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	<title>Diparipasso &#187; Racconti dalla Capitale</title>
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	<description>Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti</description>
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		<title>Venditti: nella mia vita &#8220;Unica&#8221; l&#8217;ottimismo esiste solo con la sofferenza</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jul 2011 11:06:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diletta Parlangeli&#62;Roma «Ottimismo? Piano». Pausa sotto gli storici occhiali a goccia. «Se vuoi vivere devi avere una spinta, altrimenti facciamo “i morti viventi”&#8230; in questo senso sì, posso intendere l’ottimismo: sofferenza compresa». È da quella che sono nate le più belle canzoni di Antonello Venditti. Eppure un po’ di speranza  sembra emergere ora dai tre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/07/Antonello-Venditti_IMG_7390.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1144" title="Antonello Venditti_IMG_7390" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/07/Antonello-Venditti_IMG_7390-300x229.jpg" alt="" width="300" height="229" /></a></p>
<p>Diletta Parlangeli&gt;Roma<br />
«Ottimismo? Piano». Pausa sotto gli storici occhiali a goccia. «Se vuoi vivere devi avere una spinta, altrimenti facciamo “i morti viventi”&#8230; in questo senso sì, posso intendere l’ottimismo: sofferenza compresa». È da quella che sono nate le più belle canzoni di Antonello Venditti. Eppure un po’ di speranza  sembra emergere ora dai tre brani che anticipano l’uscita del nuovo album “Unica” (Sony Music), a novembre. Un moto di orgoglio, una sorte di “alzati che si sta alzando”&#8230; «Ma non  politica»,  tiene a precisare.<br />
Il brano che dà il titolo all’album sarà un perfetto singolo &#8211; non a caso scelto per lo scopo («L’ho affrontato in modo molto istintivo, faccio anche l’urletto!»): una storia d’amore che, come tutte, «comincia quando finisce». «Non ho mai scritto una canzone “in corso d’opera”, ma sempre dopo &#8211; commenta &#8211; “Unica” è una donna. Il disco è tutto al femminile. È il primo disco che esce dopo che è morta mia madre».  Ecco il punto.  O almeno “uno dei”: «Ci sarà una canzone, Forever,  che è  la mia risposta interiore alla figura femminile».<br />
Tra i brani ascoltati in anteprima  anche Allora canta: “Non lo senti che il vento cambia?” . In quel vento, spiega, c’è un po’ tutto:  i tetti delle facoltà occupate  (lui salì su quella di Architettura di Roma),  le manifestazioni di piazza, le elezioni di Milano e quelle di Napoli: «Il movimento è quello della gioventù, non è più politico.  Se vedo al tg una ragazza che ride, quello mi dà piacere, perché vuol dire che ci crede. Il coro (sembrano le voci di un pubblico al live, ndr) recita proprio “la libertà ritornerà” perché è così: tornerà la libertà di amarci, odiarci, confrontarci».<br />
“Unica” è anche un’iniziativa legata al disco e al tour che avrà inizio l’8-9 marzo 2012 dal Palalottomatica di Roma (il 27 a Milano, Mediolanum Forum), realizzata da Heinz Music, RCA/Sony Music e F&amp;P Group, e che consentirà,  dal 1° settembre, di acquistare il biglietto per il 1° settore e di ricevere una special edition di cd,  ticket e card memorabilia (con sconti annessi e connessi).<br />
Parla anche di questo Venditti, e di molto altro (pagine, servirebbero): della copertina dell’album con un triangolo, vagamente mistico, del fatto che nel brano Oltre il confine parli sia di Allah  che di Dio, perché «è uno solo», dell’immigrazione, del passato  («Non puoi mettertici in competizione, né mettere dischi a confronto»), del figlio Francesco, del cappello e del piano bianco che ha eliminato («Le mie canzoni partono tutte dal piano, ma è per questo il primo che allontano e mi butto sulle chitarre»), della Roma («Mi sono sempre pagato l’abbonamento»). E in  questo fiume, si ferma sorpreso: «Quanti album avrei fatto? Diciannove? Ma non è possibile, mica c’ho avuto tempo!».<br />
“Lo so, lo sai, il tempo vola”.</p>
<p>(DNews, 26/07/2011)</p>
