Calcutta, nato pronto per il Mainstream

[Fresca fresca di live al Monk Club di Roma, dove ho visto cantare tutto il locale a squarciagola, ne approfitto per pubblicare l’intervista uscita un messetto fa sul Fatto Quotidiano.]

Calcutta

“Dai, quel brano è paraculo. E se scorri le tracce del disco, puoi fare la conta: questa è paracula, questa no, questa sì, questa no”. “Dici, eh? Mi hanno detto che la 6, ‘Frosinone’, lo è”. Che meraviglia. Un indipendente a cui si può dire tranquillamente in faccia quanto il suo pezzo sia pronto per finire nelle orecchie della ‘massa’. E a lui, mentre se ne parla, non viene nemmeno una crisi d’ansia. Non una palpebra che sbatte nervosa, non uno sguardo torvo, niente. Non ci si crede, in questo mare di cantautori che fanno la gara a chi vuol sembrare più disagiato, più basso profilo, più margine.
Calcutta, al secolo Edoardo D’Erme, non si fa problemi: lo sa benissimo, cosa è riuscito a fare. Ha confezionato un album pronto a strizzare l’occhio a chi i cantautori giovani non se li fila, tanto quanto a chiunque abbia orecchio per capire che lui è uno che sa scrivere, e bene.
Certo, non si aspettava che il singolo di lancio realizzasse la profezia del titolo dell’album, “Mainstream”, che deve ancora uscire (30 novembre per Bomba Dischi/Pot Pot Records). E invece la sua “Cosa mi manchi a fare” gira sulle radio nazionali e piace a tutti. Ballata dagli insospettabili, citata dai critici.
Il video, girato dal buon Francesco Lettieri, pubblicato meno di due mesi fa, conta già più di 87mila visualizzazioni su YouTube (update: al 21 dice oltre 231mila). La gente vuole conoscere non solo Calcutta, ma pure il protagonista della clip Alim, il solido bimbo con gli occhiali, geniale interprete delle parole della canzone – il cantante non compare, è il ragazzo a prestargli magistralmente mimica e mossette , che passeggia con dignitosissima disperazione d’amore per le vie di Prenestino, Torpignattara, Pigneto.
Le stesse strade nelle quali Edoardo si è consumato le suole, perché anche se può sembrare, mica è uscito dal nulla. Nel giro dei locali/associazioni culturali romane che danno spazio agli emergenti, Calcutta lo conoscono tutti. Ed è qui che si sente a casa. E poi ha girato; gira un sacco. Anche per il disco: un po’ da Niccolò Contessa (I cani), un po’ da Marta Venturini. Un po’ Roma, un po’ Bologna.
Si perde, gli piace. È importante, dice. Fisicamente e metaforicamente. Mentre cammina, mentre scrive: “È abbandonandosi che escono fuori le cose. La forza di un brano sta nello spazio tra le due parole sul foglio. Il messaggio è relativo”. Ma non tanto come filosofia del fate ‘mpo’ come ve pare, quando come possibilità “di accettare che tra quello che vuoi e quello che poi esce, ci sia una differenza, ma che quella differenza abbia pari dignità del pensiero originale”. Un po’ un seguire la corrente, senza farsi ingoiare dal menefreghismo (o, per restare in zona, dal più calzante “sti cazzi”).
È in quella differenza che si gioca tutto Calcutta, anche davanti al pubblico. Il giovane cantautore che si è tenuto il nome della prima band garage è quello a cui, vendendo vecchi video live si consiglierebbe uno stylist, e al tempo stesso quello capace di sfornare una delle canzoni più radiofoniche degli ultimi tempi, che sfonda e piace a tutti, senza distinzioni. È quello di Latina, che ha abitato alla Maranella, con l’odore di curry h24, il baretto sotto casa, qualche manifestazione, il locale all’angolo con lo spritz a 2,50 euro, che poi ti dice: “No, a me chiasso e disagio non piacciono, a me piace vivere bene”.
Evviva. Per lui, vivere bene, significa “prendere un autobus e non sentire la tensione raziale, significa stare in un posto dove gli abitanti non guardano gli stranieri dicendo ‘questi hanno rotto il c***o’”. In questo, gli sembra più tranquilla Latina che Roma, anche se, davanti al baretto che fa angolo nel cuore di Torpigna (dove, chiaramente, lo conoscono), dice che l’atmosfera, rispetto a qualche anno fa, gli sembra migliorata.
Calcutta è quello che ti dice che gli piace che ogni posto – nel suo disco, ironicamente o meno, c’è molta Italia – abbia le sue caratteristiche e poi “ma forse è solo nella mia testa”. Nella sua testa, e nei suoi brani, c’è anche che “Milano è un ospedale”. Ma “per carità, nessun giudizio”. Anche perché altrimenti valla a spiegare “Limonata”, uno dei brani più potenti del disco, che mena duro su “Taranta, Celestini e Bmw” e grida “non m’importa niente di tuo padre, ascolta De Gregori”.

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