Posted by Diletta on Lug 1, 2009 in
dnews
Risponde frastornato dopo una notte passata in piedi. Ha dormito poco, ed è distrutto da quello che ha visto e raccontato. Alberto Macaluso è stato il primo a dare notizia dell’esplosione del treno merci a Viareggio, sui social network - tutti - e fornendo informazioni prima di qualunque agenzia o testata. È poco più di mezzanotte quando è comparsa la sua frase su Twitter: “Esploso vagone merci, conteneva benzina”. Riassume l’accaduto e aggiorna costantemente anche Facebook, e dopo poco il suo video caricato su Youtube e le foto su Flickr rimbalzano su FriendFeed (social network che aggrega i vari update di un utente in rete). Alberto è un progettista web, e specifica subito: «Sono cose che faccio normalmente, non volevo certo fare l’eroe». Racconta di come abbia infilato la gattina di corsa in una gabbia affidandola ad un’amica, e si sia subito precipitato in strada a documentare. Di fatto, volente o nolente, è stato il primo a fornire le immagini delle lingue di fuoco che invadevano il cielo, e il primo a far partecipare la community alla notizia. Chi era online infatti, ha cercato a sua volta di rendere visibile sul proprio profilo il materiale fornito da Alberto. «Non ho neanche idea di come sia riuscito a farle - dice turbato - ero steso in balcone: dopo il boato, ho visto il cielo rosso». Reporter 2.0.
Tags: alberto macaluso, esplosione, viareggio
Posted by Diletta on Giu 30, 2009 in
dnews
L’intervista è stata pubblicata oggi su DNews, qui ne ripropongo versione integrale (e con il “tu”, che di solito non uso sul giornale).
Diletta Parlangeli>Roma
Nel 1970, quando nacque la Premiata Forneria Marconi, c’era. Quando uscì Crêuza de Mä di Fabrizio de Andrè, c’era. Nel 1992, nella colonna sonora del film Puerto Escondido, c’era. Al primo maggio in Piazza San Giovanni nel ‘98, a Sanremo nel 2000, alla notte della Taranta dal 2007. In effetti gli mancava solo un libro. Foto di gruppo con chitarrista (Rizzoli) è la prova letteraria di Mauro Pagani. Storia di un musicista, Sonny, che muove i primi passi nella Milano del 1969, sullo sfondo della storia d’Italia. Mauro e la sua Pfm restano a margine.
Una scelta “discreta”.
In realtà c’è molto di me in Sonny. Volevo raccontare la storia dei ragazzi che partono dalla provincia: lui è quello che avrei potuto essere.
Lui tutto serio e rigoroso con la sua chitarra, mentre tu lotti con il violino, che definisci “la bestia nera”.
Sì, è uno strumento che non ti perdona niente. E’ più stronzo della più stronza delle fidanzate, che almeno ogni tanto te ne perdona.
Anche dopo tanti anni?
E’ quella la tragedia. Più invecchi e più devi conservare le cose che non ti verrebbero come prima: scompare la morbidezza del tocco. Questo un po’ con tutti gli strumenti, ma il violino ha il problema dell’intonazione, diventa come una foto sfocata.
“Ci vuole un sacco di lavoro, gente giusta, un pizzico di talento e soprattutto, una gran bella dose di culo”. È così?
Io ho avuto una fortuna sfacciata. Ho avuto un gran culo, almeno tre volte nella vita. La prima a incontrare i ragazzi della Pfm, la seconda a conoscere la donna che nel libro chiamo Betta, la terza ad incontrare Fabrizio de Andrè e lavorarci . Certo, ti devi mettere dove la fortuna passa: per dirla con Ligabue, bisogna “mettere in circolo il proprio amore”.
Cristiano De Andrè in tour con le canzoni del padre, scelta definita “dolorosa”.
Quello che so è che Cristiano li ha sempre fatti in casa quei pezzi, fanno parte del suo dna, erché gli piacciono. Ricordo anche quando era in tourneè con la Pfm, che vedeva me e Fabri suonare il violino. Doloroso è stato condividerli con il pubblico, dichiarare il legame forte. Che alcuni possono definire troppo forte, ma non si può essere diversi da quello che si è.
“Ero troppo ignorante e suonavo troppo male”, scrive degli anni nella Pfm. Un po’ severo no?
Era così! E ancora adesso non è che abbiamo risolto molto… forse a 75 anni sarò bravo.
