Paolo Benvegnù: ‘Emergente a cinquant’anni per la legge della supposta’

Diletta Parlangeli>Roma
Dietro le profondità più ampie c’è sempre una grande ironia. Sembra avercelo scritto in faccia, Paolo Benvegnù, mentre davanti ad un caffè, seduto al bar che fu di Pasolini (Necci, quartiere Pigneto di Roma, lo stesso dove gli tocca creare nuovi pezzi in cuffia anche alle 4 del pomeriggio per non disturbare). Spiega la fase che segue quella chicca musicale che è stata il suo penultimo “500” tra una mimica accesa e qualche definizione che lascia intravedere tutta una filosofia del soggetto. Lontano dalle chilometriche etichette che tanto piacciono a chi scrive di musica, lui si definisce «uno che scrive canzoni e le canta».
Semplice. “Dissolution”, è ilsuo live registrato a Roma lo scorso dicembre, quando sul palco ha trovato una sezione di fiati e archi ad arricchire la formazione.
È anche un the best of?
Ma no, uno come me non può fare un the best of! Abbiamo registrato in questo caso perché abbiamo avuto a disposizione un’orchestra… Sarà una cosa da ricordare quando ci troveremo tra qualcheanno davantiad una birra con le barbe alla ZZ Top.
Beh, non che non ci fosse, il materiale per una raccolta.Lo interpreto come un disco che spieghi come i testi di Paolo Benvegnù abbiano sempre parlato di una ricerca personale e dell’amore: “Io contro di te, tu contro di te, e io contro di me”.
Tutti contro tutti.
Eheh no, da qui in poi si supera la fine dell’educazione sentimentale e si comincia con atmosfere più rilassate, leggere.
Come in “500”, giusto?
Sono molto affezionato a quel disco perché è stato un trovare il nucleo, la radice. Finché non risolvi la questione tra te e il vuoto, non riesci mai a stare al centro.
E il prossimo disco?
Arriverà in primavera, sono a metà scrittura e sono contento. Mi fermerò spesso su riferimenti storici, parlerò proprio del vuoto, e di come l’uomo ci è arrivato.
Alla faccia della leggerezza.
(Ride, ndr) Beh esiste un’auto censura. Forse è una cosa che non tange Venditti, ma me sì.
Guardi che lo scrivo.
Ok. Come in tutti i lavori, c’è un’etica. L’importante per noi è trasmettere, ma non tornare mai indietro nel percorso, no usare sempre la stessa formula, studiare soluzioni spiazzanti.
Anche musicalmente?
No, da quel punto di vista resta la voglia di ambire al triangolo magico “melodia- armonia- testo”. Io non l’ho toccato, ma ho trovato una chiave per “rasentare il rasentare”. Tendere è già nobile, dopotutto.
Mina che canta la sua “Io e te” che effetto fa?
Mina è brava.
Quanto entusiasmo…
Intendo dire che è come ilmare: stai lì e lo contempli perché è meraviglioso. Lei ha tutta la grazia e la forza di una donna espressa, che ha vissuto. Poi l’arrrangiamento lo puoi fare come vuoi, ma io vedo il mare.
E delle reunion che pensa?
Ce ne sono di importanti, vedi i Pixies. L’altro giorno sono stato al concerto dei Litfiba.
Ah, com’e r a?
Pelù aveva un’energia enorme, la gente impazzita: toccava parcheggiare in Casentino.
Quindi il revival pagano?
Perché in Italia funzionano due cose: la nostalgia, e la legge della supposta.
Alla prima ci arrivo, la seconda andrebbe spiegata.
La suppostafa unpercorso strano, fa passare del tempo prima di funzionare. Questo spiega certi meccanismistrani dell’Italia, in cui io a 50 anni sono un “cantautore emergente”, così come Mazzacurati lo è come regista, ecimancapocoancheScola!
