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	<title>Diparipasso &#187; vita</title>
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	<description>Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti</description>
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		<title>La coppia scoppia (ma la granata non c&#8217;entra)</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Mar 2009 23:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sorridi al mondo, e il mondo ti sorriderà. Benché abbia sempre ritenuto questo adagio (chiamiamolo così), alquanto irritante, visto che certi giorni non c&#8217;è proprio niente da ridere, mi sono accorta della differenza con cui si guardano le cose in certi momenti. L&#8217;esempio più lampante, sta nell&#8217;imbattersi in una coppia amoreggiante quando sei single anacidita(/o), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sorridi al mondo, e il mondo ti sorriderà. Benché abbia sempre ritenuto questo adagio (chiamiamolo così), alquanto irritante, visto che certi giorni non c&#8217;è proprio niente da ridere, mi sono accorta della differenza con cui si guardano le cose in certi momenti. L&#8217;esempio più lampante, sta nell&#8217;imbattersi in una coppia amoreggiante quando sei single anacidita(/o), e quando invece sei in un momento felice.</p>
<p>Situazione 1, premessa: ti trovi a passeggiare, sei in un negozio, per strada, in auto, in qualsivoglia posto. Alle spalle incontri andati male, persone poco affidabili, stronzi patentati e stronzi con scarsa coscienza di esserlo. D&#8217;un tratto, loro: la coppia che si scambia effusioni e cammina mano nella mano.<br />
Reazione: &#8220;Tzè, tanto vedrai quanto dura&#8230; se se, ora lui fa tanto il carino, poi quando si stufa, vedrai che fine fanno &#8220;. A faccia schifata segue constatazione: &#8220;Nooo, ma guarda! Lui ha sgamato la tipa che è appena passata! Cioè ma dico, cosa ci stai a fare in coppia se vuoi divertirti? Tutti poci-poci/pici-pici e poi dietro, mentre lei guarda la vetrina, quello spoglia con gli occhi un&#8217;altra&#8230;.&#8221; Che voglio dire, commentala, almeno lei sa che gusti hai. Sempre con sta storia del fare le cose quando occhio non vede cuore non duole, ma va&#8217;. Segue l&#8217;immancabile: &#8220;Oh, comunque, tutti uguali eh&#8221;&#8230;</p>
<p>Situazione 2, premessa: i posti son gli stessi di cui sopra, e nessuno ti ha tolto dalla testa le frotte di masculi impuniti e dall&#8217;ormone allegro (non sempre benvoluto). Però, attenzione: hai conosciuto qualcuno, quando non credevi, quando stavi giusto giusto chiudendo la porta. Non ti sembra vero, ma c&#8217;è, e ti godi il momento. E dunque, incappi sulla strada nella suddetta coppia. Sono giovani, e stanno davanti ad un Foot Locker qualunque sparso per lo Stivale.<br />
Reazione: &#8220;Che carriiiiiiniiii!&#8221;<br />
Basta, stop. Rimani lì a pensare a quanto sono teneri, e che bello avere i cuoricini negli occhi. E, stranamente, non vorresti avere una granata a cui togliere la sicura con i denti tipo Rambo e lanciargliela dietro. Li guardi, due secondi, per non essere invadente. Poi prosegui. Nessuna voglia di avvicinarsi a dirgli: &#8220;Ma tu davvero ci credi&#8221;?</p>
<p>Crederci o non crederci, poi, sta al tempo. Però almeno non hai gettato granate in giro per l&#8217;Italia.</p>
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		<title>Chiamate(la) collega&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 00:03:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[esame]]></category>
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		<category><![CDATA[esame di idoneità professionale]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconti dalla Capitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Gtalk Amica in ansia: &#60;Oh, ma tu l&#8217;hai sentita?&#62; Amico e mentore:&#60;No&#8230;Vabbuò magari è tra gli ultimi&#8230;&#62; Amica in ansia: &#60;La chiamiamo? E&#8217; tardi&#8230;&#62; Amico e mentore: &#60;No no, lascia perdere, poi ci chiama lei&#62; Skype Amica e collega: &#60;Oh, ma si sa nulla?&#62; Coinquilino e collega: &#60;Macchè&#62; Amica e collega: &#60;Chiamiamo?&#62; Coinquilino e collega: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-decoration: underline;">Gtalk</span></p>
