Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti

Un giro. Tondo. Casca la giacca.

L’altro giorno sono entrata in un fiore, tutto colorato. Cosa vuoi che m’importi se non mi credi. Era una gerbera arancione, il mio fiore preferito. Credo.
Anzi, sì: è il mio fiore preferito. È simpatico e caldo. Mai superficiale. Forte, slanciato, senza foglie, coi petali fitti, spessi, corposi. Ti fa venir voglia di mangiarlo. Ci ho fatto un giro. C’era il sole, e poi non c’era più. Nuvole a sfare, buttate là a manciate. C’erano quelle brizzolate,  quelle bianche, quelle indecise, quelle che si vergognavano, in seconda fila. Un buon odore, di cose nuove.

Poi boh, a un certo punto mi son trovata che camminavo per strada, e non mi fregava niente di inciampare nella gonna, e uno mi è caduto davanti in bici, ma si è rialzato così veloce che non gli ho chiesto nulla anche perché forse era ubriaco e poi che faccio offro aiuto a uno che cade mentre piango dai, c’è da mettersi a ridere. E insomma camminavo con questi auricolari spenti nelle orecchie e ho sentito urlare qualcosa mi son girata e una ragazza stava gesticolando, ché mi era caduta la giacca. “Menomale che mi hai sentito con le cuffie”, mi sorride, “ah, sono spente”. Non sono inciampata nella gonna, ma mi è caduta la giacca.

 

Lo Stato Sociale: quanto è facile parlare alla pancia

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Due cose buone del nuovo disco de Lo Stato Sociale: l’ultima traccia, e la scelta di devolvere le royalties delle prime due settimane di vendita a Emergency.
Per il resto, “L’Italia Peggiore”, in uscita il 2 giugno, è un generatore automatico di sentimenti contrastanti. Una serie di editoriali cantati – parlati, soprattutto – che fanno appello alla polemica di pancia di grillina memoria che ruffianeggia fastidiosamente. “A chi non crede alle favole e ti fa sempre la morale”, “A chi non vota mai e ti dà sempre un voto” per citare stralci di “C’eravamo tanto sbagliati”. Non si può non essere d’accordo, non si può non tenere il tempo di questo electro pop ibridato, ma come dire: troppo facile. Per usare le parole di Francesco Farabegoli, sul blog Bastonate: “Una riga di testo che mi apre la testa, in mezzo a dieci che magari fan venir voglia di staccarla a qualcuno”. I cinque di Bologna replicano il modello del precedente “Turisti della democrazia”, ma lo stato – delle cose, stavolta – immutato. “Istant classic”, con Caterina Guzzanti, è un troppo facile biasimo alla prassi dell’autoscatto condiviso in rete. “Questo è un grande paese”, con Piotta, ha un ritornello pronto all’uso per i remix estitvi. “Linea 30”, onore al merito, racconta la Strage di Bologna attraverso lo sguardo di un autista del bus (il padre di chi canta). Quasi un documento storico. Ne avessero fatti di più.

(Il Fatto Quotidiano, 30/05/2014)

ph credit: Luca Reggiani

La factory romana dei Giovani Eroi

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Ci deve essere un’alchimia che sovverte le vecchie leggende sul mondo degli artisti squali, quelli che “ognun per sé e Dio per tutti”. Intorno alla Capitale – laddove l’intorno comprende anche Napoli – c’è un movimento di talenti che collaborano, e sono tutt’altro che ognun per sé. Per fortuna. Luca Carocci è un cantautore che ha pubblicato il suo disco “Giovani Eroi”, e nel suo booklet s’incontrano tanti nomi noti (a queste pagine, sicuramente).  Intanto, l’etichetta è FioriRari di Roberto Angelini. Al missaggio c’è Daniele “Mr. Coffee” Rossi (tra gli altri, con Fabi), anche fonico di ripresa e nella produzione con un altro nome che sta girando in tour con il suo bel disco, ovvero Claudio Domestico (Gnut). Tra le collaborazioni Fabio Rondanini (batteria), Francesco Forni (cantautore e chitarrista).
E si badi che il risultato non è “uff, sempre i soliti”, ma il ritrovare, nuovamente, talenti al servizio di voci nuove, come una factory che mette un marchio. “Giovani Eroi” non è un disco fatto in fretta e furia, ma anzi maturato nel corso di anni (la title track ha 17 anni, per dire). Un cantautorato delicato, di respiro decisamente de gregoriano. Intuizioni altre ci sono, e sono da coltivare (vedi “Dimmi cosa vuoi da me”). Voce pacata, testi buoni.  Preferite: “Il lupo”, “Gocce”, “Senza l’amore” (interpretata con Margherita Vicario, anche lei della scuderia FioriRari).