L’ha lasciata per non essere una “rock star in declino”: però qualcuno c’è rimasto…
Infatti è discorso del tutto personale. Ognuno si confronta con le promesse fatte: c’è chi invecchia meravigliosamente, e chi rimane prigioniero dei propri prodotti. La lista di chi ha sempre continuato a cresce è lunga, prendi un Conte. E poi c’è chi invece ha centrato un pezzo e non è mai andato oltre. Fare il musicista significa non smettere mai di evolversi e studiare. In questo senso l’età è una benedizione. Prendi Hela Fritzgerald: a nessuno importava quanti anni avesse. E’ questione di attenzione e conoscenza, ma in quella frase mi riferisco solo a me.
A proposito di Pfm qualcuno di recente ha fatto notare che ormai son trent’anni non ne fai più parte, e si potrebbe far finita di parlarne.
E’stato Franz, e effettivamente è così. E’ una storia che è finita 32 ani fa, è stata una fase.
Se non fosse stato musicista, cosa avrebbe fatto?
Avrei finito per essere uno di quei personaggi che fanno il giro dei bar finché non chiudono ed entrano nel primo che apre la mattina.
Un destino di perdizione insomma.
Sì, magari avrei aperto un bar da qualche parte… insomma disordine assoluto.
Come Sonny?
Esatto, un processo degenerativo della vita di Sonny.
Che pur di non abbandonare la musica si ritrova sulle navi a fare piano bar…
Ma sì, ogni tantoli vedi questi musicisti di 40 o 50 anni, ogni tanto anche in coppia. Hanno questi modi antichi di suonare, con i sorriti stereotipati. Come una sorta di dannazione.
Una specie di contrappasso.
Sì, spesso succede. Se non suoni stai parlando di musica, se non ne stai parlando la stai studiando.
Nel libro “Betta” fa proprio da contraltare a questo atteggiamento direi.
Beh sì, quella che nel libro chiamo “Betta”, nella realtà mi ha salvato dall’essere maniacale, ed un puer eternus.
Si faceva il tuo nome per la sostituzione della Ventura a X Factor: avrebbe accettato?
Molto difficilmente. Sono format che presuppongo di creare nuove star. Sarei attirato da un programma che avesse a che fare con la creatività. Questo perché credo che la musica dovrebbe essere un diritto di tutti, e dovrebbe avere a che fare con la creatività, con l’attirare qualcosa, farla nascere e custodire. Un talent sho w dove si fa un pezzo nuovo, dove uno arriva e dice “oggi mi girano i coglioni”. E allora si capisce perché, cosa vuol dire, e si costruisce. Vorrei un talent show dove si smontano i pezzi degli altri, non uno dove se ti applaudono passi il turno e sei figo. La prova “look” mi fa venire i foruncoli.
Hai composto “Domani”, per L’Aquila. Ci è andato?
Non ancora, ma dovrei organizzare qualcosa per la ripresa dell’anno in Conservatorio.
Alla presentazione del singolo, dopo aver elogiato il lavoro di tutti, sei stato l’unico a dire “Ci mancherebbe altro”.
Tocca a tutti noi, soprattutto a noi privilegiati. Insomma è sorprendente che non sia successo in passato.Noi dobbiamo ringraziare la fortuna che ci ha fatto fare questo mestiere, che ci permette di camparci, e di essere in salute.
Dirigi ancora la Notte della Taranta?
Per l’ultimo anno. È una manifestazione che necessita di un ricambio. Quando Copeland ha curato la direzione ha contaminato molto, Sparagna ha fatto un lavoro di restaurazione e restauro. Io ho cercato di trovare un equilibrio, che è sempre figlio dell’istinto e della conoscenza. c’è tanto materiale da reinventare ma è sempre quello e tende a ripetersi. Il confine è sempre tra il lasciarsi andare e mantenere l’onestà intellettuale.
Da due anni non esce il cd dopo la Notte di Melpignano.
Lo faremo quest’anno con il meglio delle tre edizioni. È stata una scelta e una necessità: c’erano altri costi è il caso di fare solo le cose che è meglio fare.
Chiti piacerebbe vedere dopo di te come direttore artistico?
Peter Gabriel, o Gariel Byrne, perché no. La pizzica ha trutti i crismi per avere un appeal internazionale. Sta prendendo la mira, è ancora pura, ma il giorno che riuscirà a trovare l’alchimia giusta, farà il botto: come il reggae. È questo il tragitto a cui dobbiamo aspirare.
Sempre che qualcuno ci creda…
Le cose alle volte accadono, è il bello della magia, che altrimenti sarebbe scienza.