<p>Amica in ansia: &lt;Oh, ma tu l&#8217;hai sentita?&gt;<br />
Amico e mentore:&lt;No&#8230;Vabbuò magari è tra gli ultimi&#8230;&gt;<br />
Amica in ansia: &lt;La chiamiamo? E&#8217; tardi&#8230;&gt;<br />
Amico e mentore: &lt;No no, lascia perdere, poi ci chiama lei&gt;<br />
<span style="text-decoration: underline;">Skype</span></p>
<p>Amica e collega: &lt;Oh, ma si sa nulla?&gt;<br />
Coinquilino e collega: &lt;Macchè&gt;<br />
Amica e collega: &lt;Chiamiamo?&gt;<br />
Coinquilino e collega: &lt;No, ma si&#8217; pazz&#8217;&#8230;&gt;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Nella cucina della casa delle fave</span>:<br />
Migliore amica: &lt;Oh, ma la Sore?&gt;<br />
Pierina amica cara, quasi contemporaneamente: &lt;Oh, ma la Piera?&gt;</p>
<p>Da lontano, molti in preghiera (si narra che qualcuno abbia fatto un voto).</p>
<p>Di lei, non si avevano notizie dalla sera prima, qualche fortunato dalla mattina. Si aggirava in via Parigi con un&#8217;ora d&#8217;anticipo rispetto alla convocazione, fosse mai che avessero deciso di anticipare. Niente, non avevano anticipato niente. Bar, cappuccino e appunti.<br />
Alle 14, si apprestava a varcare la soglia di quella porta. C&#8217;era Fabrizio, da Palermo, due posti davanti a lei nei banchi della prova scritta, il 30 ottobre 2008. Lo scorse e si avvicinò. La tensione trapelava dai sorrisi disinvolti. Si registrarono i nomi, si vide la lista: ultima dei candidati interrogati dalla Commissione. Tra lei e la fine, circa 5 lunghissime ore. Avrebbe stretto fogli, sarebbe scappata dalle frotte di esaminandi che andavano ad ascoltare le prove altrui, non riuscendo ad evitare di sentire qualche domanda dai corridoi. Sarebbe rimasta seduta, con lo sguardo fisso e il piede tremulo. Avrebbe controllato nervosamente tramite Google sul black berry qualsiasi cosa, da Garibaldi ai numeri delle leggi. Avrebbe temuto di vedersi il cuore in mano quando l&#8217;ultima candidata prima di lei sarebbe entrata nella stanza.<br />
Fino a quando non ci sarebbe stato più tempo. Più nessun istante.</p>
<p>Mentre lontano da lei si consumava il dilemma sulla riuscita della giornata, da Torino a Modena, da Firenze a Roma, lei entrò nella stanza. Sospesa in un infinitesimo di secondo lungo quanto il replay di una goccia che cade. Seduta in banchi disposti a ferro di cavallo, la Commissione. Due donne, sì, c&#8217;erano due donne. Qualche volto visto all&#8217;esame, qualcuno nei dvd di lezione per la preparazione. Non riusciva a collegare nessuna faccia ad un nome, nemmeno la sua ai tratti che cominciavano a prendere colore. La prima domanda sul curriculum che riportava esperienze in &#8220;cronaca bianca&#8221;. La seconda sulle 4 &#8220;S&#8221;. Poi la tesina, a raffica il quesito sul ruolo del giornalista in un sempre più compenetrato meccanismo di citizen journalism nel sistema d&#8217;informazione. Il caldo, il cuore che batteva, le parole che non uscivano articolate come avrebbero voluto. Storia del giornalismo, il ruolo del sindaco Domenici nell&#8217;Anci, media ed economia, il ruolo degli stessi nell&#8217;opinione pubblica, la verità putativa, la titolazione, il distico che sapeva e non voleva uscire dalla testa e dalla bocca, le sanzioni disciplinari dell&#8217;Ordine, le priorità di Obama, il Pil, e la Vigilanza Rai, che il panico le fece leggere come Agcom (si sarebbe chiesta a lungo secondo quale nesso logico fosse avvenuto l&#8217;inghippo). E poi altro, che continuò a non ricordare. Alcune risposte decise, rispolverate da studi universitari (ancora incompiuti) e alcune da letture extra tesina. Il resto, tutto quello riuscito ad assimilare in giorni di clausura forzata e abbrutimento fisico e morale.<br />
