Il Signor G e Mary Poppins

vicolodelridi

Il Signor G (no, non quello di Gaber) l’ho conosciuto che avrò avuto 28 anni. Pochi sorrisetti: non è passato molto tempo.
Occhi vispi, pensiero svelto, dialettica da far impallidire oratori incalliti, politici di professione, guru di sorta. Simpatico, subito. Aveva i baffi, e io me lo ricordo con la barba. Fermo, ma sorridente. Solido, ma non granitico. Una bella gatta da pelare, si capiva immediatamente.

L’ho incontrato, non si può dire per caso, dopo il consueto caffè e bottiglietta d’acqua leggermente frizzante (un must Parlangeli). Giretto per negozi – dilecercadinoncomprarenientedaitiprego – ogni tanto un toast, il giornale. Se uscivano pezzi miei lo mettevo in borsa, tutta fiera, anche se non lo avrebbe visto nessuno. Qualche chiamata, ché son sempre in anticipo (daicomprosoloquestookvabene). Ora, spesso, se capita che non ci sia margine d’acquisto, faccio i primi ascolti dei dischi, così inizio a scartare (peròiovorreiinegozi).

E insomma, che tipo. Mi sembrano passati secoli (aaah, ancora co’ ‘sti sorrisetti, essù), e in effetti un po’ è come se. Sarà che il Signor G – che poi non è stato sempre G, ma questi sono fatti miei – è tipo un’enzima. Accelera. Un po’ un moltiplicatore di usb, che ti facilita l’accesso a più porte, dove ti sembrava non ci fosse spazio che per una sola. Diciamo.

“Ho come l’impressione che ci siamo stati reciprocamente sul c***o”, gli ho detto, perentoria, una volta. Poi però ho pianto. Strana questa cosa per cui quando piangi sola magari piangi spesso, ma per poco, e davanti a un’altra persona invece ti sembra di non riuscire a smettere più, che ti devi sforzare. E vuoi parlare, e ci provi, ma è peggio ancora. Vabeh, ha aspettato (ma io provavo a parlare).
Gli ho pure contestato un’opera. Non l’avevo presa bene, si può dire. Come se a me avessero detto: “Oh, ho letto un pezzo stamattina che non mi è piaciuto per niente. Ah, ma l’hai scritto tu?”. Una figura che gradirei non ripetere, anche se non posso averne la certezza. Ecco, ecco: certezza. Col Signor G meglio non darle per scontate. La reazione che ti aspetti, è quella che di certo non avrà. Tanto che spesso, prima di vedersi, uno prova a pensare alla peggior replica possibile, sia mai che te la ribalti. Nota: no, non funziona. Sarà certamente una terza “soluzione” non ipotizzata, quella che tirerà fuori dal cilindro. Conigli, pochi. Teneri eh, ma non fanno per lui. Pacchetta sulla spalla e via, ciao.

Se non si ha voglia di visioni forti, meglio non andarci al cinema. Non sempre eh, ma di norma son robe che poi ci rifletti su. Fa un sacco ridere. Ma proprio che certe volte penso che dovrebbe tenere le lectio nelle università, ma di quelle ammmerigane, dove quelli intelligentissimi sono anche simpaticissimi. Almeno, nei film e su YouTube pare sia così. È un po’ una rockstar della parola.

Imprevedibile, il Signor G. Proprio nel momento in cui ti sembra che se la senta davvero calla – come si dice qua a Roma – eccotelotiè, che ti mette sul piatto una fragilità. La prima cosa che ho pensato – questa non contestabile come la questione barba – è che avevo incontrato qualcuno che si metteva davvero in gioco. E menomale. Che di solito tutti a far gli stoici o i piagnoni, senza via di mezzo.

Nel tempo mi ha presentato un bel po’ di amici suoi. Con alcuni ho avuto parecchio da ridire, in vero. Con alcuni parecchio da ridere. Un bilancio positivo.

Il Signor G è pieno di cose, di voglia di vivere, e mangiare, e bere, e ascoltare musica, e ribaltare sedie, e tirar giù madonne, e fare e disfare, e muovere il piede e aggeggiare con il cinturino dell’orologio, e saltare sulla sedia, e farsi gonfiare le vene, e ridere, e fare la faccia tronfia, e quella disperata, e voler bene, e incazzarsi molto.

È un ottimo compagno di viaggio. Ecco, mi viene in mente Mary Poppins: un po’ perché mi ha sempre stimolato simpatia e adorazione, un po’ perché sapeva mettere tutto in ordine (lei con uno scocchio di dita, ma gli altri li faceva sudare), un po’ perché “disciplina”, ma poi sbracava pure lei, un po’ perché è stilosa ed eccentrica, un po’ perché mediava con i genitori, un po’ perché sapeva ridere fin sopra al soffitto, e piangere fin giù a terra, un po’ perché se la faceva “pija’ bene”, con quella storia dello zucchero. E un po’ perché dovevi sapere che c’era e ci sarebbe stata, ma anche che il vento cambia. E quello, lo devi sempre considerare.

mary

 

 

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