Tags: foto di gruppo con chitarrista, intervista a mauro pagani, mauro pagani, notte della taranta, pfm
Posted by Diletta on Giu 28, 2009 in
Mentre vivo
Rotolo. Imbrigliata nella matassa di pensieri che in momenti come questi si trasformano in puri esercizi di masochismo. Ma che vuoi, la testa è fatta per girare. Se il controllo non è nelle tue mani, forse è meglio evitare di stringerne altre. La testa fuma, io meno. Prima faccio un balzetto nel passato (nemmeno troppo passato), e poi spazio nel futuro, tanto per esercitarmi ancora un po’ con il masochismo. Giro e rigiro, vago e rivago. Parlo. Mi fermo. Digito. Ascolto. Chiamo. Sintetizzo. Argomento.
Ansia.
Stupore.
Rumore di interferenze.
Ipotesi.
Ci risiamo con il masochismo. Ma che vuoi, la testa dovrà pur girare. Raccolgo ottimismo e lo stipo in un angolo,
non sia mai che possa tornare utile. E’ un po’ che non ci frequentiamo, meglio andare per gradi.
Trottola impazzita che non sono altro. Mina vagante, mi dissero. I neuroni giocano a flipper e io penso che ho voglia di vedermi un film, in modo che anche il pensiero - articolato ormai in puri esercizi di stile masochisti - si metta al riparo.
Responsabilità.
Senso del dovere.
Le stagioni nei bar a 16 anni.
Il contratto a 21. Praticante.
Professionista.
Caldo.
Guance rosse.
<Sei arrossita>. <Si lo so fatela finita di dirmelo grazie me ne accorgo (e vi odio)>.
Dileparla.
E parlo con quante “c” in meno desidero chiaro?
Che ne sarà di noi. Mai visto, ma ’sto titolo serve sempre.
Coca cola. Zero. Alla light mi ci sono abituata col tempo. Mai provata quella al limone?
Mi fa male la caviglia.
Maledette zanzare.
Scusa ho la testa altrove. E dovrà pur girare.
Sono stati anni intensi, forse meglio che ci rifletta su. Ah no, il masochismo. Manderò i miei neuroni all’inseguimento della trama di un film. Sì, meglio va’.
Posted by Diletta on Giu 25, 2009 in
Senza categoria
Diletta Parlangeli> Roma
Può darsi che respiri anche dai capelli per trovare tutto quel fiato nei live. Le parole arrivano a raffica e tagliano come la tramontana pugliese quando si mette d’impegno. Caparezza torna con il tour Le dimensioni del mio caos (sabato all’Idropark di Milano, il 18 a luglio a Rock in Roma). Qualcuno si dirà: Ancora? «Sono alla quarta versione del live - risponde Michele Salvemini, leggi Capa - ma le prossime date sono diverse quasi nella totalità: pezzi che non abbiamo suonato mai, scenografie e gag rinnovate».
Cosa aveva di tanto speciale il tour per farci un dvd?
Ho superato le centinaia di date e quella del dvd è la “terza versione” del tour. L’ho fatto un po’ per me, volevo averne una versione decente a memoria.
Nell’ultimo cd ce n’è molta di politica: la cronaca di questi giorni regala molti spunti…
Essendo di Molfetta, a 20 chilometri da Bari, volete chiedermi se anche io sono stato in qualche villa, lo so… ebbene sì, ciondolavo nudo anche io!
Sì, magari cantando “Io diventerò qualcuno”…
Esatto! In realtà sono in uno stato in cui non mi meraviglio più di niente, ma devo ammettere di sentirmi più indignato dalle problematiche del lavoro, della giustizia, dell’economia. Capisco che il sentire comune sia più toccato dal resto.
All’inizio era Mikimix: quel rap era, come dire, diverso.
Di merda, diciamolo pure.
L’ha detto lei. E quando c’è stata la “folgorazione sulla via di Damasco”?
Sono profondamente diverso, anche come persona. Ho attraversato un periodo buio e ho seguito una direzione piuttosto ostinata che ha portato i frutti dopo molto tempo. In realtà non era semplice, ma neanche troppo complesso. Mikimix era molto meno famoso di Caparezza. Lo è diventato adesso, ma di riflesso. Ora sono più libero, all’inizio risentivo della voglia di farmi accettare, quella voglia di “rispetto” di cui tanto si parla nell’hip hop, che francamente ho sempre ritenuto patetico.
Come canta, ha sempre “la riflessione come vizio”?
Sì, e anche molta autocritica. Non sento affatto di avere la verità in tasca.
Si sente un’emozione particolare quando canta la storia di Luigi delle Bicocche, vita di un operaio.