&lt;Altre domande?&gt; disse il commissario davanti a lei. Silenzio&#8230; &lt;No&gt; &lt;No&gt;, &lt;No&gt;. &lt;Si accomodi fuori signorina&gt;. Interminabili minuti, lunghi, concitanti. Dalla stanza le voci dei commissari. Qualcuno ad alta voce &lt;Perché quella ragazza&#8230;&gt; . L&#8217;agitazione saliva mentre il seguito della frase si perdeva nell&#8217;aria indistinguibile. Saliva l&#8217;ansia, le lacrime nervose. Cominciò a pensare di non avercela fatta. E le lacrime a salire. Tentava di buttarle giù, guardava Fabrizio, disperata. Un commissario uscì per andare in un&#8217;altra stanza: &lt;E&#8217; preoccupata?&gt; disse incrociando il suo sguardo. &lt;Sì&gt; rispose lei, con le lacrime alla gola. &lt;Non si preoccupi, è andata&gt;. &lt;E&#8217; sicuro?&gt; &lt;Ma sì&#8230;&gt;. Non era convinta, e lui giustamente diplomatico. Il Segretario si avvicinò: &lt;Guardami, com&#8217;è andata? Tu lo sai dentro di te com&#8217;è andata&gt;. Silenzio. La ragazza venuta a vedere l&#8217;orale un giorno prima del suo: &lt;Ma scherzi? Sei andata benissimo&#8221;&gt;. &lt;No, no&#8230;.&gt; quasi le mancava il respiro. Poi, ad un tratto, la porta aperta alle sue spalle. &lt;Chiamate la collega&#8230;.&gt;. Era lei, era lei.<br />
Entrò, e le facce distese confermarono la qualifica &#8220;collega&#8221;, preludio del successo. Il magone cominciava a sciogliersi, e non riusciva a frenarlo. La stretta di mano del commissario, un rapido sguardo, le labbra  che cominciavano a tremare. &lt;Grazie, grazie&gt;. L&#8217;uscita urlando &lt;Siiiiiiiii&gt;, l&#8217;abbraccio a Fabrizio dopo essergli saltata al collo. L&#8217;aveva aspettata, nonostante avesse finito. E ce l&#8217;avevano fatta entrambi.<br />
Le lacrime non stavano più al loro posto. Le prime chiamate ai genitori. Il commissario che le aveva dato fiducia, incontrato vicino all&#8217;ascensore. &lt;Complimenti&gt;. &lt;Grazie, grazie&#8230;&gt; &lt;E mi raccomando&#8230; si ricordi la Vigilanza Rai&#8230;.&gt;. Sorrise, e ancora non ci credeva.</p>
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		<title>Un anno fa</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 01:25:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mentre vivo]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini, quello strano mondo]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Un anno fa, di questi tempi. Sembra quasi un secolo, come se la mia vita che già correva abbastanza avesse iniziato a fare continue gare da cento metri inserite nella consueta maratona.  Un anno fa, di questi tempi, mi ritrovavo a parlare con qualcuno lontano, a spartire consolazioni reciproche, a creare attimi di intimità davanti ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno fa, di questi tempi.<br />
Sembra quasi un secolo, come se la mia vita che già correva abbastanza avesse iniziato a fare continue gare da cento metri inserite nella consueta maratona. <br />
Un anno fa, di questi tempi, mi ritrovavo a parlare con qualcuno lontano, a spartire consolazioni reciproche, a creare attimi di intimità davanti ad un camino raccontato a chilometri di distanza.<br />
Ad elaborare strategie per altri, e a dimenticare automaticamente  le mie (ammesso di averne mai avute).  <br />
Ogni volta che faccio quella strada, ci penso. E di sera poi il richiamo tra le svolte e i ricordi gira veloce e arriva alla meta. Il tom tom dei pensieri fa finta di perdersi, ma sa sempre dove andare. Destinazione raggiunta. Già.<br />
Di questi tempi l&#8217;anno scorso forse nemmeno me lo immaginavo, il dopo. Quello che sarebbe successo a furia di parlare fitto fitto, di raccontarci quella voglia di normalità, che poi da qualche parte è stata raggiunta forzando un po&#8217; la mano, mentre qui si cerca ancora. Quello che avrei detto quando quelle parole, prima spontanee, cominciavano a bruciare. Quello che avrei provato a sentirmi scivolar via tutto dalle mani. Le stesse tenute incrociate alle altre dietro la schiena, che nessuno lo vedeva, ma si stringevano.  Quei caffé rubati al tempo. Quel saluto negato, quello amaro sbattuto in faccia insieme al dolore. Quel sentirsi esattamente al posto giusto nel momento giusto, e poi di nuovo nello stesso posto, che era diventato sbagliato.  Quella luce dalla finestra. Il bianco, e il nero.<br />
