Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti

La camminata della domenica, olfattivamente parlando

C’è il sole, ma non è agosto; sono settimane che non fai una camminata come si deve (ok, solo due, ma non basta). Quindi è il caso, Diletta, che tu decida di riprendere l’asfalto (è lì che sei abituata a zompettare) e vada.
Pessima idea, olfattivamente parlando. La domenica mattina per strada, anche in quelle della periferia (ok, non siamo all’estrema periferia di Roma, ma manco a piazza di Spagna), trovi tutto quello che la notte prima è passato di là. Nell’aria, e per terra.
Un-due, un-due, un-due: il respiro affannoso non lo sento, la musica nei cuffioni è troppo alta. Comincio a sudare quasi subito, paonazza in volto (e sai che novità), per la troppa sedentarietà, le troppe sigarette, il troppo di tutto delle ultime settimane.

Passo il Qube e sento odore di cicche spente. Come se le sigarette fumate all’ingresso da tutti quelli che ci sono stati la notte prima attraversasse le spesse porte di metallo (ferro? boh) dipinte di colori sgargianti. Comincio a pensare che il tratto scelto (Portonaccio/Verano/Tiburtina/Prenestina/Casa) non sia stata una brillante trovata. Ma non mi va mica di cambiarlo ora.
Dietro i cassonetti, che ve lo dico a fare. Passo il cavalcavia della Tiburtina senza essere stirata da nessuna macchina (ma la domenica, non stavano tutti a casa?), e ricomincia il delirio olfattivo. Piscio, e non solo. Non è di cane, questo è certo. Ho quasi la nausea, poi penso che oh, qualcuno è costretto a fare dei piloni del cavalcavia il proprio water.
Non fa passare la nausea, e tiro dritto che quasi corro, per non sentirlo più. Arrivo sulla Tiburtina che costeggia il Verano e mi sembra che l’aria migliori. Sento la puzza degli scarichi, e ancora qualche zaffata, vicino agli alberi.
Ci sono macchine che sono case. Uno ha messo le ciabatte sotto l’auto, come si fa con lo scendiletto, una accanto all’altra. Un altro ancora ha una bacinella, sempre sotto la macchina. Manca poco e pesto una forchetta abbandonata. Una forchetta. Ci sono fazzolettini, fazzolettini ovunque, accanto alle panchine. Pezzi di cartone.

Mi sento quasi a casa d’altri. Senza quasi, ci sono dentro, vestita da ginnastica, con la polo figa di Ichnusa, le scarpe pulite e i cuffioni trendy. E mentre vedo e sento – soprattutto sento, e penso che villa Torlonia due settimane prima non era stata affatto male, a confronto – penso alla disciplina. Quella che non mi riesce tenere praticamente in niente, lavoro escluso. Ma quella è voglia e passione e senso del dovere. Mi sa che non c’entra. La disciplina che è necessaria, ma mi sembra sempre necessaria per gli altri, e io finisco sempre con un chissenefrega.
Almeno fin quando non sento la necessità (ma allora non è disciplina, è bisogno), di indossare gli abiti della camminata (che manco sono professionali) e andare in giro, nei posti dove stanno gli altri. Nelle loro case del sabato sera.

 