Volevo che fosse una persona qualsiasi, che fosse un testo asettico, non volevo suscitare commozione, anche se poi succede. È stato il mio testo più difficile e l’unico nel quale non sono riuscita a fare ironia. A differenza degli altri brani, non lo introduco, si crea una bolla d’aria; si capisce che solo in quel momento non sto scherzando. Mi fa felice che il pezzo “cammini da solo”: è stato preso per il film Fuga dal call center e dalla Fiom, l’ho sentito ai cortei.
Un motivo per cui risulta simpatico o antipatico.
Una ragione per essere simpatico non ce l’avrei. Forse il fatto che vada a briglia sciolta, non mi piacciono le persone che si prendono troppo sul serio. Per essere antipatico ne ho molte, ma provo un sottile piacere a risultare antipatico a certe persone, come scrivo ne “La legge dell’ortica”. Sono fermo nelle discussioni e nelle idee, non mi riconosco in nessuna politica.
“Ilaria condizionata” è un attacco ai social network: però ha MySpace.
È una base artistica, mi piace poterlo aggiornare, ed è molto più indietro rispetto a quello che è venuto poi. L’importante è la cautela. Ero anche su Facebook poi ho chiuso perché mi sembrava di essere nel GF.
Tags: caparezza, intervista dnews, tour del caos
Posted by Diletta on Giu 22, 2009 in
Senza categoria
Chi ha fatto rap lo sa che su certe strofe ci si arriva col fiato corto. Anzi, Corfiatone. Espressione tutta romana che diventa nome per due attrici (pardon, rapper) tutte romane. I nomi non suoneranno nuovi, e le facce ancor meno: Paola Minaccioni e Federica Cifola. Ma vederle vestite con taglie extra large, cavallo basso e cappellini - roba da fare invidia ai personaggi della Eeast Coast d’America - cambia le prospettive, tanto da chiedersi dove finisca la realtà ed inizi la finzione. «Abbiamo sempre cercato di tenere nascosta questa identità - spiega infatti Federica - è ovvio che si tratti di una parodia, anche se l’intento è proprio quello di sembrare vere». Tutto ciò «senza forzare la caricatura per non farla diventare una macchietta». La risata però scappa davanti ai testi di Contromano e l’ultimo Chiamame ‘npò. Basi da ghetto americano e tanto di “bella sorè, bella fratè”, i testi parlano della vita di oggi, dei piccoli grandi drammi dell’uomo medio italiano. Sullo sfondo una Roma che trasuda da ogni rima, dentro ogni parola e slang, e che dà anche lo spunto per affrontare le difficoltà di una metropoli: traffico, palazzoni, e gente che cammina, per l’appunto, contromano. È la gente a cui “glie rode er culo”, per capirsi. «È nato tutto perchè volevamo iniziare lo spettacolo teatrale in modo inaspettato (le due, che corrono sole con vari progetti, sono a tutti gli effetti un duo comico, ndr) - dice Paola - e da lì tra u po’ finisce che facciamo l’album!». Di concerti infatti se n’è già parlato, e alla “coppia aperta” non dispiacerebbe mettere su qualche progetto con artisti che cantano per mestiere. E sembra che qualcuno tra questi si sia anche interessato: «I Corveleno ci hanno chiamato, sono contettissimi di questo progetto e nostri fans» dicono entrambe con entusiasmo. «Ci siamo ispirate a loro per il nome - incalza Paola - e l’idea di un featuring live ci intrippa!». E così dagli sketch per la Gialappas (le finte porno star), a quelli per la Dandini (Paola a Parla con me è Giorgia Meloni) è probabile che presto si vedranno alle prese con qualche live durante il quale potrebbero urlare (come nelle canzoni) “alza le casse a palla!”. Fanno sul serio: hanno un editore musicale (Luigi Cantini), un regista per i video (Luigi Antonini) e una musicista che ha messo su basi valide (Radiosa Romani). Nel loro ultimo singolo il dramma è quello dell’uomo moderno: se il cellulare non squilla, è perché l’ha dimenticato a casa o perché nessuno chiama? Nel dubbio, visto che “un giorno c’hai credito, domani stai esaurito”, la regola è portarselo dietro sempre: “Non mi interfaccio mai, senza il mio mobile/come annà in montagna senza portesse un pail”.
Tags: Corfiatone, Racconti dalla Capitale, rap
Posted by Diletta on Giu 18, 2009 in
Mentre vivo
Pensavo che tra tutti i diritti - non parliamo di quelli di dovremmo godere, ma che non usiamo - ci dovrebbe anche essere quello di incazzarsi. Non parlo di reazioni verso l’esterno, che se contiamo quelle il suddetto diritto se lo arrogano con sempre maggiore violenza un po’ tutti. Parlo di momenti in cui ognuno dovrebbe godere del proprio vuoto - perché ce l’hanno tutti - per arrabbiarsi. Uno spazio in cui regna il buio, fatto apposta per entrarci dentro e respirare. Di rabbia.