(Il Fatto Quotidiano, 16/05/2014)

Io?Drama, tirati e cattivi il giusto

copertina

L’attitudine dei 400 live a zonzo dal 2004, si sente tutta. Sudore ed enfasi per “Non resta che perdersi”, il disco degli “Io?Drama”. La band milanese infila 12 tracce nella collanina del rock alternativo che se la intende con l’elettronica. Quello di Fabrizio Pollio (voce, chitarra, basso), Vito Gatto (violino, elettronica), Mamo (batteria); Giuseppe Magnelli (chitarra) è un disco ben suonato, incattivito quanto accattivante (a partire da cover e booklet). Per chi ama il genere potrebbe non estremamente innovativo, ma il disco è valido (anzi, entra nelle grazie di chi non è un habitué, un indubbio pregio). La voce funziona meglio quando meno impostata. Ogni tanto strizza l’occhio ai Subsonica. Ode ai violini isterici e tiratissimi. Preferite: “Babele”, “Il sasso e lo stivale”, “Grooviera”.

(Il Fatto Quotidiano, 9/05/2014)

Mannarino, brani a rilascio lento

Alessandro Mannarino 2014_foto di Simone Cecchetti

I processi evolutivi richiedono sforzi individuali, da affinare continuamente nel confronto con l’altro. Costano fatica, e tempo. E tempo è, infatti, ciò che richiede il nuovo album di Alessandro Mannarino. “Al monte” (Leave/Universal), in uscita il 13 maggio, è un cammino che il cantautore romano ha fatto da solo, e ora chiede di esercitare con chi ascolta.  Come ogni relazione ben fatta, la fretta va lasciata da parte. Perché Mannarino si allontana dai “Bar della Rabbia” (titolo del suo disco d’esordio) pieni di intenti ad alto tasso alcolico,  di pancia e livore viscerale (anche un po’ generazionale) e diventa più riflessivo.
Un percorso chiaro, che parte dalle osterie, poi passa per le strade delle città (“Supersantos”), e se ne va, fuori. Dal Grande Raccordo Anulare, se vogliamo restare a Roma, ma dalla dimensione urbana tutta, per restare sulla metafora territoriale. C’è aria rarefatta, di quella che costa fiato, in tutti i sensi. Per raggiungerla, e poi per respirarla.

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La sfida, lanciata a se stesso e soprattutto al suo pubblico, è quella di riuscire a staccarsi dall’atmosfera danzereccia e liberatoria che l’ha fatto conoscere (“Me so ‘mbriacato”, per capirsi), per abbracciare una dimensione in cui è rimasto poco da festeggiare. Nessun dramma, per carità, ma una maggiore consapevolezza del proprio cammino – nessun artista dovrebbe restare imbrigliato in se stesso – e di quello che lo circonda. Son tempi in cui non ci si può più permettere di prenderla a bere.
Nove tracce, tanto esercitare il dono della sintesi e assestare bene i colpi. Se all’inizio qualcosa lascia sospesi, riascoltare. Sono brani a rilascio lento. Proprio perché il ritmo che acchiappa il ventre sta sotto, questa volta, a un controllo studiato della composizione. La voce è quella, Mannarino non è diventato altro: propone altro. Uno scarto che lo porta a fare anche un’altra scelta stilistica: il romanesco, sua cifra distintiva (che spesso lo ha anche fatto rimanere sul gozzo a qualcuno), è riservato a parentesi brevissime, quasi impercettibili. Una di queste è messa in bocca al nonno, nel singolo “Gli animali” (già uscito): “Bisogna sape’ distingue’ la luce delle stelle, da quella delle lampare”, dice. (altro…)

The Reggae Circus, dal live al disco

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Avvertenze: se non piace il reggae, lasciare perdere seduta stante. “The Reggae Circus” è uno di quei dischi che nasce perché esiste un progetto live già ampiamente conosciuto e condotto in giro per l’Italia, da anni. Così tanto suonato, che a quel punto non fare un album pare proprio brutto. Adriano Bono, ex voce dei Radici nel Cemento, ha deciso di fotografare in dodici tracce la vita di questo show itinerante che porta sul palco con successo dal 2009. Un mix di reggae e spettacolo circense, con tutti i crismi del caso. Quindi via con “Il clown”, “L’Illusionista”, “Il Trapezista”, leoni, un pizzico di burlesque e fenomeni di varia foggia e specie. La questione è che certe messe in scena andrebbero viste in scena, per l’appunto.  La versione discografica perde, anche se in stagione di ponti, calura e vacanze all’orizzonte, un disco del genere fa da sottofondo senza problemi. Traccia migliore: “The Lions”.

 (Il Fatto Quotidiano, 25/04/2014)

Commento aggiunto (e aggiuntivo): Ho avuto modo di vedere Bono in formazione ridotta sul palco di Emergency, per la festa dei vent’anni dell’associazione a Roma. Abile intrattenitore, gioioso e creativo.