Cristina Donà: nella musica e online, prendiamoci il tempo

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Chi ha ben presente chi è, non avendo paura di pensarsi diverso (magari ogni volta), si riconosce subito. Cristina Donà non gesticola compulsivamente, non ha il tono di chi detiene le verità assolute sulla musica – figurarsi sul mondo -, non ha fretta. Nessuna spocchia da “Madonna della musica indipendente” (così la chiama Arisa).
Trasmette la calma di chi ha cambiato pelle molte volte e può farlo altrettante, restando riconoscibile. Racconta la nascita del suo nuovo disco –  autoprodotto e scritto con Saverio Lanza –  “Così vicini” (Qbl/Believe Digital), come la necessità di narrare uno spazio intimo: “Ho scelto non di ‘rinchiudermi’, ma di guardarmi dentro. Non per isolarmi, ma per recuperare una parte quasi umanistica che ormai si fatica a trovare. E non voglio fare la nostalgica che si lamenta”. Sarebbe facile infatti, cadere nel tranello dell’interpretazione del ritiro scettico, dell’analogico contro il digitale, della calma contro la frenesia, e mille altri stridori di quella “società liquida” che, dice, a volte la angoscia, a volte la incuriosisce. “Sono la prima ad andare a vedere condivisioni e like, a leggere i commenti di dissenso, e perché no, a sbirciare le pagine degli altri. Ma ci tengo che i contenuti siano miei”. E si vede, perché è riuscita a rendere coerente la sua identità anche online, su Facebook in primis. Post lunghi, con un linguaggio curato, e temi mai buttati lì per caso. “È la stessa modalità che uso per le mie canzoni: vuoi sentirle? Devi prenderti il tuo tempo”. Non sopporta l’idea di finire nel calderone della musica di sottofondo (“la musica è emotività, e l’emotività non può stare in sottofondo”), di quella studiata per poter girare nei locali tutto il giorno. “È facile cadere nella dipendenza, come più semplice prendersi cura di una causa qualsiasi piuttosto che ascoltare le persone che hai accanto. La possibilità di avere a disposizione tutte le informazioni può dare l’illusione di essere in pace perché si è preso coscienza delle cose, ma spesso è una coscienza superficiale. Da questo cerco una distanza”. (altro…)

Sono tornati Tokio Motel

I Tokio Hotel sono la dimostrazione che tocca fare attenzione a chiedersi, di tanto in tanto, che fine abbia fatto qualche artista. Perché certi tornano. Loro, ad esempio. Parliamo di una band da 7 milioni di copie vendute nel mondo, 160 dischi d’oro e 63 dischi di Platino in 68 paesi, oltre 100 premi nazionali e internazionali, e palazzetti e arene riempite, e orde di ragazzine svenute. Per cui inutile star lì a fare gli schizzinosi.

Dopo il silenzio che aveva fatto credere – male- ai più che i fratelli Kaulitz si fossero infilzati a vicenda con le creste emo (eh lo so, una volta erano dei punk), si son ripresentati. Dice che sono cambiati, e per sbattercelo in faccia (o sbattercela, viste le scelte fotografiche del singolo di cui sotto) sono tornati in questa versione – estetica- che in molti hanno definito shock (o meglio, così ce li hanno presentati, e tutti appresso a riproporre la stessa formula).

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Andiamo al punto: il singolo di lancio (via pagina Facebook ufficiale, viralità, belle cose, etc), “Love who loves you back”, il cui messaggio sarebbe pure positivo (amiamo chi ci ama, e chi non ci ama se la pigliasse in saccoccia), ha colpito, chiaramente, per un altro motivo. I giovani tedeschi hanno girato questo video orgiastico in cui il frontman, ora biondo e pieno di piercing in ogni dove (fino a quale ogni, non lo vogliamo sapere) si fa allisciare da una quantità considerevole di fanciulle, le bacia, le tocca, e gira dispensando parole al suo intorno. Intorno nel quale tutti baciano tutti, qualcuno fa sesso contro un muro, e via dicendo, con tutte le digressioni immaginabili.

E quindi? E quindi niente.

Il cambio di look non sconvolge nessuno: chiunque ha attraversato varie fasi, e il leader, nello specifico, non si è mai fatto alcun problema a eccedere con capelli, trucco, abiti di scena, e via di seguito. Son passati anni, e grazie e Dio che non ti vesti ancora come un emo, altrimenti avremmo dovuto consigliarti uno bravo (ce l’abbiamo, in caso).