(DNews 28/07/2010)
Sbrigati, non c’è senso da perdere
Il tempo cattivo e quello buono non sono e non fanno. Tutto il tempo che c’è è buono e cattivo insieme. E’ come dire che quando ci si guarda negli occhi significa per forza qualcosa. E’ quando non ci si fissa, al massimo, che qualcosa s’intende. Ci si può guardare negli occhi anche solo per fare del tempo. Del buono o del cattivo tempo, o forse tempo da perdere.
Il tempo, del resto (e come il resto), è senza senso. Poi se lo cerchi, al massimo lo trovi. Sempre che tu abbia degli avanzi di tempo in cui farlo.
Se qualcosa valga la pena, prendi l’esempio, lo scopri dopo. Quando in giro t’è rimasto del tempo. O del senso da perdere.
‘Nun je da retta Roma’: i Baustelle omaggiano la Capitale live
Diletta Parlangeli>Roma
«Nun je da retta Roma che t’hanno cojonato»: fa una certa impressione sentire queste parole (del brano di Magni-Trovajoli, ‘73) provenire dall’ugola di Francesco Bianconi, toscano di origine e milanese d’adozione. Eppure i Baustelle mercoledì hanno regalato al pubblico di Rock in Roma (Ippodromo delle Capannelle) un omaggio alla città. Un medley appositamente studiato per la Capitale che ha affiancato al perfetto assemblaggio di voci con tanto di riuscitissimo controcanto sul ritornello «Vojo canta così fiorin fiorello…» alla loro “Piangi Roma” (nella colonna sonora del film “Giulia non esce la sera”). «Lo abbiamo provato solo questo pomeriggio - ha annunciato Bianconi dal palco – vediamo come viene». La risposta del pubblico entusiasta non ha tardato a venire, nell’ambito di un concerto che ha smentito la leggenda (comprovata da riprese di vecchie performance e testimonianze di fans) che voleva il gruppo un gradino sotto nel live a confronto degli ineccepibili lavori di studio. Questa volta sono state forti sia le parti strumentali – come nel finale di “A vita bassa” – che quelle vocali – vedi “La canzone del parco” o la splendida “Il sottoscritto”. La scaletta ha indugiato sui brani del loro ultimo cd (Atlantic/Warner Music), da “Le rane”, “Gli spietati”, “La bambolina” a “San Francesco” ed ha ripercorso un po’ di passato con “En”, “I provinciali” “Il corvo Joe” e “La moda del lento” («Questa è per chi dice che erano meglio i Baustelle di una volta» ha detto Bianconi presentandola). I quasi venti brani sono scivolati via bene nella sera d’estate, tra l’applomb del silenzioso Bianconi, il ritmo di Rachele Bastreghi (acclamatissima dal pubblico) e l’energia di Claudio Brasini alla chitarra. Il resto è un buon lavoro di Alessandro Maiorino (basso), Ettore Bianconi (tastiere), Diego Palazzo (chitarra), Paolo Inserra (batteria)e dal polistrumentista Roberto Romano (flauti, clarinetti, sax, glockenspiel, percussioni). Peccato sia mancata “Charlie fa surf”, non c’è stato tempo: a mezzanotte tutti a casa.
(DNews, 16/07/2010)
Il gelato

“Tieni, che ti ci compri il gelato”.
Pare che esistano i gusti per le età delle persone. Crema e cioccolato fanno bimbo, mentre il pistacchio guarda da vicino. Lo yogurt si interessa solo a volte, quando si cresce, che il bacio è per i più grandi ancora. Gli esperimenti al fondente e arancio poi, sono proprio per quelli alti alti, ma son passioni. Fior di latte, che sei piccino. La fragola che sei bambina, l’ananas che brucia le calorie. Le scaglie dure perché sgranocchiano e scricchiolano come le cose che hai dentro.
“Tieni, che ti ci compri il gelato”.
E se io volessi le caramelle? Il gelato rinfresca dal caldo e rincuora dalla tristezza, ma solo al cioccolato perché gli altri sapori non son di compagnia. Son di gola, piuttosto. Per non parlare di quanto se ne mangia quando tagliano le tonsille. Il dottore una volta ha detto che si mangia per il mal di gola, e altro che brodo caldo e latte e miele.