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		<title>Weekend di live a Roma: Caparezza batte tutti</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jul 2011 08:33:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diletta Parlangeli&#62;Roma Le persone che non prendono mai una posizione non dovrebbero frequentare Roma in estate. Ecco  un altro weekend  con tanti live quanti lettini da sole sulla costa e la scelta sarà più complessa di quella “sul bagnasciuga o a fine spiaggia?”. Mentre Franco Battiato questa sera inaugura il suo “Up Patriots to Arms [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Diletta Parlangeli&gt;Roma</p>
<p>Le persone che non prendono mai una posizione non dovrebbero frequentare Roma in estate. Ecco  un altro weekend  con tanti live quanti lettini da sole sulla costa e la scelta sarà più complessa di quella “sul bagnasciuga o a fine spiaggia?”.<br />
Mentre Franco Battiato questa sera inaugura il suo “Up Patriots to Arms Tour” all’Ippodromo delle Capannelle, rivestendo i successi di una carriera con nuovi arrangiamenti,  sempre a Rock in Roma (infoline: 06.54220870) gli occhi sono tutti puntati su <a href="http://diparipasso.com/2009/06/25/caparezza-a-briglia-sciolta-antipatico-me-ne-vanto-e-la-legge-dellortica-dneews-250609/">Caparezza,</a> che domani sera riempirà l’arena di via Appia Nuova. Uscito a marzo con “Il Sogno Eretico” (Universal), nonché con la raccolta “Epocalisse: capologia da ?! al Caos” (Emi), ha già fatto fuori 12mila biglietti solo in prevendita. Il festival spara la cartuccia di <em>Almamegretta &amp; Raiz</em> domenica 17 prima di partire in quarta con una settimana &#8211; la prossima &#8211; di grandi big (nostrani come Silvestri, internazionali come Ben Harper e Robert Plant o Skunk Anansie).<br />
Tornando al presente questa sera, a Villa Ada, l’elegante coppia <em>Petra Magoni &#8211; Ferruccio Spinetti</em> ovvero Musica Nuda, che hanno pubblicato in primavera la loro nuova avventura “Complici”. Alla Casa del Jazz <em>Eddie Palmieri Quartet</em>, mentre al Parco degli Acquedotti si gioca in casa con<em> Brusco &amp; Roots in The Sky</em>.<br />
Domani la raffinata voce jazz pop di <em>Cassandra Wilson</em> risuonerà alla Villa Adriana di Tivoli, Gabriele Coen si esibirà alla Casa del Jazz e il pianista <em>Ede Ivan</em> suonerà a Villa Torlonia.<br />
Festa grande invece a Villa Ada dove si scateneranno <em>Nando Citarella &amp; i Tamburi del Vesuvio</em>.<br />
Domenica svetta invece il concerto previsto a Villa Ada: chiamati all’appello i <a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/spettacoli/2011/26-aprile-2011/i-verdena-quella-musica-che-va-oltre-mainstream-190512405021.shtml">Verdena</a> (Alberto e Luca Ferrari al fianco di Roberta Sammarelli), sul palco con il loro quinto album “Wow” (Black Out/Universal), ventisette brani con le svariate sonorità, dal prog a note più ariose, compresa qualche ballata come «Castelli in Aria» e brani d&#8217;impatto come i singoli «Scegli me», «Razzi Arpia Inferno e Fiamme» e «Miglioramento».</p>
<p>(DNews, 15/07/2011)</p>
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		<title>In giro per Roma &#8220;Corfiatone&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 10:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi ha fatto rap lo sa che su certe strofe ci si arriva col fiato corto. Anzi, Corfiatone. Espressione tutta romana che diventa nome per due attrici (pardon, rapper) tutte romane. I nomi non suoneranno nuovi, e le facce ancor meno: Paola Minaccioni e Federica Cifola. Ma vederle vestite con taglie extra large, cavallo basso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Chi ha fatto rap lo sa che su certe strofe ci si arriva col fiato corto. Anzi, Corfiatone. Espressione tutta romana che diventa nome per due attrici (pardon, rapper) tutte romane. I nomi non suoneranno nuovi, e le facce ancor meno: Paola Minaccioni e Federica Cifola. Ma vederle vestite con taglie extra large, cavallo basso e cappellini &#8211; roba da fare invidia ai personaggi della Eeast Coast d’America &#8211; cambia le prospettive, tanto da chiedersi dove finisca la realtà ed inizi la finzione.  «Abbiamo sempre cercato di tenere nascosta questa identità &#8211; spiega infatti Federica &#8211; è ovvio che si tratti di una parodia, anche se l’intento è proprio quello di sembrare vere». Tutto ciò «senza forzare la caricatura per non farla diventare una macchietta». La risata però scappa davanti ai testi di Contromano e l’ultimo Chiamame ‘npò. Basi da ghetto americano e tanto di “bella sorè, bella fratè”, i testi parlano della vita di oggi, dei piccoli grandi drammi dell’uomo medio italiano. Sullo sfondo una Roma che trasuda da ogni rima, dentro ogni parola e slang, e che dà anche lo spunto per affrontare le difficoltà di una metropoli: traffico, palazzoni, e gente che cammina, per l’appunto, contromano. È la gente a cui “glie rode er culo”, per capirsi. «È nato tutto perchè volevamo iniziare lo spettacolo teatrale in modo inaspettato (le due, che corrono sole con vari progetti, sono a tutti gli effetti un duo comico, ndr) &#8211; dice Paola -  e da lì tra u po’ finisce che facciamo  l’album!». Di concerti infatti se n’è già parlato, e alla “coppia aperta” non dispiacerebbe mettere su qualche progetto con artisti che cantano per mestiere. E sembra che qualcuno tra questi si sia anche interessato: «I Corveleno ci hanno chiamato, sono contettissimi di questo progetto e nostri fans» dicono entrambe con entusiasmo. «Ci siamo ispirate a loro per il nome &#8211; incalza Paola &#8211; e l’idea di un featuring live ci intrippa!». E così dagli sketch per  la Gialappas (le finte porno star), a quelli per la Dandini (Paola a Parla con me è Giorgia Meloni) è probabile che presto si vedranno alle prese con qualche live  durante il quale potrebbero urlare (come nelle canzoni) “alza le casse a palla!”. Fanno sul serio: hanno un editore musicale (Luigi Cantini), un regista per i video (Luigi Antonini) e una musicista che ha messo su basi valide (Radiosa Romani).  Nel loro ultimo singolo il dramma è quello dell’uomo moderno: se il cellulare non squilla, è perché l’ha dimenticato a casa o perché nessuno chiama? Nel dubbio, visto che “un giorno c’hai credito, domani stai esaurito”, la regola è portarselo dietro sempre: “Non mi interfaccio mai, senza il mio mobile/come annà in montagna senza portesse un pail”.</p>
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		<title>Bergonzoni: Smettiamola di raccontare il raccontato</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 21:20:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Olo ami, o lo odi. Perché non è facile, non è una di quelle persone che mette su spettacoli che si possono seguire inserendo il pilota automatico dei neuroni. Afferrarlo è una sfida contro la sua velocità e la propria attenzione. È l’incantatore delle parole che si agitano come serpenti e non si può non rimanerne ipnotizzati. Risponde al nome di  Alessandro Bergonzoni. Fino al 22 marzo al Teatro Ambra Jovinelli (Via Guglielmo Pepe Biglietti: 10/ 30 euro), dove arriva con “Nel”, spettacolo per il quale si è guadagnato il premio Ubu come migliore attore. Riconoscimento che, spiega, fa di questo periodo un «momento magico, insieme alla “Casa dei risvegli” (centro che segue le persone in coma, ndr) e «all’apertura di un nuovo studio a Bologna, che rende la pittura un secondo lavoro». Otre a comporre e recitare spettacoli scrive libri e dipinge (la prima personale a Napoli meno di un anno fa). Un fiume  di creatività declinata in ogni forma. Chi lo conosce sa già, chi non lo ha mai visto presto si chiederà come faccia. Non tanto a parlare, quanto a pensare così velocemente.<br />
<strong>Quand’è che si inizia</strong>?<br />
Uno comincia a pensare così velocemente quando lo decide il pensiero, in fase pre natale,  molto prima di nascere.  È una questione di animo, di sforzi, di energia. Comincia a pensare velocemente perché ha un richiamo, un bisogno di andare oltre.<br />
<strong>Una sorta di “chiamata”?</strong><br />