Il video-orgia: oh, contento tu. Sembri la versione scema di Miley Cirus (che già),  e sei pure arrivato in ritardo, ma non sarà un po’ di sesso in discoteca a scioccare le folle. Peraltro, che i giovanotti fossero sensibili al tema, non l’hanno mai nascosto. Nel 2009, quando li incontrai con altri colleghi in un hotel di Roma, parlarono delle fan nostrane: “Hanno un grande temperamento – disse Tom – ci mostrano i cartelli con scritto “Prendimi!” (e versioni meno “eleganti”, ndr) e questo ci piace».

Certo, esasperare i concetti è una cosa che non trovo sempre funzionale: non bastasse il video, ci avete mostrato una patata-mouse. Il che, francamente, rimarca inutilmente un concetto già espresso (e scusate, ma fa pure schifo graficamente).

Ma passi pure questo, andiamo oltre. Avete 25 anni, e ci mostrate che fate sesso, che sapete “provocare”. Fantastico. Ma se la sottesa richiesta era “adesso potete trattarci da adulti quali siamo (vedete, facciamo anche lezioni di sessualità)”, allora da grandi, se ce lo chiedete, vi ci trattiamo. Ebbene, figliuoli. Non era il video che dovevate fare da grandi, ma il disco. Perché questo fate: canzoni. E allora, parlando di “Kings of Suburbia”, non ci siamo. Posto che quanto ve la siete sentita calla (come si dice a Roma) a presentarvi con 15 tracce (oh, quindici). Ma fossero almeno degne. Il singolo nel quale sembrate proporre una nuova modalità alla wannabe Daft Punk (è iperbolico, fermi tutti), non trova una corrispondenza nel resto dell’album manco a pagare. Qualcosina si salva, qualcosina (tipo “Girl got a gun”, è quella tamarreide che resta in resta, nonostante il video orendo). I numeroni il disco lo farà lo stesso, vi stavano aspettando. I live ci saranno, e via così.
Ma se restiamo sul pezzo, si stava meglio quando si stava che voi provavate a fare rock (pop, ma più incazzati) e non vi cimentavate in troppe strade diverse senza dare coerenza al filo totale del disco, insistendo su elettronica e dance, col solo risultato di partorire tracce che puzzano di naftalina. Ma visto che è anche (soprattutto?) sbagliando, che si cresce, possiamo stare tutti tranquilli.

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(ph: Tokio-Hotel-(c)-2014-lado-alexi)

I baci sono pragmatici

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Ci sono dei baci che si incastrano. Te ne accorgi subito, non c’è bisogno di raccontarsi fandonie.
Per carità, poi se non si incastrano non sarà mica un delitto, ma insomma.  È come quando cerchi parcheggio: se giri, e giri, e giri, prima o poi lo trovi, ma vuoi mettere la soddisfazione di arrivare sotto casa e incrociare quello che se ne sta andando proprio-proprio in quel momento? Non ce n’è per nessuno.
E nessuno me la meni con il paragone poco romantico: i baci son pragmatici.

Quei baci lì che si incastrano come se le labbra si fossero messe d’accordo mesi prima, e sanno esattamente dove andare (non solo le labbra, in vero).
Quei baci lì son belli-belli che sei contento da non crederci, e al tempo stesso un po’ sei già triste. Perché son baci maledetti. Son quei baci che maledici quando poi non li trovi più. Alcuni migliorano col tempo, decantano, ma non sono come quelli lì.

Quelli lì che sembra facciano tutto da soli, come se avessero vita propria (e infatti ce l’hanno), e non hai tempo di pensare a niente. Non devi.

Quei baci lì sono come un bel tramonto in mezzo alla città. Se ti impegni a raggiungere un belvedere, magari ti porti dietro anche la macchina fotografica e niente da dire, la tua soddisfazione è quasi preannunciata. Hai faticato, e l’avrai. Ma vuoi mettere quando sei lì che smadonni nel traffico, ti giri e oh, c’è un cielo che non si racconta. Non ce n’è per nessuno.
(Questa metafora andava meglio?)

