’applicazione, esclusivamente mobile, geolocalizza le persone vicine (di quanto, è chi la usa a deciderlo), e le segnala. Dopo di che, l’utente sfoglia i profili altrui, indicando un cuore (corrispondente allo “swipe” verso destra sullo schermo) se gli piace, o meno (in quel caso sceglierà la crocetta o lo swipe verso sinistra). Se anche l’altra persona, nel suo sfogliare, ha espresso un gradimento, il contatto è attivato. “It’s a match”, dice. Può anche non succedere niente, se nessuno dei due inizia a parlare. O può succedere tutto molto velocemente. E di “match”, questa app, ne faceva, a febbraio scorso, 10 milioni al giorno (a fronte di 750milioni di swipe, cioè il movimento “sì”, “no”). Viaggiava verso il bilione in totale, con il 57 per cento di utenti attivi che usava l’app ogni giorno, più volte.

 

In due settimane J.M., l’ingegnere, ha chattato con una ventina di ragazze. Ne ha incontrare cinque, e con due ha fatto sesso. Niente male come bilancio. Non usa altre app per incontri, anche se ce ne sono a bizzeffe. OkCupid, Tingle, Brenda e Dattch (per lesbiche), la storica Grindr (per gay), la nuova Happn (sostanzialmente identica a Tinder, ma francese), e una sfilza che neanche si contano.
Si stupisce delle domande sulla sicurezza, sui timori di incontrare sconosciuti, sulla modalità randomica di scelta. “Se stai su Tinder, è perché vuoi sesso, e se mi rispondi, è perché in teoria ti può andar bene farlo con me. Così elimini l’unica grande domanda che ti potresti fare in un locale, ovvero “Ti piaccio?””aveva risposto in chat.  Dal vivo, incalzato, continua il ragionamento: “Pensaci: la fortuna di tutte le app o servizi di successo, è che ti risparmiano molte domande. Si azzera la paura del rifiuto”.  Eppure, a prima vista, tutto si potrebbe pensare, meno che uno come lui possa temere un rifiuto. “Beh, ma credi che si possa approcciare qualcuna per strada senza vederla scappare? – replica – È il contesto a essere diverso: se tu sei in una cittadella universitaria e attacchi bottone, nessuno si stranisce. Se superi il cancello dell’ateneo, già le reazioni cambiano”.

 

Anche Dario, che va per i 40 e lavora nella comunicazione, sulla carta non avrebbe il minimo problema a intercettare l’interesse delle ragazze. Di argomenti ne ha quanti ne vuole: “Ero curioso. Mi sono trovato single, e ho deciso di gigioneggiare un po’”. E così anche lui ha incontrato, dopo una settimana di chiacchiere, cinque ragazze. Con un paio è andato fino in fondo. “Se avevano paura? Sì, una continuava a comunicare alle amiche i nostri spostamenti, anche se era pieno giorno, e camminavamo per il centro”. Fa un lavoro che lo espone, conosce persone nuove ogni giorno. E allora? “Perché un’app? In effetti non mi serve. Ma visto che c’ero, ci ho giocato un po’”.

 

 

 