Stavolta crema e cioccolato, come quando ero bambina. Uh, quanto è che non mangio il pistacchio. E il puffo, te lo ricordi il puffo? Che non sapeva mica di niente poi. E la Nutella? Eh ma mica è Nutella vera quella. Io lo so, che in una gelateria c’ho lavorato. Non è mica sempre vera. Il puffo, ma guarda tu che ricordi. C’era in montagna il puffo, quando ero bambina. Chissà poi perché il puffo sì e lo gnomo no. Come se David lo gnomo non si meritasse nulla, con quel cappellino rosso.
“Tieni, che ti ci compri il gelato”.
Grazie. Quando si diventa tanto grandi poi, ci si vede come i piccini. E quando si cresce, ma non troppo, si compra il gelato con i propri soldi, e poi si porta ai grandi. La cassata, a nonna piace la cassata. Nonno invece mangiava un po’ di tutto, ma gli piaceva la nocciola. Gusto serioso la nocciola, piace ai maschi.
“Signori, gelato per tutti”.
Come un giro di birra tra amici, come un sorriso fresco nel caldo dei letti e delle corsie bianche. Gelato per tutti, che qui ci vogliono, un po’ di sorrisi di bambini. Chi se ne frega pago io, mi va così. I miei parenti poi ne prenderanno uno, in collina. Qui la valigia è pronta, e fa caldo. Prendo un gelato e mi lecco i baffi, al resto ci si penserà poi.
Radiodervish: la nostra musica in cerca di un senso (di responsabilità)

Diletta Parlangeli>Roma
Gli istanti in cui Nabil comincia ad intonare un pezzo di “Amara terra mia” ai bordi del laghetto di Villa Ada a Roma, poco prima del concerto (mercoledì sera), il tempo sembra fermarsi. Come in un’immagine, una foto scattata nell’esatto momento in cui doveva essere scattata. Non a caso i Radiodervish (Nabil Salameh voce e Michele Lobaccaro chitarre e basso) da più di dieci anni attraverso la loro musica cantata in più lingue – dall’italiano all’arabo passando per inglese e francese – sono la fotografia di un Paese che non tutti riescono a inquadrare, e che loro prevedono. Esce oggi il loro nuovo album “Bandervish” (ilmanifestocd) , al fianco della Banda di Sannicandro di Bari. Dodici brani che includono i loro migliori successi arrangiati da Livio Minafra (28 anni, Miglior nuovo talento per Top Jazz 2009).
Suonare accompagnati da una banda: il “gioco” si fa sempre più difficile.
(Michele, ndr) Come l’immagine della copertina, che ci vede un po’ alla “Cast away”, ci siamo lanciati letteralmente in questo arrangiamento con il “capitan Livio”. Ci sono due concetti di banda: quella un po’ parodistica, alla “zumpa-zumpa”, per capirsi, e quella più raffinata ed allargata, alla Bregovic. Noi però, con tutto il rispetto, non volevamo ‘bregovicizzarci’.
E qui è intervenuto lei, Livio.
La banda all’italiana tende ad essere chiusa, io ho cercato di lasciarla andare, ed è così che si sono creati questi nuovi mondi ed è nata una banda mediterranea. Ho studiato su manualetti di inizio Novecento, addirittura su marce funebri incredibili. Ho cercato di farla funzionare prima senza di loro, ad esempio usando un sax contralto al posto della voce di Nabil.
Ecco, Nabil: qual è la musica che meglio racconta l’Italia? Potrebbe sempre rispondere che è la sua.
Eheh, sì, ma ci sono anche altre esperienze in realtà che possono raccontare questa futura musica italiana. Il nostro esperimento, anche all’inizio, non ha mai avuto l’intento di una sovrapposizione. Ci sono due mondi che si incontrano, dialogano e insieme si spingono verso una direzione altra, che non c’entra niente con le singoli mete di partenza. E così, come il codice genetico della società italiana cambia, così anche la cultura cambia.