Neanche quei baci lì, li racconti. Ci provi, ma non serve. Stanno lì, e lì staranno. Ti ricorderanno gli incastri che non hanno bisogno di spiegazioni. Che stanno negli occhi (anche quando chiusi), e nelle mani. Nei corpi adesi, incastrati anch’essi, nonostante le diverse altezze (questa è una cosa inspiegabile, davvero). Stanno nelle lontananze e nei silenzi. Ogni tanto, può esser capitato, di dirselo, quanto fossero belli. Forse per ricordarsi di non perderli. E se poi succede, è per ricordarsi che sono maledettamente incastrati.

Un’altra volta

 

ricci

Ciuffi arricciati, le tue molle. Ci salti sopra, e gli occhi seguono. Veloci-veloci. Vieni qui, dove vai. I colori sono tutti lì, sul copriletto. Non lo vedi che è una tavolozza? Prendili e impiastricciati le mani. Mischiali, giocaci: non ci sono regole. Suonami, ché anche io ho le corde. Sulle righe, su quelle scrivo io, lasciale a me.

Vieni-qui-io-me-ne-vado. Sto andando sento la testa che va e boh non lo so dove se ne va ma se ne va mi sto perdendo.

E tu corri, inseguila. No anzi fermati, stai qua. Tanto torna, dove vuoi che vada. Ha bisogno di una casa, che poi saresti tu. Se non erro. Falla uscire, falle prendere aria, insomma lasciala anche un po’ libera, checcazzo. Nessuno mai vuole stare costretto. Cioè qualcuno sì, ma son quelli che non stanno bene, lascia perdere.

Io? Vabeh io ora predico, lasciami predicare. Razzolare è una fatica. Ma mi ci impegno, sai. Giro vado faccio brigo ritorno e razzolo. Ah sì, razzolo una bellezza.

Il mio razzolare non è raffazzonato. Non qui, almeno.

Saltano le molle saltano gli occhi di qua e di là. Mi piace seguirli, così seguo te. No, non voglio inseguire, ma seguire. È differente. Pensaci, e mi capirai.

C’è tutta una roba là da seguire, e nessuno sa cos’è. Quello è il bello: se no, sai che noia infinita. Metti che qualcuno lo sapesse, cos’è e dov’è, che fa, che pensa, dove si fermerà, perché e per come (dimmi quando quando quando). Una noia mortalissima.

 

Non mi annoio in genere. Io sono una di quelle che si ferma, non che si annoia. Comunque questa è un’altra storia. C’è un tempo per tutto, ci sarà anche quello. Te lo vorrei raccontare, di quando mi fermo. Facciamo un’altra volta. Adesso non mi va.

Come quando mi hai fatto le fragole

“Ho le fragole in frigo!”  Che bello quando ti ricordi di avere una cosa che avevi dimenticato (quasi come quando trovi 5 euro, o meglio 20, in un borsellino dove non tieni i soldi, o in giubbotto, o in un paio di pantaloni).
Non avevo voglia di alzarmi, lo hai fatto tu.
Erano buonissime. Ci avevi messo quella crema di melograno che io, per dirti, non ci avrei mai pensato. E mi piaceva (la crema, tanto quanto il fatto che io non ci avrei mai pensato).
Non so come, ma si era pure sciolto lo zucchero di canna.

Always on: “Non è dipendenza”

 

