Pasticci d’inchiostro e BigBabol

inchiostro

Prendo il telefono dalla tasca. C’è dell’inchiostro nero sulla cover. Sto guidando, non ci faccio troppo caso. Aspetta: prima avevo un frego sulla mano, di inchiostro nero. Ma cenavo, ero presa dai discorsi, dagli sguardi di traverso, dalla stanchezza. Porcamiserialapennaintasca. Tiro fuori tutto, ed è tutto nero: biglietti, gli auricolari bianchi Apple (non sono più bianchi), gli scontrini. Belle le tasche grandi che ci metti tutto, eh. Se fossi una che poi si ricorda checcosa ci mette. Continuo a guidare, cercando di staccare la giacca dalla coscia, sia mai che mi macchi pure il vestito. La fodera del giaccone sarà tutta un inchiostro nero, ma tono su tono, chissenefrega (e poi sta dentro, chi ci guarda? IO no). No dai, mica mi fermo per vedere che cavolo è successo, tanto lo so. E voglio solo tornare a casa. È successo che una delle mie penne – una di quelle mie preferite che mi giro i Buffetti per trovare e quando le trovo, via di manciate acquistate di penne uguali (tanto le perdo) – si è aperta in tasca. Quelle penne mi piacciono perché hanno l’inchiostro quello liquidinomorbidoso che la penna scorre una bellezza. Ho anche una calligrafia peggiore, da quando ho iniziato a usarle, perché scorrono così veloci che le assecondi e il polso va, e tanto poi lo capirò, no, quello che scrivo io? Non è detto. Insomma, succede questa cosa. E mentre guidavo e cambiavo canzone e cercavo di accertarmi che almeno il telefono non restasse macchiato, mi sono accorta che avevo due dita della mano nere-nere. Mi piaceva un sacco. Mi piace avere le mani impiastricciate di qualche sostanza – direi principalmente inchiostri e vernici, posso arrivare al grasso della macchina, ma non oltre – che dia l’idea che, appunto, sia successo un pastrocchio. O che io abbia lavorato a qualcosa di impiastricciosamente forte. Mi fa sentire una bimba, o una gigante. Come quando dipingi le statuette di Das perché hai avuto un’idea, e le mani si sporcano di acrilici tanto da sembrare ricoperte di argilla. Il colore che poi si indurisce sulla pelle e cade a pezzetti. O quando dipingi casa di un amico e hai la vernice non ti sto a dire fin dove, e ti piace sentirtela addosso, perché sono i segni – sulle braccia, nei capelli – di un’impresa soddisfacente. Fai anche quel sorrisetto compiaciuto quando sotto la doccia  trovi un’altra traccia addosso che pensavi di aver rimosso il giorno prima. Quando lavi i pennelli dopo che hai fatto un quadretto e lo hai fatto perché con quella scritta, in giro, mica lo trovavi. Oppure le dita sporche di grasso, quando hai passato le ore tentando di aprire lo sportellino della benzina che automatico sì, ma automatico anche quando si incastra e perlamiseria rimane chiuso finché non te le graffi pure, le mani, infilate in non si sa bene quale pertugio della carrozzeria, da dentro il bagagliaio. Sono i segni sulle mani delle piccole gesta gloriose. L’inchiostro, che ti ricorda i fogli fitti di appunti lasciati troppo poco asciugare. Gli acrilici dell’impreciso tratto sulle statuette seccate. Il grasso, che sembra tu sappia aggiustare qualcosa di un’auto (sogno perverso, me ne rendo conto). Ho pensato tante cose d’inchiostro nero. Come una bimba, e come una bimba che si sente un gigante. Sulle altalene anche col vestito buono, sempre un po’ scomposta anche quando tirata a lucido. Mi sono mangiata una BigBabol panna e fragola, stasera, e poi ho messo una cannuccia nella lattina di Coca. E l’ho bevuta. IMG_6435   (photocredit altalena: MamoCapo)

Mentre vivo