In un momento in cui artisti di ogni settore urlano di non voler mandare messaggi, voi ne cercate sempre uno.
(Michele, ndr) Non è uno scopo, ma la prima regola della comunicazione è che non si può non comunicare. I messaggi li lanci comunque, dipende solo se poi ti assumi la responsabilità di quello che dici, o meno. Il nostro lavoro è sempre stato quello di creare un senso, per noi stessi in primis.
(DNews, 25/06/2010)
Stropiccio
Mi giro e mi rigiro, arrivo e scappo, torno e spengo. Se riuscissi a fermare quel che penso, correrei. Perdo tempo sempre in fretta, e tu sei già in ritardo.
Mi distraggo attenta, ti fisso altrove. Mi intreccio in promesse traballanti, traballo d’intrecci. Domando risposte senza senso, perché il senso si sente e io no. Il buon senso poi non ne parliamo.
Specifico, chiarisco. Di cose fosche, di nebbie banali. Di foschie che non voglio rivedere. Anche perché con la foschia non si vede poi ’sto gran chè.
E di notte? Uh, di notti ne ho viste. E ti ho visto di notte, anche. Di notte si capisce meglio (il meglio vien di notte con le scarpe tutte rotte…no, era la befana).
Poi è giorno, ma io mi rigiro.
Canemucco, dal web alla carta: il fumetto pocket che vive online

Diletta Parlangeli>Roma
Tutti a chiedersi quale fosse la quadratura del cerchio tra carta e web, tra schermo e inchiostro, tra penna e tastiera. E dire che la soluzione stava in una tasca; quella di Marco Dambrosio, per l’esattezza. È suo il “Canemucco” mensile versione pocket di fumetti – ma non solo – nato da una comune idea con Antonio Sofi, giornalista ed esperto di nuovi media. Marco, meglio noto come Makkox, è già autore di canemucca.com (e allora è un vizio), cofondatore di Coreingrapho. com, e collaboratore di svariate riviste. La sua creatura cartacea, disponibile sia in edicola che su web con diverse forme di abbonamento è nata, ma soprattutto vive, nella rete. Lì si moltiplica: ricchi sia la community (con tanto di gruppo Facebook con lettori che si fotografano con il mensile in mano) che il sito canemucco.com.
Makkox, il suo è un fumetto nuovo che riprende i formati di una volta.
Un tempo sul pocket si investiva tantissimo. Nella nostra generazione erano molti: Alan Ford o Diabolik. Mi piace perché è maneggevole, ma da raccolta: un binomio che mi attrae, per questo si lavora su scala 1:1.
La carta per altro è di ottima qualità.
Credo che serva a dare il giusto valore al fumetto… Mia madre è sarta, a certe cose ci tengo.
Quindi è un prodotto di nicchia?
Solo un po’. Il prezzo ad esempio è molto popolare: 4.50 euro.
Restando in tema, anche i colori non sono casuali.
La scelta dei colori è imprescindibile. Se li usi per riempire i vuoti non hanno senso, ma quando sono parte del linguaggio non puoi lasciarli fuori.
Come procede nel disegno?
C’è una prima fase in cui disegno il fumetto in verticale, in bianco e nero. È come uno spartito: questa è la fase in cui lo compongo. Poi, quando lo coloro, è come lo suonassi. Però, bella questa.
Non la dica in giro prima della pubblicazione dell’intervista.
(Ride, ndr) Scusi, adoro la musica, ho fatto il conservatorio e faccio sempre paralleli musicali. Comunque, il colore è l’interpretazione, la parte emotiva.
Domanda di rito: meglio la carta o il web?
Sono talmente diversi… Preferisco il web, perché non riuscirei a lavorare senza il feedback costante della rete.
Quindi la soluzione è la sinergia?
Sì. Sono orientato a fare anche altro, tipo editoria on demand, evitando l’edicola.
E lo sviluppo su iPhone e iPad?