Intervista al sociologo Davide Bennato, all’interno del reportage pubblicato il 21 luglio sul Fatto Quotidiano
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Inserire codice di sblocco. Controllare mail, controllare notifiche Facebook e meteo, prima di uscire; Gmaps o Waze, per verificare distanze e traffico. Bella la canzone in radio, chissà chi è, via con Shazam. Sarà qui vicino quel bar carino? Controllare Foursquare, o Tripadvisor: dieci minuti di ordinaria amministrazione, o dipendenza cronica da device mobile (leggi smartphone)? “Non si può parlare di dipendenza senza considerare un’altra domanda – risponde Davide Bennato, autore di “Sociologia dei media digitali” (Laterza) e docente all’Università di Catania – E cioè quali siano le ragioni del nostro legame con gli smartphone”. La valutazione non può prescindere da due parametri: “Il primo, è il modello culturale dell’accesso. Insieme a una serie di strumenti chiave, che vanno dal denaro alla carta di credito, fino alle chiavi di casa e quelle della macchina, i telefoni sono strumenti che ci permettono di accedere a qualcosa. In questo caso, alla nostra rete di contatti. Un aspetto caratteristico della telefonia mobile che è andato intensificandosi quando i cellulari hanno iniziato a fare molto altro (quasi tutto: ormai di “telefono” hanno poco e nulla), diventando così la controparte mobile della nostra identità digitale”. Il punto non è l’attaccamento al mezzo in sé, ma a cosa quel mezzo permette di fare. “Il secondo sistema che interviene è quello classico delle aspettative. Facciamo un passo indietro: quando si conosce una persona, si tendono a dare per scontate una serie di cose. Un esempio banale: do per scontato che sappia leggere e scrivere, o che abbia la patente. Traslato in ambito digitale, il sistema di aspettative fa dare per scontato che una persona sia “always on”, cioè sempre raggiungibile (e/o connessa)”. Un meccanismo che si individua facilmente nei corto circuiti, come ad esempio la ricezione di un messaggio su Whatsapp. Nel sistema di messaggistica istantaneo che ha soppiantato di gran lunga l’invio di sms (e mail), la grafica segnala quando il messaggio è arrivato a destinazione. Arrivato, non per forza letto. E anche qualora l’utente risultasse connesso, non è detto che sia impegnato nella lettura del messaggio in questione: potrebbe essere alle prese con un’altra conversazione. “A volerla dire in maniera meno luddista possibile, non siamo dipendenti dal mezzo, ma dai nostri amici. Se il telefono non ci facesse accedere alle nostre reti di contatti, varrebbe quanto un Tamagotchi, e anzi meno”.
Detto questo, è chiaro che atteggiamenti di overload esistano. “I sociologi hanno sempre difficoltà a parlare di dipendenze – continua Bennato, docente alla Lipari School on Computational Social Science – perché ogni nuovo media, o nuovo uso di esso, si porta dietro l’effetto “corruttore di nuove generazioni” e “generatore di patologie”, ma sono entrambe, in modo diverso, costruzioni ideologiche. Ci sono nevrosi che si rafforzano attraverso l’uso intensivo, ma queste attecchiscono su profili psicologici predisposti a sviluppare un certo tipo di reazioni. È come quella che viene definita road rage, cioè la tendenza a essere aggressivi alla guida. La domanda è: vale sempre?”.
Insomma, è come sostenere che i tradimenti siano incentivati dall’uso di Facebook: “Anche in quel caso, la questione è la possibilità di incontro nella quale si inserisce il social network. Ma il cambiamento lo noti sull’effetto di scala: si possono avviare più tentativi contemporaneamente”. La differenza, secondo Bennato, sta nell’“industrializzazione del sistema di rimorchio”. “Anche i selfie  -provoca – non sono interessanti di per sé: lo diventano quando cominciano ad essere milioni”.

E sull’industralizzazione del rimorchio, si ritorna facilmente al tema del successo delle app per incontri: “Hanno istituzionalizzato il sistema di incontri (istituzione intesa in senso sociologico come rapporto che serve a far fare qualcosa alla società, qualcosa che si concretizza dando forma a un’esigenza)”. Ognuno ha le sue ragioni per usarle, che vanno dalla maggiore agilità nel dietrofront relazionale, alla gestione di un diverso approccio, fino alla legge dei grandi numeri. In ogni caso, sono diventate vere e proprie infrastrutture: “Prendi Tinder, appunto (vedi articolo a lato, ndr). La geolocalizzazione li fa diventare dei veri e propri stabilimenti balneari, nei quali uno arriva e cerca relazioni, in base al grado di impegno che vuole investire. Flirt, ricerca del partner, etc: “Stabilimento balneare Tinder””.

