Metti l’Autan ché se no, le zanzare, ti mangiano

firenze

Ero in bagno a truccarmi. Nessun nesso logico, nessuna musica a evocare, niente di niente. I ricordi fanno come gli pare.

Succedeva quando ero piccola, e arrivava il bel tempo. Succedeva che ci si guardasse tra tutti – noi tre – e, come a spifferare in gran segreto, qualcuno dicesse: “Ceniamo in balcone?”. Forse è sempre stata mia madre, forse io, forse mio padre quando tornava dal lavoro. Che lusso, non ricordarlo. Quel balcone, che ora pesa il peso di tante piante (quasi una serra), diventava un terrazzo. Ma era un balcone, solo un balcone. Cambiava forma, mica perché ero piccola io. Mamma tirava fuori quella valigetta anni Ottanta che si apriva e diventava un tavolino (come mai ce l’avevamo? Mai fatto un campeggio) e lo apparecchiava benissimo, e ci stava tutto. Pure lui diventava più grande, pure che si stava stretti, ma che importa. Le sedie incastrate al millimetro (oh, era un balcone). Occhio a dove metti le posate, giusto il posto per i piatti: era grandissimo.

C’era il blu colato addosso alla luce del tramonto, quelli rosa che accidenti, è vero che la luce del Sud, ma pure quella, su Firenze, quelle sere lì, non scherzava. Mettiti l’Autan, ché le zanzare, se no, ti mangiano. Non era la cena, era quell’emozione nell’attesa che qualcuno decidesse che sì, si mangiava in terrazza. Con le candele di citronella, ché le zanzare, se no, ti mangiano.

dilepicci

Penna e calamaio, pensieri