Tinder, in tutto questa sfilza di “hey, come va”,  “di che zona sei”, “parliamo di musica”, e quantità di notifiche da perderci il sonno, sembra quasi un mondo a sé. La maggior parte degli utenti mette a disposizione più foto sul proprio profilo (in automatico prende quelle di Facebook, attraverso cui passa l’iscrizione): si vede il viso, spesso il fisico, e anzi, sembra che la selezione sia fatta con cura (specie per le fasce d’età giovani, abituate a usare i social network). E l’impressione del take it easy, è abbastanza chiara. Non è un caso. Luca Sartoni, Growth Explorer per Automattic / WordPress.com, spiega che sia Tinder che OkCupid, per ragioni diverse, sono considerati degli “standard” nel mondo delle applicazioni mobili. “Sono punti di riferimento per quanto riguarda l’usabilità (user experience, cioè l’esperienza utente) e la capacità di trattenere chi si è appena iscritto – spiega – Per quanto concerne Tinder, già il fatto che nasca solo come app, e quindi che lo studio e lo sviluppo si concentrino sull’esperienza mobile, è già indicativo”. E poi, racconta, è stata portata avanti una lunga campagna di promozione nei campus universitari americani, specialmente nelle confraternite femminili, per creare una massa critica di donne. “È importante anche la forte connotazione territoriale dell’app”. E questo lo confermano vari utenti: le differenze di approccio cambiano da città a città in Italia, e da Paese a Paese. “A Madrid ce l’hanno  tutti, Tinder – scrive Javier – Non è per forza detto che si usi per fare sesso. Anzi, io girando molto, lo utilizzo prevalentemente per prendere birre con qualcuno e conoscerlo. Poi, quel che viene, viene”.
Va meno per il sottile Luigi, professionista (di che settore, preferisce non dirlo), che per lavoro gira il mondo: “Io non ho tempo da perdere, e preferisco chiarire subito gli intenti. Se nelle chat chiedi subito “Facciamo sesso?”, scarti la metà degli interlocutori che non sono interessati. Persino un “no”, avvia una buona conversazione”. Luigi è il primo a seguire qualche dritta di buon senso, nonostante l’approccio one-night-stand, che è un po’ quello dell’app americana “Pure”, creata appositamente per fare sesso con gli sconosciuti (un’ora di tempo per parlare dal momento della geolocalizzazione, senza necessità di fornire nome o altro; basta la foto, e se nei sessanta minuti non si fissa l’appuntamento, il profilo scompare nel nulla). “Non incontro persone se non dopo averci parlato qualche volta – spiega – perché credo che la chat  non sia poi molto distante dalla realtà. Ad ogni modo, il primo incontro si fa in un luogo pubblico, e di giorno: chiunque deve essere libero di andare via quando crede”.

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Roberto, trentenne che lavora nel marketing, usa Grindr da molto tempo, e sfata il mito del nerdone che sta dietro al computer in cerca di millantate identità: “Credo che quello stereotipo sia ampiamente superato, e questo, ancora una volta, è merito di Facebook: in molti lo usano per “rimorchiare”, e ha sfatato un po’ di miti, portando le persone a una maggiore tranquillità nel parlare con gli sconosciuti. Le app sono solo un altro modo di conoscersi”.

E infatti, cambiano i mezzi, ma non la sostanza. Gli approcci possono sono vari.

Durante l’incontro con J.M. il tablet nella borsa scoppia di notifiche delle molte chat attive su OkCupid: a 10 minuti dall’iscrizione almeno 5, anche se le informazioni fornite (la app consente di approntare profili molto dettagliati, e per questo è considerata uno standard) sono pochissime. Eppure, uomini nelle vicinanze iniziano a scrivere subito, e sono piuttosto incalzanti: “Beh, se il tuo punto di forza è il sorriso, perché non me lo fai vedere, davanti a un gelato?”. Anche un altro paio lanciano subito l’idea dell’incontro, dopo appena due scambi di battute (inclusi il “ciao”, e il “che fai nella vita”). Altri chiacchierano amabilmente. Tingle ci mette un po’ a ingranare: la grafica è poco curata, e il meccanismo di funzionamento macchinoso. Ci sono i “punti karma”, e una serie di meccanismi poco chiari di avvio della chat. E infatti, dopo poco, Max scrive “non riesco a mandare altri messaggi, se vuoi, il mio cell è questo, per usare whastapp”. Poi realizza che forse il numero, l’altra persona, non glielo avrebbe dato. Prova con la mail.

 

 

 

 

 

Un giro. Tondo. Casca la giacca.

L’altro giorno sono entrata in un fiore, tutto colorato. Cosa vuoi che m’importi se non mi credi. Era una gerbera arancione, il mio fiore preferito. Credo.
Anzi, sì: è il mio fiore preferito. È simpatico e caldo. Mai superficiale. Forte, slanciato, senza foglie, coi petali fitti, spessi, corposi. Ti fa venir voglia di mangiarlo. Ci ho fatto un giro. C’era il sole, e poi non c’era più. Nuvole a sfare, buttate là a manciate. C’erano quelle brizzolate,  quelle bianche, quelle indecise, quelle che si vergognavano, in seconda fila. Un buon odore, di cose nuove.