Senza una scala di valori, mischiando il grave con il superfluo senza quella vocetta che ti dice “c’è di peggio”. E chi se ne frega. Senza gerarchie di dolore, né di parole. Mi voglio incazzare, che so, perché il mio anziano pc da quando lo hanno messo a posto produce un costante ronzio. O perché alle volte ti tocca confrontarti con emeriti stronzi che non sanno trattare. Incazzarmi perché abbiamo un presidente che si porta le squillo nel palazzo dove l’hanno messo, e incazzarmi perché i tg non lo dicono. Incazzarmi dopo aver realizzato che certe lotte sono utopia, e che sono uguale a mille altri, e mi comporto esattamente come mille altri. Incazzarmi perché sto sprofondando in un mare di retorica, e in perché sta frase l’avevo pensata prima di accendenre il pc che ronza. Incazzarmi perché le persone se ne vanno. Incazzarmi perché non è giusto che a 49 anni non ti assume nessuno. Incazzarmi perché vorrei fare meglio, di più e più spesso. Incazzarmi perché certe mattine tirerei su le lenzuola e spegnerei i cellulari. Incazzarmi perché il passato ti si appiccica addosso, e perché quella volta potevo sorridere. Incazzarmi per la incostanza, l’indolenza, la pigrizia. Incazzarmi perché vorrei poter fare una cena con i miei, insieme. Incazzarmi per le cose che mi perdo perché è successa quella cosa, per le cose che non posso imparare, assorbire, elaborare. Incazzarmi perché di professori come Gabriele ce ne sono troppi pochi. Incazzarmi perché se sei piccola bruci le tappe e se sei grande hai perso tempo. Incazzarmi perché certi uomini non capiscono che belle donne hanno affianco (e viceversa). Incazzarmi perché cazzo, domani ce l’ho libero e devo pulire. Incazzarmi perché se quella persona non la cerco io buonanotte. Incazzarmi perché piove e volevo il mare. Perché l’aria condizionata la tengono troppo bassa, perché non ho perso mai quei chili, perché son “bella così” , ma insomma il giusto. Incazzarmi perché non ho coltivato i miei studi in lingue. Perché mi sono fatta passar sopra con tutte le scarpe e ho chiuso tante cose in quei cassetti. Incazzata perché certi occhi non vorrei che leggessero, e perché dove cavolo sono quelli che dovrebbero. Incazzata perché leggo libri che mi piacciono e mi dimentico le trame, e perché vorrei fotografare meglio, di più e più spesso. Incazzarmi perché diventerò sempre rossa, per mille cose diverse e perché c’è ancora chi, dopo 24 anni, me lo fa notare. Incazzarmi perché non capisco certe cose. Non capisco perché certe persone mettono i piedi in testa ad altre, e non si può far alltro che accettare che sia così. Incazzarmi perché mi danno fastidio le famiglie alla Mulino bianco e incazzarmi perché la verità è che le famiglie Mulino Bianco non esistono affatto. Incazzarmi per la strafottenza e la saccenza. Perché c’è chi infama i colleghi senza mettersi una mano sul cuore (e sulla bocca, che sarebbe più utile). Incazzarmi perché certe persone capaci devono avvalersi dell’arroganza per farsi vedere, quando potrebbero farne a meno. Incazzarmi perché i grandi non si ricordano come sono stati, e alcuni manco cosa fossero proprio ieri. Incazzarmi perché sono troppe le parole che vanno in fumo, e quelle sparse al vento. Incazzarmi perché i sogni sono belli mentre li pensi, ma poi sono sogni. Incazzarmi per chi fa il brutto e il cattivo tempo. Per chi mi cerca solo quando serve. Per chi non mi ha mai cercato, per chi mi cerca troppo. Incazzarmi perché “ma na’ volta nella vita na’ cosa facile no?”, e perché a chi gli vien facile non sa dove andare. Incazzarmi per chi ha tenuto appesa una persona cara nell’illusione, per chi quella volta poteva stare zitto. Incazzarmi con chi picchia, perché non sa parlare. Incazzarmi perché chi picchia non fa parlare nemmeno qualcun altro. Incazzarmi con chi parla troppo e non ascolta, e con chi non ha mai parlato davvero. Incazzarmi perché mi servirebbero più