Non sono convinta

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Oggi su Facebook è stato tutto un fiorire di foto di padri con figli e status dedicati ai più o meno ignari genitori del pianeta. Pensavo fosse un’impressione mia, e invece ho riscontrato la stessa osservazione da più parti. Può essere più o meno strano, si può essere più o meno d’accordo col gesto: l’utilità sta negli occhi di chi legge e la qualità in quelli di chi scrive, direi sintetizzando.
Fatto sta che mentre l’occhio correva veloce sul News Feed, a me è venuta in mente questa foto qua, tanto da andare a controllare se l’avessi a disposizione da qualche parte nel pc. Di tutte quelle che ho – di certi periodi molte e di alcuni, non a caso, troppo poche – mi è venuta in mente proprio questa. Credo sia perché trascende un po’ la ricorrenza  – ciao babbo, sì, sono quella che ti ha fatto gli auguri ieri, ché io ricordo i giorni e poco i Santi – e va un po’ su un’altra questione, che per ogni figlio ha un significato personale e intimo. Quella questione che specie con il genitore di sesso opposto si fa sempre un po’ più urgente, e che cerca nelle espressioni, magari quelle immortalate in un’immagine, un filo che conduca a qualcos’altro: un atteggiamento, una modalità relazionale, un’aspirazione.

Di questa foto mi sono sempre piaciute le espressioni. Mio padre che cerca di dirmi qualcosa, ma è sua la posizione di attesa, mentre io sembro voler esprimere un “Mhm no. Non ti credo, non mi hai convinto”. E mi fa sorridere quella faccetta là, che credo di avere anche oggi, alla fine dei conti. Era un’espressione prima del resto, di tutto il resto, di tutto quello che forse qualche dubbio sarebbe venuto a chiunque, diciamo.

E quindi oggi ci ripensavo, mentre sui social andavano in onda le celebrazioni di padri – in vero,  anche di molte madri – e  le domande di chi non aveva proprio niente da celebrare.
Io non sono fatta per quel genere di esternazioni. Esterno tanto (troppo, talvolta), ma sugli slanci del cuore preferisco rivolgermi a chi di dovere (magari due giorni di seguito), ed eventualmente affrontare la questione sotto altri profili.
Pensavo piuttosto alle espressioni di quando siamo piccoli, a come possano cambiare, o restare le stesse: davanti ai genitori, perché no, o davanti alle persone che si incontrano.
E al perché la stessa faccia può avere lo stesso segno, ma per una ragione diversa. Pensavo alla fiducia, quella che per chissà per quale scenetta  – ero un soldatino da piccola, quindi come minimo sarà stato un momento di gioco – facevo finta di rifiutare a babbo, e oggi magari la rifiuto ad altri. O forse ancora faccio finta.

È che c’è pure poco da credere, alle volte, e da convincersi. La convinzione non basta ottenerla, tocca mantenerla. Quella se ne va, sguscia via, è un attimo. È come prendere la sabbia in mano e poi tentare di tenerla nel pugno in mare: e mica ci resta così, per sforzo muscolare.  Tocca fare qualcosa in più di due moine, tocca ragionarci. Anzi, tocca non ragionarci, che forse è meglio. Deve funzionare che resta un gioco, e più dura e meglio è. Deve funzionare che uno ti adora, e io faccio finta di non bermela, e poi ti giri un secondo e sono io che adoro te. Ma serve saperlo entrambi, sempre, anche se a un certo punto mentre cerchi di riprendere la famosa sabbia, ti si appiccica una medusa e ti distrai (comprensibile, dai).
E invece sai quante persone ci sono che sono ferme in un attimo, ma solo in quello. Non restano ad ascoltare mentre fai le faccette. Si girano.
Sorridono male, non ridono mai a lacrime, cercando di convincere te per capire chi sono loro. E così non funziona. Non sanno parlare di loro, o sanno parlare solo di loro (quindi, parimenti, non sanno parlare di loro).

Sì, direi che ancora la faccio, quella faccia lì. Ma so anche fare finta.

 

 

Mentre vivo