App, il sesso senza la paura del “no”

Un reportage sul mondo delle app per incontri, uscito il 21 luglio sul Fatto Quotidiano, insieme a un’intervista al sociologo Davide Bennato. 

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Anche lui è un po’ in anticipo. Occhi scuri, pizzetto: è uguale alle foto che ha messo sul profilo Tinder, l’app di incontri. Si avvicina titubante, qualche secondo di imbarazzo. Ha poco tempo, dice, va di fretta, controlla il cellulare, ma poi resta due ore a chiacchierare, anche se il telefono squilla e continua a segnalare notifiche. È un giovane ingegnere, si esprime bene, ha il pensiero svelto. Sono più di due settimane che usa il servizio fornito da Tinder: l’applicazione, esclusivamente mobile, geolocalizza le persone vicine (di quanto, è chi la usa a deciderlo), e le segnala. Dopo di che, l’utente sfoglia i profili altrui, indicando un cuore (corrispondente allo “swipe” verso destra sullo schermo) se gli piace, o meno (in quel caso sceglierà la crocetta o lo swipe verso sinistra). Se anche l’altra persona, nel suo sfogliare, ha espresso un gradimento, il contatto è attivato. “It’s a match”, dice. Può anche non succedere niente, se nessuno dei due inizia a parlare. O può succedere tutto molto velocemente. E di “match”, questa app, ne faceva, a febbraio scorso, 10 milioni al giorno (a fronte di 750milioni di swipe, cioè il movimento “sì”, “no”). Viaggiava verso il bilione in totale, con il 57 per cento di utenti attivi che usava l’app ogni giorno, più volte.

 

In due settimane J.M., l’ingegnere, ha chattato con una ventina di ragazze. Ne ha incontrare cinque, e con due ha fatto sesso. Niente male come bilancio. Non usa altre app per incontri, anche se ce ne sono a bizzeffe. OkCupid, Tingle, Brenda e Dattch (per lesbiche), la storica Grindr (per gay), la nuova Happn (sostanzialmente identica a Tinder, ma francese), e una sfilza che neanche si contano.
Si stupisce delle domande sulla sicurezza, sui timori di incontrare sconosciuti, sulla modalità randomica di scelta. “Se stai su Tinder, è perché vuoi sesso, e se mi rispondi, è perché in teoria ti può andar bene farlo con me. Così elimini l’unica grande domanda che ti potresti fare in un locale, ovvero “Ti piaccio?””aveva risposto in chat.  Dal vivo, incalzato, continua il ragionamento: “Pensaci: la fortuna di tutte le app o servizi di successo, è che ti risparmiano molte domande. Si azzera la paura del rifiuto”.  Eppure, a prima vista, tutto si potrebbe pensare, meno che uno come lui possa temere un rifiuto. “Beh, ma credi che si possa approcciare qualcuna per strada senza vederla scappare? – replica – È il contesto a essere diverso: se tu sei in una cittadella universitaria e attacchi bottone, nessuno si stranisce. Se superi il cancello dell’ateneo, già le reazioni cambiano”.

 

Anche Dario, che va per i 40 e lavora nella comunicazione, sulla carta non avrebbe il minimo problema a intercettare l’interesse delle ragazze. Di argomenti ne ha quanti ne vuole: “Ero curioso. Mi sono trovato single, e ho deciso di gigioneggiare un po’”. E così anche lui ha incontrato, dopo una settimana di chiacchiere, cinque ragazze. Con un paio è andato fino in fondo. “Se avevano paura? Sì, una continuava a comunicare alle amiche i nostri spostamenti, anche se era pieno giorno, e camminavamo per il centro”. Fa un lavoro che lo espone, conosce persone nuove ogni giorno. E allora? “Perché un’app? In effetti non mi serve. Ma visto che c’ero, ci ho giocato un po’”.

