La strada nuova

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Il titolo lo metto sempre alla fine, perché così vuole la regola imparata in anni di desk nelle redazioni. Anche se lo scrivi tu, e il titolo in testa già ce l’hai, lo scrivi alla fine. Al massimo ne appoggi uno lì come bozza, che poi quando ci aggiungi parole indicibili per scherzare con i colleghi, ci sta pure che per un errore di stampa te lo trovi la mattina dopo in edicola (no, non è successo a me, ma con una mia foto, per lo scherzo di qualcun altro).

Questa volta il titolo l’ho messo subito, perché certe cose già le sai. E ho saputo che questo era il titolo quando oggi non sapevo dove andare. Ho messo il navigatore, non per il traffico, ma perché non sapevo come, dal nuovo posto in cui sto, si arrivasse al lavoro. In un paio di incroci ho pensato di riconoscere angoli già visti per altre vie (era così), ma è stato più una distrazione che un esercizio di quelli che mi piace fare quando ho un po’ di tempo e posso permettermi di perdermi. Andavo piano, per questi pezzi di strada che non conoscevo. Più piano del solito. Il motorino dietro voleva superare, ma ho lasciato che avesse lo spazio per farlo. Andavo piano come quando sei a piedi e vedi che il terreno è sdrucciolevole e sei in discesa.

Andavo piano e guardavo intorno.
Certe mura della città, una stazione che non avevo mai visto, una struttura verde che sale sul colle e cosa diamine sarà. Qualche negozio e t’oh, un benzinaio. Ho metà pieno, ma poi mi servirà di rifarlo, e dove vado. Mi è sembrata una strada lunghissima, anche se era più breve di quella a cui ero abituata. Un supermercato, due supermercati. La farmacia, metti che serva, comunque in macchina. Va bene, segno.
Ma dai, ecco la svolta per l’ufficio del montaggio dove sono venuta a dicembre: adesso sarebbe comodo, se fosse ancora lì.

Riconoscevo solo pezzi del tragitto dell’intero percorso: che buffa coincidenza. Le strade ti portano da A a B e alla fine, a pensarci bene, se qualcosa sfugge inafferrabile in mezzo, non era evidentemente meritevole di memoria. Nella testa ti restano le porte meravigliose che non hai mai visitato o gli abusi edilizi, come i ricordi di cose belle o le ferite più grandi. Il resto fa numero, sono incroci con la segnaletica orizzontale sbiadita, inutile come le frasi vuote che sanno pronunciare solo le persone a cui la vita convince troppo poco.

Procedevo, niente musica nello stereo: dovevo sentire solo il rumore del tragitto. Fuori e dentro. Mica penserete che ci sia ancora una qualche differenza.
La guida mi è sempre piaciuta, è una di quelle cose che più riflette come sto, quasi quanto il sesso. L’andamento, la predisposizione o meno all’ascolto dell’altro, l’attenzione: aspetta, ma sono io, o sei tu a essere troppo distante?

La strada nuova può farti tremare i polsi, ma solo finché non arrivi. E ci arriverai, perché sai guidare.

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