Bonomo, da un’altra era

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Sembra davvero un’altra era quella in cui si presentò sul palco di Sanremo cantando “La croce”, brano che lasciò non certo indifferenti pubblico e critica. Un po’ forte, va detto, ma ottima interpretazione. Alessio Bonomo torna con “Tra i confini di un’era” e anche in questo caso chiede tempo da dedicargli. Non è un disco da lanciare in auto o a casa mentre si fanno altre certo cose: richiede un tempo (no panic, meno di un’era) e uno spazio tutti suoi. Musicalmente di gran valore, un prodotto rifinito a modo, ma impegnativo. Belli i testi – molti parlati – che si adagiano sugli spunti di un cantautorato raffinato e originale. Archi intensi, e qualche chicca: “L’impermeabile blu” (traccia due e ghost), versione italiana di “Famous blue raincoat” di Leonard Cohen (con tanto di  sua approvazione). L’altra è “Charlotte”, una deliziosa canzone dedicata alla nipote. Qualche deriva d’angoscia e cupezza, ricalibrate con aperture delicate. Chi ascolta sceglierà cosa prendere o lasciare.

 (Il Fatto Quotidiano, 18/04/2014)

Gnut, il merito è andare avanti

Gnut 01 (photo Alessandra Finelli)

 

È che la roba di qualità si riconosce subito. “Prenditi quello che meriti” è il titolo dell’album di Gnut. E il primo che deve prendersi qualcosa (il merito) è proprio lui, Claudio Domestico. A oltre 4 anni dall’ultimo lavoro, torna a proporre un cantautorato ricco, dolcissimo e “tostissimo”, con una ricerca sonora che, pur non tradendo le origini, è una spanna avanti a quella dell’ultimo “Il rumore della luce”.
C’è aria che arriva da Oltreoceano, dal blues (loro, e nostro), dall’Africa. Un’aria che cambia di traccia in traccia, che passa per le accordature (citate) di Drake e arriva a “Passione” (anni Trenta, Bovio). E quando sei lì che pensi che alcuni brani evochino atmosfere de “La vista concessa” di Bob Angelini, ti accorgi che nei credits non c’è solo lui, ma anche un’altra serie di altri talenti italiani (Forni, Boschi, Gulino, Graziano, etc). Preferite: “Non è tardi”, “Estate in Dadgad”, “Dimmi cosa resta”, “Fiume lento”.

(Il Fatto Quotidiano 11/04/2014)

Aggiungo un commento, dopo aver visto Gnut live alla Locanda Atlantide (15 maggio): non vedevo un concerto così intenso da molto tempo. Nonostante io destreggi parole tutti i giorni-tutto il giorno, fatico a trovarne di adeguate (o forse voglio tenerle per me). Qui non c’è solo tecnica e ricerca di un suono nuovo, che parla difficile per chi è capace di capirlo, e parla molto semplicemente per chi ha solo pancia, quando ascolta. C’è un altissimo livello di interpretazione, di affiatamento sul palco (che ve lo dico a fare, tra gli altri c’era Mattia Boschi sul palco), di qualità indubbia di testi e musica (questo l’ho già scritto, però). Chi può, lo vada a vedere e se lo somministri in cuffia più volte al giorno.

 

Kento, un disco nuovo

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“Non ho fatto un nuovo disco, ho fatto un disco nuovo”: e ha pure ragione, Kento, a cantarsela e a suonarsela nel brano “Voodoo”. Il suo ultimo lavoro, “Radici” ha buoni testi, che resistono a quell’odiosa pratica dell’hip hop dell’“io sono figo-tu fai schifo” e dimostra che si può parlare di tutto senza dover ricorre a schemi precostituiti che sanno di muffa. Il rap come canto parlato, in cui infilare tutto quello che si vuole. In questi viaggi, geografici e non, Kento, è accompagnato dai “The Voodoo Brothers”, cioè tutti quelli che hanno preso parte al disco (pensandolo, e suonandolo). Una serie di musicisti che innalzano non di poco la qualità della produzione: sbluesano una meraviglia Assuntino, Lipari, Petulicchio, Magliocchetti (e sono solo alcuni degli special guest). Kento ha buone Radici.

(Il Fatto Quotidiano, 4/4/2014)

 

Sinigallia non è “Per tutti”

_D0B0124©Fabio Lovino

Succede che una mattina sei al bar e ricevi messaggi in segreteria. Stai per non ascoltarli – come si fa spesso con le segreterie telefoniche – quando poi cambi idea. E per fortuna, perché nel caso di Riccardo Sinigallia, la chiamata arrivava da Caterina “occhio lungo e orecchio fino” Caselli. Così è iniziata l‘avventura con l’etichetta Sugar.
Il suo “Per tutti”, non è affatto per tutti (e menomale), ma questo lo sanno, per l’appunto, tutti. È il buon Sinigallia dei vecchi tempi (il suo marchio nei Tiromancino era inconfondibile), solo più adulto e consapevole. Raffinatissimo nella ricerca di soluzioni musicali che lo portano fuori dal mainstream, ma al centro delle migliori scelte di qualità. L’elettronica è ben dosata, i testi ottimi, e il risultato sono suoni che convincono. I due brani presentati a Sanremo, “Prima di andare via” (che non essendo inedito gli è costato l’eliminazione, ma tanta pubblicità) e “Una rigenerazione” (che evoca il miglior Battisti) sono scritti a 4 mani con Filippo Gatti.
La title track incede spedita verso un finale molto Eighties, tutto synth e ritmo.

(Il Fatto Quotidiano, 21/03/2014)