 

 

 

Tinder, in tutto questa sfilza di “hey, come va”,  “di che zona sei”, “parliamo di musica”, e quantità di notifiche da perderci il sonno, sembra quasi un mondo a sé. La maggior parte degli utenti mette a disposizione più foto sul proprio profilo (in automatico prende quelle di Facebook, attraverso cui passa l’iscrizione): si vede il viso, spesso il fisico, e anzi, sembra che la selezione sia fatta con cura (specie per le fasce d’età giovani, abituate a usare i social network). E l’impressione del take it easy, è abbastanza chiara. Non è un caso. Luca Sartoni, Growth Explorer per Automattic / WordPress.com, spiega che sia Tinder che OkCupid, per ragioni diverse, sono considerati degli “standard” nel mondo delle applicazioni mobili. “Sono punti di riferimento per quanto riguarda l’usabilità (user experience, cioè l’esperienza utente) e la capacità di trattenere chi si è appena iscritto – spiega – Per quanto concerne Tinder, già il fatto che nasca solo come app, e quindi che lo studio e lo sviluppo si concentrino sull’esperienza mobile, è già indicativo”. E poi, racconta, è stata portata avanti una lunga campagna di promozione nei campus universitari americani, specialmente nelle confraternite femminili, per creare una massa critica di donne. “È importante anche la forte connotazione territoriale dell’app”. E questo lo confermano vari utenti: le differenze di approccio cambiano da città a città in Italia, e da Paese a Paese. “A Madrid ce l’hanno  tutti, Tinder – scrive Javier – Non è per forza detto che si usi per fare sesso. Anzi, io girando molto, lo utilizzo prevalentemente per prendere birre con qualcuno e conoscerlo. Poi, quel che viene, viene”.
Va meno per il sottile Luigi, professionista (di che settore, preferisce non dirlo), che per lavoro gira il mondo: “Io non ho tempo da perdere, e preferisco chiarire subito gli intenti. Se nelle chat chiedi subito “Facciamo sesso?”, scarti la metà degli interlocutori che non sono interessati. Persino un “no”, avvia una buona conversazione”. Luigi è il primo a seguire qualche dritta di buon senso, nonostante l’approccio one-night-stand, che è un po’ quello dell’app americana “Pure”, creata appositamente per fare sesso con gli sconosciuti (un’ora di tempo per parlare dal momento della geolocalizzazione, senza necessità di fornire nome o altro; basta la foto, e se nei sessanta minuti non si fissa l’appuntamento, il profilo scompare nel nulla). “Non incontro persone se non dopo averci parlato qualche volta – spiega – perché credo che la chat  non sia poi molto distante dalla realtà. Ad ogni modo, il primo incontro si fa in un luogo pubblico, e di giorno: chiunque deve essere libero di andare via quando crede”.

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Roberto, trentenne che lavora nel marketing, usa Grindr da molto tempo, e sfata il mito del nerdone che sta dietro al computer in cerca di millantate identità: “Credo che quello stereotipo sia ampiamente superato, e questo, ancora una volta, è merito di Facebook: in molti lo usano per “rimorchiare”, e ha sfatato un po’ di miti, portando le persone a una maggiore tranquillità nel parlare con gli sconosciuti. Le app sono solo un altro modo di conoscersi”.

E infatti, cambiano i mezzi, ma non la sostanza. Gli approcci possono sono vari.