soldi per fare quello che voglio fare. Incazzarmi perché scrivere è così bello, e qualcuno nemmeno può sapere come si fa. Incazzare perché valiamo tutti lo stesso, ma quando mai. Incazzarmi per che c’è quella cosa che sarebbe uguale per tutti, ma solo per come viene scritta. Incazzarmi perché non sono ancora laureata. Incazzarmi perché dovremmo avere tutti una macchina sicura. Incazzarmi perché nessuno è mai tornato qui, per dirci come si sta di là. Incazzarmi perché ho fatto un fioretto che mi ha ridotto la razione di sigarette, e incazzarmi perché fumo. Incazzarmi perché me ne hanno raccontate di cazzate. Incazzarmi perché amo la mia città, ma non posso trovare un compromesso accettabile per tornarci. Incazzarmi perché dicono che il tedesco sia una brutta lingua. Incazzarmi perché piacciono le gatte morte. E le “occhio, che m’è rimasta solo a me” e le “gne gne”. Incazzarmi perché c’è chi non sa parlare in italiano il minimo sindacale. Incazzarmi perché certe canzoni ogni volta mi fanno piangere. Incazzarmi perché non ho ancora letto l’Ulisse di Joyce. O anche perché ho trovato tutte queste ragioni per incazzarmi. Incazzarmi perché, mi rendo conto, ne manca qualcuna alla lista.
Posted by Diletta on Giu 10, 2009 in
Senza categoria
Forse nessuno ci ha mai pensato, che dietro quella faccia che ha strappato sorrisi per decenni a mezza Italia, si potesse nascondere la tristezza di chi conosce la solitudine. Alberto Sordi la sua vecchiaia l’ha assaporata tutta, fino in fondo. L’ha temuta, e per questo ha pensato di alleviare le paura e il disagio di qualcun altro. Tra pochi giorni sarà l’anniversario della sua nascita (15 giugno 1920), ed è in questa occasione che non solo verrà assegnato il premo Alberto Sordi, ma sarà anche fatto il punto sull’operato e le nuove mete della Fondazione che porta il suo nome. «Aveva la fama di essere tirchio - racconta Sergio Utili, direttore dal 2005 della Fondazione - invece era solo parsimonioso. Acquistò dei terreni a sud di Roma, a Trigoria, e quando seppe che lo spazio interessava all’Università - lì vicino sorge il Campus Bio Medico - volle che gli fossero spiegati bene i progetti, e poi donò i suoi terreni». Ora, lì sorge il Centro per la Salute dell’Anziano (Cesa), operativo dal 2001 a Trigoria (Via dei Compositori): «Alberto diceva sempre che il problema degli anziani non è solo la salute, ma la solitudine, e il fatto che perdano interesse per le cose - continua Utili - per questo all’interno del Cesa è nato anche il Centro Diurno Anziani Fragili, per quelle persone che non sono in ottima salute, ma ancora autosufficienti». Sono oltre cinquanta quelli che partecipano ogni giorno alle attività che si svolgono: la mattina rassegna stampa, per tenere allenata la mente, e poi laboratori di falegnameria, bricolage, computer e teatro; la scorsa settimana hanno messo in scena “Non ti pago” di Eduardo de Filippo. Durante la serata di lunedì al Teatro Argentina si parlerà anche dei progressi medici che si sono fatti, come la sperimentazione del nuovo vaccino contro l’Alzheimer. «È un morbo subdolo – spiega il professore Paolo Maria Rossini, direttore scientifico del Centro Integrato di ricerca a Campus – perché molto spesso non presenta segni premonitori: si può convivere con la malattia per 20 o addirittura 30 anni prima che si manifesti». Molti saranno lunedì sera (ore 20.30) i presenti che renderanno omaggio a Sordi e che parteciperanno alla premiazione di personaggi dello spettacolo che si sono distinti per l’impegno sociale. Sarà anche presentato il libro La grande anima d’Italia a cura di Valentina Pattavina, per Einaudi Editore. Volume che nella collana Stile Libero, si accompagna ad un dvd e diventa Albertone, raccolta delle migliori apparizioni tv, conosciute o meno, del Sordi nazionale. Perché oltre che con l’impegno concreto, le persone le ha aiutate anche così. Facendole ridere.