E ineffetti le sfumature in mezzo non ci sono mai state, anche se le abbiamo viste.<br />
Quella canzone dedicata, con le parole smorzate, che non era tempo, e non lo è mai stato, di dirne di così grandi.<br />
&#8220;Ti guiderò io, adesso&#8221;: quello era il senso. Ma io ho guidato sola. Come faccio spesso, come ho fatto oggi al fianco di quella strada, e come ho fatto un anno fa, di questi tempi.</p>
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		<title>C&#8217;era una volta una fa-vola(ta) via</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 00:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;era una volta una bambina che alle favole non ci credeva.  Anche quando la fatina si proponeva di raccontarle, glissava distraendosi con altro. &#8220;Vuoi che te la racconto una fiaba prima di dormire?&#8221; &#8220;No fatina, non mi va&#8221;. Lì per lì lo faceva perché non gradiva, semplicemente, ma con il tempo si accorse che rispondeva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;era una volta una bambina che alle favole non ci credeva.  Anche quando la fatina si proponeva di raccontarle, glissava distraendosi con altro. &#8220;Vuoi che te la racconto una fiaba prima di dormire?&#8221; &#8220;No fatina, non mi va&#8221;.<br />
Lì per lì lo faceva perché non gradiva, semplicemente, ma con il tempo si accorse che rispondeva in quel modo perché lei, alla favole, non ci aveva mai creduto.</p>
<p>E giorno dopo giorno ne aveva la prova. Vedeva che i lupi travestiti da umani erano cose vere, e che non sempre arrivava il cacciatore buono. Vedeva i principi saltar sui cavalli e fare cento metri, poi girare l&#8217;angolo e ridare il prode animale al proprietario. Levarsi il mantello e restituirlo al negozio &#8220;affitto abiti per carnevale&#8221;. Vedeva che di mele al veleno ce n&#8217;erano tantissime, pure al mercato, e che non le smerciava solo la strega cattiva. Vedeva draghi dalla bocca di fuoco inveire, senza nessun cavaliere con la spada a minacciarli. Vedeva le briciole sparse su una strada con fatica, e folate di vento a spazzarle via per fuorviare il tragitto. Vedeva le case di marzapane amaro, e aveva mangiato funghi che non l&#8217;avevano mai fatta sentire piccola, ma sempre troppo grande. I tappeti non li aveva mai visti volare, ma ci aveva scorto tanta polvere sotto. E i desideri, quelli dai esprimere, mai vedersi realizzare sfregando una lampada d&#8217;ottone. Aveva visto boschi incantati, quello sì, ma di ricordi.  Vedeva trecce sempre troppo corte per gettarle giù da una torre, e i grandi e saggi, i maghi, per capirsi, spesso eran proprio i primi a ficcare le spade nelle rocce, perché fosse così difficile prenderle. Sapeva che il fondo del mare era bellissimo, ma che le canzoni là sotto non si sentivano mica.<br />
E soprattuto delle favole non capiva una cosa: che si conoscesse già da prima, e sempre, la fine. E invece lei lo sapeva che delle esperienze nella vita era già tanto capirci qualcosa lì per lì, sul momento. Che non duravano per sempre e che spesso non erano neanche felici. E questo, tutto sommato, era contenta di averlo capito.</p>
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		<title>Il pesce grande e quello piccolo</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Dec 2008 23:43:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mentre vivo]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Inutile girarci intorno. C&#8217;è chi può, e chi non può. C&#8217;è chi trasuda potere, chi lo ostenta, chi lo usa e buonanotte ai suonatori, del resto importa poco. Premeso che detesto gli abusi. Premesso che il vero potere, come la ricchezza, non ha bisogno di essere spiattellato davanti al naso degli altri con arroganza. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Inutile girarci intorno. C&#8217;è chi può, e chi non può. C&#8217;è chi trasuda potere, chi lo ostenta, chi lo usa e buonanotte ai suonatori, del resto importa poco.<br />