Durante l’incontro con J.M. il tablet nella borsa scoppia di notifiche delle molte chat attive su OkCupid: a 10 minuti dall’iscrizione almeno 5, anche se le informazioni fornite (la app consente di approntare profili molto dettagliati, e per questo è considerata uno standard) sono pochissime. Eppure, uomini nelle vicinanze iniziano a scrivere subito, e sono piuttosto incalzanti: “Beh, se il tuo punto di forza è il sorriso, perché non me lo fai vedere, davanti a un gelato?”. Anche un altro paio lanciano subito l’idea dell’incontro, dopo appena due scambi di battute (inclusi il “ciao”, e il “che fai nella vita”). Altri chiacchierano amabilmente. Tingle ci mette un po’ a ingranare: la grafica è poco curata, e il meccanismo di funzionamento macchinoso. Ci sono i “punti karma”, e una serie di meccanismi poco chiari di avvio della chat. E infatti, dopo poco, Max scrive “non riesco a mandare altri messaggi, se vuoi, il mio cell è questo, per usare whastapp”. Poi realizza che forse il numero, l’altra persona, non glielo avrebbe dato. Prova con la mail.

 

 

 

 

 

Un giro. Tondo. Casca la giacca.

L’altro giorno sono entrata in un fiore, tutto colorato. Cosa vuoi che m’importi se non mi credi. Era una gerbera arancione, il mio fiore preferito. Credo.
Anzi, sì: è il mio fiore preferito. È simpatico e caldo. Mai superficiale. Forte, slanciato, senza foglie, coi petali fitti, spessi, corposi. Ti fa venir voglia di mangiarlo. Ci ho fatto un giro. C’era il sole, e poi non c’era più. Nuvole a sfare, buttate là a manciate. C’erano quelle brizzolate,  quelle bianche, quelle indecise, quelle che si vergognavano, in seconda fila. Un buon odore, di cose nuove.

Poi boh, a un certo punto mi son trovata che camminavo per strada, e non mi fregava niente di inciampare nella gonna, e uno mi è caduto davanti in bici, ma si è rialzato così veloce che non gli ho chiesto nulla anche perché forse era ubriaco e poi che faccio offro aiuto a uno che cade mentre piango dai, c’è da mettersi a ridere. E insomma camminavo con questi auricolari spenti nelle orecchie e ho sentito urlare qualcosa mi son girata e una ragazza stava gesticolando, ché mi era caduta la giacca. “Menomale che mi hai sentito con le cuffie”, mi sorride, “ah, sono spente”. Non sono inciampata nella gonna, ma mi è caduta la giacca.

 

Lo Stato Sociale: quanto è facile parlare alla pancia

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Due cose buone del nuovo disco de Lo Stato Sociale: l’ultima traccia, e la scelta di devolvere le royalties delle prime due settimane di vendita a Emergency.
Per il resto, “L’Italia Peggiore”, in uscita il 2 giugno, è un generatore automatico di sentimenti contrastanti. Una serie di editoriali cantati – parlati, soprattutto – che fanno appello alla polemica di pancia di grillina memoria che ruffianeggia fastidiosamente. “A chi non crede alle favole e ti fa sempre la morale”, “A chi non vota mai e ti dà sempre un voto” per citare stralci di “C’eravamo tanto sbagliati”. Non si può non essere d’accordo, non si può non tenere il tempo di questo electro pop ibridato, ma come dire: troppo facile. Per usare le parole di Francesco Farabegoli, sul blog Bastonate: “Una riga di testo che mi apre la testa, in mezzo a dieci che magari fan venir voglia di staccarla a qualcuno”. I cinque di Bologna replicano il modello del precedente “Turisti della democrazia”, ma lo stato – delle cose, stavolta – immutato. “Istant classic”, con Caterina Guzzanti, è un troppo facile biasimo alla prassi dell’autoscatto condiviso in rete. “Questo è un grande paese”, con Piotta, ha un ritornello pronto all’uso per i remix estitvi. “Linea 30”, onore al merito, racconta la Strage di Bologna attraverso lo sguardo di un autista del bus (il padre di chi canta). Quasi un documento storico. Ne avessero fatti di più.

(Il Fatto Quotidiano, 30/05/2014)

ph credit: Luca Reggiani