(DNews, 10/06/09)
Tags: Alberto Sordi, Fondazione Alberto Sordi
Posted by Diletta on Giu 10, 2009 in
Senza categoria
Sarà quel suo essere un passo dietro agli altri. Sarà perché sfigato, lui, lo è stato sempre, con o senza la crisi. Sarà per tutta la confusione che fa ogni volta che s’impegna a fare qualcosa e quel modo di parlare (nella versione cartoon) che richiede la presenza di un interprete, il più delle volte. Donald Duck, chiamatelo pure Paperino, compie 75 anni. Era il 9 giugno del 1934 quando comparse per la prima volta nel cortometraggio animato «La gallinella saggia». E sempre nel 1934, ma in settembre, fece il suo ingresso ufficiale anche sulla carta stampata nelle strisce quotidiane americane (daily stripes) grazie al disegnatore Al Taliaferro, che ne fu autore fino al 1969. Nel 1937 si innamora della Paperina dalle ciglia lunghe (Donna Duck) in “Don Donald”, film che inaugurò anche la sua famosa macchina 313. Il becco giallo più simpatico della Disney subì, nel corso degli anni, un notevole cambiamento. Usato come altri personaggi per la propaganda anti fascista e anti nazista, crebbe in maniera consistente con Floyd Gottfredson. Fu lui ad affiancarlo a Topolino, facendo recitare insieme i due personaggi, prima in coppia, come in «Topolino e il mistero dei cappotti», o con l’aggiunta di Pippo, nelle storie «Topolino giornalista» e «Topolino nella casa dei fantasmi». E chissà se proprio l’averli affiancati abbia contribuito alla creazione di vere e proprie scuole di pensiero: quelli che tifano Topolino, personaggio buono e arguto, che risolve i problemi di tutti, e quelli che stanno con Paperino, confusionario (e confuso) che più che risolvere problemi, (se) li crea. Una differenza di atteggiamento che si è proiettata anche nel doppiaggio italiano con una voce chiara e acuta per il topo e una impappinata per il papero. Fu lo stesso Walt Disney a scrivere di lui: «È davvero un tipo oltraggioso, dalle brutte maniere e dal carattere ancor peggiore, e a cui sono tutti affezionati, compreso me». Nemmeno papà Disney si sarebbe aspettato un successo così grande, tanto da fare del papero il protagonista di oltre 200 film e già oggetto di merchandising dalle seconda metà degli anni Trenta. Passione degli italiani (il magazine vende 40mila copie in media al mese) è quasi un tarlo per gli scandinavi: non solo è il personaggio più amato della Disney, ma il Donald Duck pocket in Norvegia, dove è stato pubblicato per la prima volta nel 1968, vende ogni hanno 4 milioni di copie, il che lo rende un best seller, più di Harry Potter. In onore del suo 75esimo compleanno, con la collaborazione della Walt Disney è stato indetto un concorso internazionale: sarà premiato il miglior disegno del Donald Duck del XXI secolo. Il vincitore del concorso vedrà il suo disegno esposto permanentemente ad Anaheim, nel California Convention Center, accanto a Disneyland. Intanto, lui continuerà a vivere con i suoi svariati nomi (da “Anders And” danese al “Donald Amca” turco passando per il “Aku Ankka” finlandese) e rappresentazioni (100 giornali stranieri e 29 paesi che lo seguono in tv) e per altrettanti anni ci metterà ancora il becco. Per fortuna.
Tags: donald duck, paperino
Posted by Diletta on Giu 8, 2009 in
Senza categoria
Va premesso che questo libro parte da lontano. Va detto che il suo protagonista è uno dei personaggi più antipatici e poco corretti che la storia delle storie ricordi. Così antipatico da toccare gli estremi dell’opposto e risultare divertente. Ignatius Reilly: un uomo enorme, con un berretto con copri orecchie verde che fa parte della fisionomia tanto quanto un paio di baffi neri folti e severi. Se non fosse per nazionalità - americana - ed epoca, sarebbe additato come “bamboccione”. A differenza però di chi poltrisce a casa dei genitori (in questo caso la povera - in tutti i sensi - madre) cosciente di sfruttare l’economia familiare, Ignatius è convinto di essere un genio incompreso costretto a destreggiarsi con un mondo mediocre, ignorante e privo di senso, eccetto rare eccezioni. Quella che si potrebbe definire, così come il titolo del libro, Una banda di idioti , soggetti da dover educare e ammaestrare, se non a tratti salvare. Paradossale, incosciente, è uno capace di rivolgersi ad un agente urlando: «Se non si decide ad andarsene, chiamo la polizia». Perde un lavoro dietro l’altro alla faccia della sempre più indigente madre che per dimenticare si fa qualche bicchiere di vino rosso e viene tacciata delle peggiori colpe solo per concedersi, di tanto in tanto, una partita a bowling con l’unica amica che la conforta. Riesce a mettere in difficoltà aziende intere (una chicca i personaggi eterei della famiglia Levy). Nella sua ultima edizione il volume è uscito per Marco Y Marcos (17 euro) con la prefazione di Stefano Benni. Ma questo libro, che nemmeno oggi è facile da trovare (si rifugia più nelle piccole librerie che nella grandi catene), non uscì facilmente alla luce neanche all’epoca. L’autore, John Kennedy Toole, morto suicida a 32 anni nel 1969, non lo aveva mai pubblicato . Fu la madre a consegnare il dattiloscritto, dopo una lunga battaglia di convincimento, allo scrittore Walker Percy. Una volta ceduto alle insistenze, l’uomo trovò quel lavoro consegnato su pagine ancore unte e sporche di caffè geniale ed eccentrico, e contribuì in modo decisivo alla pubblicazione
Tags: John Kennedy Toole, libri, Marcos Y Marcos, una banda di idioti
Posted by Diletta on Mag 26, 2009 in
Mentre vivo
Tra tutte le cose a cui non mi rassegno nella vita, c’è la quasi totale incomprensione, da parte delle persone,
del mio nome. E Cognome.