Premeso che detesto gli abusi. Premesso che il vero potere, come la ricchezza, non ha bisogno di essere spiattellato davanti al naso degli altri con arroganza. E premesso pure che odio l&#8217;arroganza, questo è: certe cose si possono discutere, ma con i mulini a vento non ha mai vinto nessuno (e c&#8217;è una terribile assonanza tra &#8220;vinto&#8221; e &#8220;vento&#8221;, a farci caso).<br />
No, non è rassegnazione. E&#8217; strategia. Il nemico lo combatti prevendone le mosse, e l&#8217;unico modo per farlo e stare attento alle sue. Specie se il nemico ha il coltello, e tu un cuscino come scudo. Un altro modo è girargli le spalle e scappare a gambe levate, per farla meno retorica e meno eroica (che poi, anche in questo caso, si dovrebbe contare su buone gambe e buon fiato, che non è mica poco).<br />
Diplomazia, sangue freddo, e una buona dose di pazienza esaurita: tre ingredienti per la ricetta della sopravvivenza. Chiedere quando sai di poter ottenere, distruggere quando sai che rimarrà solo cenere (no, non nel senso &#8220;cenere siamo e cenere ritorneremo&#8221;, vediamola in ottica più laica, tipo balle di polvere che spazzi via quando ti sembra sia rimasta solo sporcizia).<br />
Sorridere, sorridere. In faccia al potere, quello bieco, quello del pesce più grande che mostra i denti davanti al più piccolo, solo perché quello più grosso di lui è in gita da qualche parte.</p>
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		<title>Che ne sai tu di un campo di mine</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Dec 2008 02:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[L'emisfero giusto]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Uomini, quello strano mondo]]></category>
		<category><![CDATA[utopia]]></category>
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		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Premetto che non e&#8217;la cosa più facile del mondo postare da questa posizione.Mi trovo in un letto a forma di scatola di sardina, tanto per cominciare.Pancia in su, che fa freddo e se mi giro di lato come piace a me, si gela la schiena. Braccia ben incavate sotto al piumone, per il motivo di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Premetto che non e&#8217;la cosa più facile del mondo postare da questa posizione.Mi trovo in un letto a forma di scatola di sardina, tanto per cominciare.Pancia in su, che fa freddo e se mi giro di lato come piace a me, si gela la schiena. Braccia ben incavate sotto al piumone, per il motivo di cui sopra. Se ne deduce che restino fuori dita, testa e blackberry. Ma che razza di idea mi e&#8217; venuta di postare da cui.Per dir cosa poi? Alla maggior parte delle cose che avrei da dire non crederebbe nessuno. Tipo che sono in camera con TopoGigio mentre la mia amica sta in quella affianco in compagnia di Cenerentola.Oppure che perdersi il principe non e&#8217;questione di sgarrare la mezzanotte.Potrei anche dire che c&#8217;e'chi vede cose, alla fine di un campo minato;fai un gelato cocco e fragola va&#8217;.E direi anche che qualcuno per prenderselo si farebbe zompare qualche dito.<br />