Beh, siamo sempre pronti  ad accettare ciò che nasce dai computer, e che la scienza e l’informatica dimostrino le cose, mentre quando è una questione interna alla persona, non ci crediamo. Questa è la cosa di cui mi lamento di più: uno scetticismo tremendo applicato alle cose interiori e impossibili. Abbiamo paura di scoprire l’inscopribile, non c’è niente da fare.<br />
<strong>È tutta una questione di andare oltre?</strong><br />
Io non riesco a capire se si debba ancora raccontare il raccontato. Il pubblico deve cominciare a cambiare palato: come può aspettarsi quello che sa già? Che divertimento c’è? L’analisi di questa realtà lasciamola a Grillo, che almeno non fa il comico, o  a Luttazzi che sa fare sia il comico che il satirico. Il resto è intrattenimento, imitazione: vogliamo far l’imitazione?  No, dico, dobbiamo prendere in giro ancora qualche calciatore, dobbiamo fare  la parodia di qualche altro allenatore?<br />
<strong>Me lo dica lei.</strong><br />
Sono sconvolto da come accettiamo il già visto, è una cosa sorprendente.<br />
<strong>E le sembra facile invertire rotta?</strong><br />
Dobbiamo stabilire se accettiamo solo quello che è facile oppure no. Cinquant’anni fa la gente moriva di tumore e diceva “è capitato a me” “me lo sono meritato” o “è ereditario”, adesso la gente se ce l’ha vuole sapere  cosa mangia, cosa ha mangiato e chi gli ha causato quel tumore. Adesso è il tempo di fare un’analisi profonda: la vita è complessità, non esiste una norma, una regola, o un Bignami.<br />
<strong>Nel suo manifesto di “anime pensanti” parla di “provare ad essere stranieri”. </strong><br />
Vuol dire che non accettiamo lo straniero che è in noi, e “straniero” vuol dire in coma, straniero vuol dire stato vegetativo, vuol dire malattia, colore diverso&#8230; tutto questo.<br />
So che si era detto di andare oltre, ma “stato vegetativo” è una parola che adesso richiama alla realtà.<br />
E invece ci manda proprio fuori dalla realtà. C’è un enorme che non può essere regolato dalle norme. È da lì dentro che deve nascere una risposta o una domanda sullo stato vegetativo. Se il cittadino non fa questo lavoro, cosa vai a fare dal notaio? Trovo assurdo dare di assassino a un padre, così come credere che ci sia un Englaro solo, mentre ci sono 2500 Eluane.</p>
<p>(Intervista, DNews, 9/03/2009)</p>
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		<title>Un verosimile Pronto Soccorso</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 01:01:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;ultima volta che ho sentito questo genere di dolore ero una bambina, e ricordo ancora l&#8217;ascensore che si chiudeva con dentro me, un&#8217;infermiera, e mia madre, prima del ricovero per una pleurite.<br />
Ovvio che mi sono preoccupata. Per questo stamattina sono andata al pronto soccorso dell&#8217;ospedale Pertini, in via dei Monti Tiburtini (la rima non era calcolata). Mi ha dato uno strappo il coinqui Gianluca stamattina, e in pochi minuti mi sono ritrovata nel corridoio a riempire il modulo e a farmi dare un braccialetto tipo quelli da open bar discotecaro con un codice sopra (spazio ringraziamenti, che vanno anche a chi ha mantenuto stretto contatto sms).</p>
<p>Insomma, mi siedo in sala d&#8217;attesa. Davanti a me una signora che accompagnava la suocera con la protesi che dopo 12 anni faceva storie, e dato che anche lei aveva un piede rotto, nessuno ha notato che fosse una parente accompagnatrice (in tal caso non sarebbe potuta restare lì).<br />
Ad un tratto arrriva un bambino con tutta la faccia rossa e gli occhi gonfi per un insolazione, e le tre donne cominciano a parlare di tutto. Un ragazzo, che sembra indiano, mi fissa dall&#8217;altro capo della stanza. L&#8217;infermiera chiama un nome, e la signora sulla sedia a rotelle lo guarda: &lt;Ccche sei te?&gt; Lui fa di no con la testa, e lei continua con le due &lt;Che ne so, quello è scuro, po&#8217; esse&#8217; che c&#8217;ha un cognome strano&gt;&#8230; Per fortuna cala il silenzio subito dopo inizia un altro di scorso, sotto i sorrisetti imbarazzati della nuora dal piede rotto.<br />