Questo è un bel problema. Ci ha tagliato le gambe la questione censura. È considerato “contenuto inappropriato” sia un nudo, che un pezzo di perizoma che esce dai jeans (come successo ad amici). Ed io la censura… neanche morto. Piuttosto non pubblico.
Ha scelto di ospitare autori e scrittori.
Ho pensato che fosse una cosa sciocca separare fumetti e narrativa. Nella mia biblioteca sono tutti mescolati (tra gli ospiti Scarpa, Catalano, Bonino, Solla, Farnese, Armentaro, Recchioni etc, ndr).
Anticipazioni sul prossimo numero?
Lo sto ancora disegnando, ma conterrà molte storie. Il primo numero serviva a creare lo scenario, adesso si continua con i personaggi.
Quando è la scadenza?
Quando era…
(foto: copertina del secondo numero del Canemucco)
(DNews, 22/06/2010)
Jobi 4, l’esordio del jazz-pop: ‘Non stiamo più nella pelle’
(foto: Claudio Grassi)
Diletta Parlangeli>Roma
Voce profonda, come gli intenti. Johannes Bickler è l’anima (e la penna) dei
Jobi 4, band milanese – anche se le origini dei componenti si perdono per le strade del Vecchio Continente – al suo omonimo album d’esordio (Novunque/Self). Questa sera il leader suonerà con Fabio Visocchi, Cesare Pizzetti e Federica Caiozzo (voce) alla Salumeria della Musica di Milano (via Pasinetti 4, ore 22, 5 euro) e poi ad AstiMusica 2010 il 15 luglio.
Il singolo “Sunflower”, un brano che stuzzica i timpani al primo ascolto, è già in radio ed è solo l’assaggio di un disco originale che fonde una base jazz al sano pop che profuma di estero e flirta con l’elettronica.
Johannes, una definizione per il vostro primo disco.
È una domanda difficile, perché i brani esistevano già prima del cd. “Sunflower” ha circa dieci anni e il più recente un anno e mezzo. Sono tutte canzoni che hanno raggiunto una loro maturità e passato un mio esame.
È severo in questo?
Sì. In questa selezione c’è un’ampia parte della mia vita.
Sono testi piuttosto metaforici.
“Metaforici”. Non ci avevo mai pensato, ma ci può stare. Sono immagini legate a cose che mi hanno segnato, quindi sì.
È vero che ha trovato Federica Caiozzo su MySpace?
Sì, è stata lei a chiedermi l’amicizia ed io l’ho chiamata appena l’ho sentita.
Il binomio social network/musica non era una bolla di sapone, dunque.
Eheh, non proprio. Anche io la percepisco come una cosa in cui si sono buttati tutti all’inizio e che adesso ha perso attrattiva (alcuni si sono riversati su Facebook). Come tutte le novità prendono, ma poi c’è la selezione naturale. Restano comunque comunque mezzi interessanti.
Oltre ad essere sicuramente una voce “poco italiana”, cosa aveva in più la voce di Francesca?
Èmolto completa, ma al di là del timbro, che sicuramente non doveva essere troppo acuto, ciò che volevo è che trasmettesse quello che sentivo io. C’è molto allineamento in questo.
Curiosità: lei ha vissuto in Germania, poi è stato a Londra… insomma, cosa ci è tornato a fare in Italia?
(Ride, ndr) Perché le mie radici sono qui e qui ho vissuto la maggior parte della mia vita (eccetto quando sono andato a trovare mia sorella per una settimana a Monaco e ci sono rimasto cinque anni).
E la collaborazione con Pacifico cosa le ha insegnato?
Molto, come sempre quando hai a che fare con persone intelligenti (oddio, anche con quelle non intelligenti se è per questo). Ma con lui si è creato anche un bel rapporto umano.
Le canzoni sono sue da cima a fondo. Come mai in inglese?
Ho scritto sia in italiano che in tedesco, ma l’inglese è la lingua che più mi trasmette libertà, sia a livello di metrica che di immagini.
Pronti per i live?
A livello di date è tutto in divenire, e sì, non stiamo più nella pelle.
