“Così, la prossima volta, ‘ttu lo metti”

 

ceciosfocAvevo ancora il caffè in mano stamattina quando ho letto il messaggio di Eleonora sul computer. È morto il Cecioni, diceva. L’aveva letto su Facebook, da una ragazza. Nemmeno il tempo di rincorrersi tra i “non l’ho chiamato quest’anno” e i “volevo scrivergli”, che succede la prima cosa *straniante: è successo due anni fa. Esattamente quando ci eravamo scritte, io e lei, preoccupandoci, perché il telefono era sempre staccato, in quei giorni di ottobre. Poi una cosa e un’altra, ventisette pezzi al giorno, le scuse che si affastellano e niente, avevamo taciuto tutte e due, sperando che fosse stato un caso.

Gabriele Cecioni era il mio professore di Lettere. Occhiali calati sul naso, occhi azzurri, vivissimi, borsello di pelle. Camicia a maniche corte o lupetto e pantaloni, rigorosamente. Tutti in piedi quando entra in classe, silenzio che non vola una mosca. Via berbuda e canotta, “ché mica siamo in spiaggia, qui”.
Io, i’ Cecioni (pron. “cescioni”), l’ho conosciuto in terza liceo, quando spostarono me e altre poche studentesse dalla succursale alla sede dell’Istituto Giovanni Pascoli, perché avevamo scelto francese come terza lingua. Primo tema, argomento libero, 5 e mezzo. Lo controllo, e c’era solo un cerchio rosso intorno a un “sé” accentato al fianco di “stesso”.
Andai alla cattedra per registrare il voto e “mi scusi, Professore: 5 e 1/2 per un accento?”.
Mi guardò da sopra gli occhiali, serio, con la penna appena sollevata dal registro: “Così, la prossima volta, ‘ttu lo metti”.
Tornai al banco inferocita, inveendo dentro me stessa contro di lui, che poco prima, consegnandomi il compito, aveva ironizzato sul contenuto: “Cos’è che fai, te? L’Hula hoop?”.
“Hip hop, hip hop”. Era così importante per me, quella cosa lì, che mi sentii presa in giro e pensai che l’accento non c’entrava niente, che ce l’aveva con me.

Gabriele Cecioni fu l’unico a capire, poco tempo dopo, che non stavo bene. Quando ancora non lo dicevo a me stessa, quando mi ficcavo in quei pantaloni larghi e le maglie di 4 taglie più grandi scrivendo testi al vetriolo, che quello sapevo fare. Quando ancora non mi ero fermata, inebetita, ammettendo che no, qualcosa non andava. Io ci misi quattro anni a dare forma a quel dolore mentre lui, al suono della campanella, ancora fuori dalla porta, mi fermò. “Diletta, tutto bene?”
Io farfugliai qualcosa, tipo che no, che insomma, problemi a casa, e i miei. Veloce, col groppo in gola. “Oh, per qualsiasi cosa, sono qui”.
Gabriele Cecioni spiegava Dante che Benigni, con molto rispetto, ciao.
“Finissimi sistri d’argento”, per l’allitterazione.
Gioacchino Belli, che quando sono arrivata a Roma e ho visto la statua nell’omonima piazza, l’ho pensato. E ci penso ogni volta che ci passo.
I modi di dire, i giochi: “Hai presente quel librone alto alto, con tante pagine? Si chiama vocabolario, dice che è utile” e i “se non ti entra in testa prendi, scrivilo su un foglio, poi attaccalo sul muro e prendi la rincorsa”.
Ci ha spiegato che “non c’è niente che valga, che non comporti sudore”, e che dovevamo studiare, tanto, fino a farci venire il sedere a “spigoli vivi”. E, come ricorda Ele, bisognava trottare, “occhio vispo e pelo lucido”.
Ancora mi gioco l’etimologia di “delirare”, per fare la figa, nelle conversazioni.

In quinta liceo, ai temi con lui, prendevo 9. E me l’ero sudato, ché non li regalava mica. Con lui avevo esordito con l’insufficienza, mentre mio padre all’epoca diceva che facevo i finali banali (diciamo un po’ retorici).
Glielo dissi, anni dopo, che facevo la giornalista. Che non avevo finito l’università, e il futuro era (è) incerto. Ma fu un orgoglio, farglielo sapere. Lo chiamai dalle macchinette del caffè della redazione, ed ero ancora tutta emozionata al suo cospetto (anche quando lo vidi di persona). Non ero sicura che, da un momento all’altro,  non mi avrebbe detto “così, la prossima volta, ‘ttu lo metti”.
Non lo faccio più, anche se non è stata quella, la lezione più importante.

*straniamento: anche questo, ce lo ha spiegato lui.

Nota: La foto è volutamente sfocata: non tutti potrebbero avere piacere ad essere riconoscibili

Penna e calamaio