Poi boh, a un certo punto mi son trovata che camminavo per strada, e non mi fregava niente di inciampare nella gonna, e uno mi è caduto davanti in bici, ma si è rialzato così veloce che non gli ho chiesto nulla anche perché forse era ubriaco e poi che faccio offro aiuto a uno che cade mentre piango dai, c’è da mettersi a ridere. E insomma camminavo con questi auricolari spenti nelle orecchie e ho sentito urlare qualcosa mi son girata e una ragazza stava gesticolando, ché mi era caduta la giacca. “Menomale che mi hai sentito con le cuffie”, mi sorride, “ah, sono spente”. Non sono inciampata nella gonna, ma mi è caduta la giacca.

 

Lo Stato Sociale: quanto è facile parlare alla pancia

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Due cose buone del nuovo disco de Lo Stato Sociale: l’ultima traccia, e la scelta di devolvere le royalties delle prime due settimane di vendita a Emergency.
Per il resto, “L’Italia Peggiore”, in uscita il 2 giugno, è un generatore automatico di sentimenti contrastanti. Una serie di editoriali cantati – parlati, soprattutto – che fanno appello alla polemica di pancia di grillina memoria che ruffianeggia fastidiosamente. “A chi non crede alle favole e ti fa sempre la morale”, “A chi non vota mai e ti dà sempre un voto” per citare stralci di “C’eravamo tanto sbagliati”. Non si può non essere d’accordo, non si può non tenere il tempo di questo electro pop ibridato, ma come dire: troppo facile. Per usare le parole di Francesco Farabegoli, sul blog Bastonate: “Una riga di testo che mi apre la testa, in mezzo a dieci che magari fan venir voglia di staccarla a qualcuno”. I cinque di Bologna replicano il modello del precedente “Turisti della democrazia”, ma lo stato – delle cose, stavolta – immutato. “Istant classic”, con Caterina Guzzanti, è un troppo facile biasimo alla prassi dell’autoscatto condiviso in rete. “Questo è un grande paese”, con Piotta, ha un ritornello pronto all’uso per i remix estitvi. “Linea 30”, onore al merito, racconta la Strage di Bologna attraverso lo sguardo di un autista del bus (il padre di chi canta). Quasi un documento storico. Ne avessero fatti di più.

(Il Fatto Quotidiano, 30/05/2014)

ph credit: Luca Reggiani

La factory romana dei Giovani Eroi

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Ci deve essere un’alchimia che sovverte le vecchie leggende sul mondo degli artisti squali, quelli che “ognun per sé e Dio per tutti”. Intorno alla Capitale – laddove l’intorno comprende anche Napoli – c’è un movimento di talenti che collaborano, e sono tutt’altro che ognun per sé. Per fortuna. Luca Carocci è un cantautore che ha pubblicato il suo disco “Giovani Eroi”, e nel suo booklet s’incontrano tanti nomi noti (a queste pagine, sicuramente).  Intanto, l’etichetta è FioriRari di Roberto Angelini. Al missaggio c’è Daniele “Mr. Coffee” Rossi (tra gli altri, con Fabi), anche fonico di ripresa e nella produzione con un altro nome che sta girando in tour con il suo bel disco, ovvero Claudio Domestico (Gnut). Tra le collaborazioni Fabio Rondanini (batteria), Francesco Forni (cantautore e chitarrista).
E si badi che il risultato non è “uff, sempre i soliti”, ma il ritrovare, nuovamente, talenti al servizio di voci nuove, come una factory che mette un marchio. “Giovani Eroi” non è un disco fatto in fretta e furia, ma anzi maturato nel corso di anni (la title track ha 17 anni, per dire). Un cantautorato delicato, di respiro decisamente de gregoriano. Intuizioni altre ci sono, e sono da coltivare (vedi “Dimmi cosa vuoi da me”). Voce pacata, testi buoni.  Preferite: “Il lupo”, “Gocce”, “Senza l’amore” (interpretata con Margherita Vicario, anche lei della scuderia FioriRari).

(Il Fatto Quotidiano, 16/05/2014)

Io?Drama, tirati e cattivi il giusto

copertina

L’attitudine dei 400 live a zonzo dal 2004, si sente tutta. Sudore ed enfasi per “Non resta che perdersi”, il disco degli “Io?Drama”. La band milanese infila 12 tracce nella collanina del rock alternativo che se la intende con l’elettronica. Quello di Fabrizio Pollio (voce, chitarra, basso), Vito Gatto (violino, elettronica), Mamo (batteria); Giuseppe Magnelli (chitarra) è un disco ben suonato, incattivito quanto accattivante (a partire da cover e booklet). Per chi ama il genere potrebbe non estremamente innovativo, ma il disco è valido (anzi, entra nelle grazie di chi non è un habitué, un indubbio pregio). La voce funziona meglio quando meno impostata. Ogni tanto strizza l’occhio ai Subsonica. Ode ai violini isterici e tiratissimi. Preferite: “Babele”, “Il sasso e lo stivale”, “Grooviera”.