(DNews Milano, Bergamo e Verona 15/06/10)
Ma quali fulgide stelle
“Bright Star”, la storia d’amore del poeta romantico John Keats (regia: Jane Campion).
Prima ho pensato che fosse bello, come film.
Poi ho stabilito che solo chi non ha un cazzo da fare nella vita può permettersi il lusso di soffrire per amore. Chi ha una vita piena non ha né abbastanza tempo, né abbastanza modo.
Dopo il poi però, mi sono anche detta: “Accidenti, come abbiamo rovinato tutto”. Come siamo passati dalle “fulgide stelle” alle fulgide facezie. Dalla perfezione anelata all’imperfezione comprovata, dalle velette e gli ombrellini a cenni di approvazione svogliati, spesso neanche reali. Dall’adorazione al compiacimento, dalla passione al disturbo.
Prima mi sono anche detta che sarebbe stato difficile buttar giù qualcosa di non retorico. Poi ho pensato che perfino tutte quelle maniere forse, altro non erano che retoriche. Dando per scontato che la retorica sia tutta da buttar via, per altro.

Impeccabile la fotografia di Greig Fraser e la bellezza di Abby Cornish (nei panni di Fanny Browne). Quel che resta è un amore folle, anticonformista e coraggioso. Contro le maniere dei tempi, ma nella maniera giusta.
“C’è sacralità negli affetti del cuore, sai niente di questo?”
Intervista ad Andrea Rosi: la mia nuova Sony punterà sul digitale
Diletta Parlangeli>Roma
Ottimista, ma con realismo. Sembra questa la formula con cui Andrea Rosi si è insediato come presidente alla Sony Music Italia da circa un mese. Il curriculum promette bene: nella prima metà degli anni ‘80 era nell’ambito di produzione e marketing in Cgd e Warner Music e in seguito Managing director alla Polygram. Negli anni ‘90 protagonista della nascita di Vitaminic (digital download platforms). Poi la sua carriera ha continuato ad orientarsi sul business digitale.
Come ha trovato Sony Music Italia?
L’azienda è in una situazione di grande complessità, ma altrettanto grande opportunità. Il comparto della musica registrata ha risentito più di tutti dell’avvento del digitale. Se su quella dal vivo la tecnologia ha impatto positivo – vedi ticketing e pacchetti viaggio online per i concerti – sul resto è devastante.
Come si sopravvive a questo?
Con la capacità delle aziende di adattarsi e di monetizzare in modo corretto. Bisogna che la musica passi da prodotto a servizio, essere complici del consumatore, non dargli addosso. Certo, poi c’è tutto il concetto dei pagamenti di diritti d’autore, del peer to peer.
Forse bisognerà cambiare un po’ le cose…
Il settore è cristallizzato secondo una certa metodologia. Ci vuole una linea guida: questa non è più un’industria che produce prodotti di plastica. Serve un approccio multicanale, web oriented. Ciò che aiuta questo processo, è che avviene dal basso ed è irreversibile.
E la crisi? Lo sanno tutti che le case discografiche non sono messe bene.
La Sony ha dovuto fare notevoli tagli di costi e adesso si risale un po’ la china, ma diciamo anche che questa industria era anche abituata bene. Non sono più gli anni ‘70 e serve non dico del rigore, ma del sano realismo.
Invidia qualche artista alle altre etichette?
A livello artistico la Sony è in ottima salute, e abbiamo un filo diretto con X Factor.
A proposito: alcuni accusano le label di lanciare questi fenomeni per poi abbandonarli.
Fino a ieri per lanciare un artista si sperava di portarlo a Sanremo e farlo esibire la terza sera. Adesso chi fa X Factor resta in tv quattro mesi, azzerando il processo di notorietà. La gente si crea aspettative da subito, ma anche questo processo andrà normalizzandosi col tempo. E poi, da questo tipo di format, escono solo certi tipi di artisti. Giovanni Allevi non sarebbe mai uscito da un talent show. Bisogna investire su modelli di scouting diversi.
(DNews 31/05/2010)