Nome, comognome, e derivazioni di sorta, tipo la mail o i diminutivi.
Diletta Parlangeli.
Diletta. Con un minimo di conoscenza della lingua italiana viene in mente prediletta, da prediligere (composto da pre - il vecchio prae - e diligere): diligere, dal dizionario etimologico Zanichelli, viene dal latino, dis e legere, ovvero scegliere. Prediletta sta per “amata più degli altri, che è preferito a tutti gli altri”. Roba che arriva dal 1673, mica ieri. Alla voce diletto, rimanda a prediligere. Poi, volendo, si può pensare al verbo dilettare che significa “dar piacere, diletto”, e nell’origine latina delectare, “attirare”.
Eppure, ogni volta, sembra di pronunciare una sequenza di lettere più o meno simile a “dabsasfvg”. <Piacere, Diletta>. <Come? Electra?>. <Orsetta?>. <Bidetta?>. <Come scusa?>. <Ah avevo capito un altro nome…>.
Il migliore è stato: <Delice>. Equiparata ad un Kinder, in sostanza. Ma il soggetto in questione era tirolese, quindi abboniamoglielo.
E poi, i diminutivi. Si sappia, quello ufficiale è “Dile”. Ricordo che all’asilo alcuni mi chiamavano “Dilet”, il che mi fa sorgere un sorriso, per la fatica davanti ad un “ta” in più. Ammetto che mi piace assasi “Di”. Semplice, conciso, ed è pure un verbo in versione esortativa, volendo trovarci un’ interpretazione. Come mi siglo se lascio un messaggio a quelli che conosco bene (avviso: inutile che cominciate adesso se mi avete sempre chiamato Dile, vi sgamerei).
“Didi”, lo devo ammettere, mi sta tremendamente sulle balle. Lo usano appena in un paio, e ce lo teniamo, per carità. Però è lezioso, infiocchettato, sdolcinato, caramellato e smerlettato. Cosa c’entra con me?
Passiamo oltre. Parlangeli.
<Come scusi? Pietrangeli?> <Perlangeli?> <Arcangeli?> <Barcangeli?><Pierangeli?>. <Astrangeli?>.
<No: Parlangeli, come parlare agli angeli, ok?>. A quel punto capiscono (non tutti eh).
E poi, l’apoteosi dei sensi: la mail. Mai tante parole furono profuse per comunicare un indirizzo di posta elettronica.
<Dicarla?>. <Come scusi? Di?>. <Ok, dile come?>. <No, dileparla: Domodossola Imola Livorno Empoli Palermo Ancona Roma Livorno Ancona>. Che poi, io dico. Se mi chiami dal nulla, posso pure capire. Ma se mi contatti chiedendomi se sono Diletta Parlangeli, allora lo capirai sì, che si tratta di nome e cognome abbreviati?
Detto questo, porto il mio nome con profondo orgoglio. Credo che i miei genitori abbiano fatto un’ottima scelta. Che ripeterei su futura pargola, se solo non suonasse tipo Beautiful, dove si chiamano per generazioni con lo stesso nome appioppandoci il “Junior” (sì, senza andare troppo lontani, l’ha fatto pure Al Bano con il figlio, ehm). Ad ogni modo, non ho pargoli e non ne immagino a breve, per cui non si pone il problema.
E il cognome, detto tra noi, ci sta un incanto. Alla faccia di chi non lo capisce. Tzè.
Tags: cognome, Diletta Parlangeli, nome