Direi che io, davanti ad un campo pieno di cose che si chiamano &#8216;antiuomo&#8217;, gia&#8217; mi sentirei scoraggiata.Poi direi anche che &#8216;la guerra e&#8217; guera&#8217;, ma che al tempo stesso non a tutti va una vita in trincea, in cui speri di tornare a casa e invece stai solo esistendo in attesa del colpo fatale.Direi che c&#8217;e&#8217; un po&#8217; di confusione, ma il post l&#8217;ho scritto. Mentre agli altri avro&#8217; dato un ottimo motivo per pensare che non sono normale.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>E&#8217; tutto intorno a te (dalle 11.30 in poi)</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Nov 2008 23:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mentre vivo]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Incredibile, il mondo gira anche prima delle 11. Da non credersi. Stamattina mi ha buttato giù dal letto il ragazzo della caldaia (in effetti visto il soggetto potevo pure darmi un tono, ma già tanto se ho sentito il citofono, quindi mi sono presentata in pigiama con il cuscino ancora in faccia) e mi sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">Incredibile, il mondo gira anche prima delle 11. Da non credersi.<br />
Stamattina mi ha buttato giù dal letto il ragazzo della caldaia (in effetti visto il soggetto potevo pure darmi un tono, ma già tanto se ho sentito il citofono, quindi mi sono presentata in pigiama con il cuscino ancora in faccia) e mi sono accorta che sì, esiste una vita durante quella strana cosa che convenzionalmente gli umani chiamano mattino. E chi l&#8217;avrebbe mai detto.<br />
Ho addirittura letto vecchi giornali, bevuto due caffè e fatto un giro tranquillo sul web mentre il ragazzo (che si diceva assonnatto, ma a me non sembrava proprio), continuava a stringere manovelle e a provare la pressione dell&#8217;acqua.<br />
Ho visto macchine muoversi, gente parlare al di là del cancello. Che strano mondo. E ho capito di essere alienata, con questi ritmi che ti fanno iniziare di lavorare alle 11.30 e finire più o meno alla stessa ora, ma della sera. Oddio, non che non abbia il suo perché (e poi sì, &#8220;seifortunatanontilamentareguardachistafuoridalleredazioniringraziaDiochehaiunlavoroquanto<br />
ébelloilgiornalismo&#8221;).<br />
Però ecco, uno, come in tutti i settori e in tutti i campi (sì, mi paro il sedere dalle critiche, che non si vede?) uno valuta quello che fa, pro e contro,  sì e no, bianco e nero, caffé o latte, zucchero o dolcificante, etc etc.<br />
Così mi trovo che è l&#8217;una di notte, e mi pare presto. Vorrà dire che continuerò a fare quello che faccio tutto il giorno, ma sembra non bastarmi (scrivere e leggere). Beh, forse non ho poi sbagliato lavoro.<br />
E domattina sveglia alle 10.30.</p>
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		<title>Weekend</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Sep 2008 05:27:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta</dc:creator>
				<category><![CDATA[auto]]></category>
		<category><![CDATA[ricordi]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima pioggia. Batte con insistenza metodica sul parabrezza di un sorriso malinconico, che cerca di coprire il magone, aggrapparsi alle strade conosciute a memoria, agli occhi pieni di affetto, anche se chiusi dal sonno o dal pianto. La prima pioggia che non te l&#8217;aspettavi, la prima pioggia che già fa fresco. In macchina, ricordando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La prima pioggia. Batte con insistenza metodica sul parabrezza di un sorriso malinconico, che cerca di coprire il magone, aggrapparsi alle strade conosciute a memoria, agli occhi pieni di affetto, anche se chiusi dal sonno o dal pianto.<br />
La prima pioggia che non te l&#8217;aspettavi, la prima pioggia che già fa fresco.<br />
In macchina, ricordando passioni infantili, riscopri negli occhi di tuo padre la dolcezza di chi si ricorda.<br />
In macchina, ricordando la vita tra i banchi di scuola a due a due, riprendi le fila di qualcosa non sembra essersi mai sfilacciato.<br />
In macchina, che anche quella via che non è gran che ti sembra magica; che si, è bella un&#8217;altra città, ma casa è casa.<br />
In macchina, con la cena pesante nello stomaco e la sigaretta che fuma fuori dal finestrino.<br />
In macchina, che ti preoccupi di chi non ha voglia di guidarla.<br />
In macchina, che una canzone fa più male del solito, e la seconda non aiuta.<br />
In macchina, perfortuna che questavolta per partire non l&#8217;ho presa.</p>
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