(Senza titolo)

Schermata 2016-07-17 alle 18.42.09

(senza titolo), (senza titolo), (senza titolo): guardo le bozze e mi rendo conto di quante volte ho iniziato a scrivere, in questi mesi, senza cavarne un ragno da un buco.

‘E si vede che non avevo niente da dire’. Nah, non regge.

Piuttosto, si vede che non sapevo *come* dirlo, che è diverso. Questa è una bella rogna, da un bel po’ di tempo (che è la formula che si usa quando non si vuole dire “da sempre”). Avere le cose dentro che si accendono e non riuscire a dargli aria. Ci sono periodi in cui neanche le vedi, quindi c’è qualche meccanismo dentro che gestisce (non risolve, gestisce) al posto tuo, dissimulando e fingendo che non ci siano. Poi inizi a vederle, e il gioco si fa più difficile. Perché non puoi fare finta che non ci siano. Eh no, non puoi più.

L’altro giorno, mentre raccontavo una cosa, mi sono accorta che è con la scrittura che ho iniziato a dare voce alla mia rabbia. Ero una ragazzina, una ragazzina incazzata nera, e non lo sapeva nessuno. Facevo la voce grossa nei testi rap, e lasciavo che quell’abbigliamento da gran dura (o duro, tanto con quelle taglie xxl le forme sotto non le riconosci) facesse il resto. Erano dichiarazioni di intenti, ero io, per voce delle mie parole. Scritte. Che non fa lo stesso se le dici, davvero.
Prima di scriverle, e prima ancora di renderle pubbliche, editi. Sembra una banalità, ma è un processo.
Quel lasso di tempo, fosse anche minimo (non ho mai lavorato all’eccesso le cose già scritte, mi scoccia terribilmente), è un filtro. Parlare è come pubblicare una foto dopo averla scattata, subito, là per là. Scrivere è un’altra cosa. È aggiustare contrasto e luci, è scegliere l’enfasi. O gli angoli da nascondere.
Per questo ho sempre affidato le mie comunicazioni più importanti alla scrittura. Perché dice, o almeno ci prova, quello che vuoi *esattamente* comunicare. Ha il tempo di decantare, di tradire il momento in cui arrossisci e quello in cui piangi di frustrazione, di abbandono, di gelosia.

Ho sempre avuto paura che incazzandomi, incazzandomi davvero, avrei perso qualcuno. Mio padre, mia madre, l’amore. E quel meccanismo strano di autogestione, il suddetto, a un certo punto di molti anni fa, ha preferito la stasi totale e lasciva alla reazione. Forse mi si nota di più se smetto di fare tutto? Sì, mi si notò, in effetti.

Qualche anno dopo la breve parentesi da cantautrice der ghetto dell’emotività, aprii il mio blog. Questo qua, Diparipasso: Di+Pa, le prime sillabe del mio nome e cognome, iniziano la parola che intende l’andare avanti con me, passo dopo passo.  Stava da tutt’altra parte, prima su Aruba (eh, lo so), poi su Splinder, fin quando questo dominio, nel 2008, mi fu donato per il mio compleanno. E sempre raccontando, mi sono ricordata che ho sempre scritto per qualcuno. I diari, quelli li mollavo dopo poche settimane. Non per niente eh, ma si chiamavano “diari segreti”. Ma chissenefrega dei segreti, che tutti mi hanno sempre chiesto di custodire, io volevo parlare. Parlare a qualcuno, farmi capire, che mi vedessero. Si scrive sempre per qualcuno, altrimenti basterebbe pensare.

Insomma, il blog. Fiumi di parole. Fiumi di parole tra noi, prima o poi, ci portano via. No scherzo, questi sono (erano?) i Jalisse. Il blog mi ha aperto una sacco di porte. Emotive, e reali. Se mi sono interessata alla rete, è perché avevo un blog. E ora, dieci anni dopo, scrivo per lavoro (anche) di internet e social media.

<precisetti> A proposito, una necessaria parentesi.
Il lavoro di giornalista è arrivato per caso (anche se me lo sono tenuto stretto), per cui direi che in questo ha più giocato l’abilità nel racconto e la capacità d’ascolto, che l’urgenza comunicativa. Negli anni ho capito che mi piace avere una cifra stilistica personale (che rosicata quando mi tagliano i miei attacchi), ma non faccio questo lavoro perché sono incazzata. Anzi, in questo senso mi ritengo al quanto fuori target rispetto a larga parte dei colleghi.
Fine della necessaria parentesi </precisetti>

Le porte, dicevo. Le porte aperte di questa casetta qua, che ormai ha preso un po’ di polvere. Dietro provocazione, sto seriamente pensando alle sue sorti. Cambiare di nuovo la grafica, chiudere tutto, cercare cose, cercare case, dedicarmi a temi verticali. Ho un po’ di cose in testa, ma ci devo pensare. Potrebbe anche non rispecchiarmi più, questo posto, ma meriterebbe ad ogni modo riflessione e tempo. Anche perché alla fine, sono ancora una ragazzina incazzata. E non ho intenzione di ricominciare a fare rap.

 

Penna e calamaio, pensieri