(Il Fatto Quotidiano, 9/05/2014)

Mannarino, brani a rilascio lento

Alessandro Mannarino 2014_foto di Simone Cecchetti

I processi evolutivi richiedono sforzi individuali, da affinare continuamente nel confronto con l’altro. Costano fatica, e tempo. E tempo è, infatti, ciò che richiede il nuovo album di Alessandro Mannarino. “Al monte” (Leave/Universal), in uscita il 13 maggio, è un cammino che il cantautore romano ha fatto da solo, e ora chiede di esercitare con chi ascolta.  Come ogni relazione ben fatta, la fretta va lasciata da parte. Perché Mannarino si allontana dai “Bar della Rabbia” (titolo del suo disco d’esordio) pieni di intenti ad alto tasso alcolico,  di pancia e livore viscerale (anche un po’ generazionale) e diventa più riflessivo.
Un percorso chiaro, che parte dalle osterie, poi passa per le strade delle città (“Supersantos”), e se ne va, fuori. Dal Grande Raccordo Anulare, se vogliamo restare a Roma, ma dalla dimensione urbana tutta, per restare sulla metafora territoriale. C’è aria rarefatta, di quella che costa fiato, in tutti i sensi. Per raggiungerla, e poi per respirarla.

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La sfida, lanciata a se stesso e soprattutto al suo pubblico, è quella di riuscire a staccarsi dall’atmosfera danzereccia e liberatoria che l’ha fatto conoscere (“Me so ‘mbriacato”, per capirsi), per abbracciare una dimensione in cui è rimasto poco da festeggiare. Nessun dramma, per carità, ma una maggiore consapevolezza del proprio cammino – nessun artista dovrebbe restare imbrigliato in se stesso – e di quello che lo circonda. Son tempi in cui non ci si può più permettere di prenderla a bere.
Nove tracce, tanto esercitare il dono della sintesi e assestare bene i colpi. Se all’inizio qualcosa lascia sospesi, riascoltare. Sono brani a rilascio lento. Proprio perché il ritmo che acchiappa il ventre sta sotto, questa volta, a un controllo studiato della composizione. La voce è quella, Mannarino non è diventato altro: propone altro. Uno scarto che lo porta a fare anche un’altra scelta stilistica: il romanesco, sua cifra distintiva (che spesso lo ha anche fatto rimanere sul gozzo a qualcuno), è riservato a parentesi brevissime, quasi impercettibili. Una di queste è messa in bocca al nonno, nel singolo “Gli animali” (già uscito): “Bisogna sape’ distingue’ la luce delle stelle, da quella delle lampare”, dice. (altro…)

The Reggae Circus, dal live al disco

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Avvertenze: se non piace il reggae, lasciare perdere seduta stante. “The Reggae Circus” è uno di quei dischi che nasce perché esiste un progetto live già ampiamente conosciuto e condotto in giro per l’Italia, da anni. Così tanto suonato, che a quel punto non fare un album pare proprio brutto. Adriano Bono, ex voce dei Radici nel Cemento, ha deciso di fotografare in dodici tracce la vita di questo show itinerante che porta sul palco con successo dal 2009. Un mix di reggae e spettacolo circense, con tutti i crismi del caso. Quindi via con “Il clown”, “L’Illusionista”, “Il Trapezista”, leoni, un pizzico di burlesque e fenomeni di varia foggia e specie. La questione è che certe messe in scena andrebbero viste in scena, per l’appunto.  La versione discografica perde, anche se in stagione di ponti, calura e vacanze all’orizzonte, un disco del genere fa da sottofondo senza problemi. Traccia migliore: “The Lions”.

 (Il Fatto Quotidiano, 25/04/2014)

Commento aggiunto (e aggiuntivo): Ho avuto modo di vedere Bono in formazione ridotta sul palco di Emergency, per la festa dei vent’anni dell’associazione a Roma. Abile intrattenitore, gioioso e creativo.