Attesa, attesa. Poi mi chiamano. Entro in &#8220;Accettazione donne&#8221;: c&#8217;è una dottoressa con il musetto che mostra tutta la sua rigidità. Capelli biondo scuri rossi, stetoscopio verde acido (bello, ammetto) come gli occhiali, e posto di comando: pc, oltre dieci mazzetti di fogli posizionati sulla scrivania, telefono squillante e stampante bollente.<br />
&lt;Malattie gravi?&gt;<br />
&lt;Ehm no&#8230; un ricovero per pleurite da piccola, per il resto&#8230; quelle normali infettive&#8230;.&gt;<br />
&lt;Allergie?&gt;<br />
&lt;Dunque da piccola&#8230;.&gt;<br />
&lt;Parlo di età adultà!&gt; mi interrompe la topina dottoressa [e, tanto per la cronaca, vorrei quasi farle notare che per me, l'età adulta, almeno anagraficamente, mica è iniziata da molto...]<br />
Ad ogni modo, dice all&#8217;infermiera di farmi i prelievi emo, labo, figo, ala, mela: nomi di questo tipo, che ovviamente non ricordo, e mi stendo sul lettino.<br />
Mi infilano un ago di qua e uno di là. Poi arriva un gentil dottore, capelli e sopracciglia bianchi, faccia lunga e occhiali. Mi visita e fa domande, ed è sempre meglio della dottoressa topolina. Almeno non mi guarda storto e non mi chiede perché non sono andata dal medico di base (anzi mi guarda con comprensione e mi dice &lt;Guardi, se va alla asl che avrà vicino casa, gliene danno uno&#8230;&gt;). [Io il mio non lo lascerò mai, chiaro? Solo che sta un po' lontano, ma vabbè].<br />
Carinamente mi chiede se ho preso botte, come mai sono a Roma e che lavoro faccio. A quel punto, sranamente, anche la dottoressa sembra essere lievemente meno rude, ma solo per un attimo quando rispondo &lt;giornalista&gt;.<br />
Il buon dottor e l&#8217;infermiera bionda dall&#8217;occhio azzurro scherzano un po&#8217; su eventuali articoli in merito al Pronto Soccorso.<br />
Poi mi siedo, e aspetto. Aspetto le analisi, aspetto che mi portino a fare la lastra e poi aspetto che me la consegnino. Ad attendere con me, il resto del mondo chiuso dentro e subito fuori quella stanza quadrata. Sono tutte signore piuttosto anziane, eccetto una ragazza magrissima con tacco argentato, jeans e giacchetta nera con camicia che credo sia lì per delle sorta di palpitazioni. E un&#8217;altra, più grande, che sembra peruviana, che ha la sensazione che qualcuno le stia tirando i capelli fortissimo.<br />
Aspettiamo, e intanto girano barelle, entrano ed escono e vengono manovrate con destrezza nello spazio ristretto.<br />
I parenti fuori dalla porta cercano di entrare, ma la dottoressa rigida e inflessibile li riprende:  &lt;Scusi lei dove va?&gt;. &lt;Ma&#8230; &#8211; balbettano i malcapitati &#8211; c&#8217;è mia madre, volevo salutarla&gt;. &lt;Eh, entri&#8230; ma uno alla volta, uno alla volta!&gt;.<br />
Ad un certo punto un&#8217;infermiera rimane sola in sala, e le pazienti tutte &#8220;over&#8221; qualsiasi numero dopo il 65 (e credo anche 70), hanno le loro richieste da fare. Chi ha sete, chi ha fatto un bisogno un po&#8217; sopra le aspettative, chi dice che è abituata al suo terrazzino di casa e se non ci va non respira più, chi sta zitta e si guarda intorno impaurita, e chi a più riprese gridacchia qualcosa di incomprendibile tipo &lt;testa&gt; e poi &lt;quella stupida!&gt;. Il figlio della signora in questione è giù uscito sconsolato dopo il colloquio con topolina: &lt;Sua madre viene per?&gt; &lt;Beh dunque, ha un po&#8217; di diabete, questo e quello e spesso ha degli scatti un po&#8217;&#8230; &gt; e muove la mano all&#8217;insù ruotandola, tipo mossa di ballo popolare. &lt;Un po&#8217; ?!?&gt; richiede topolina. &lt;Eh, un po&#8217;&#8230;.&gt; tentenna il signore. Non ce la fa a dirlo, anche se lo pensa e la cosa lo affligge. Gli si legge in faccia che vorrebbe urlare: &lt;Ma non la vede? Ha quasi 90 anni e dice cose senza senso, inveisce con le persone a caso, a volte. Mi aiuti, non so come fare&gt;. Ma si controlla, e davanti agli occhi della dottoressa, che si vedono lontani dietro gli occhiali poggiati al bordo del naso, risponde: &lt;Ha degli scatti&#8230; diciamo d&#8217;ira&gt;, chiude. E&#8217; quasi sollevato di aver trovato una parola che non offendesse. L&#8217;ha detto veloce, per farsi sentire il meno possibile.<br />
Ma poi, dopo aver schedato anche questa paziente, la dottoressa ha fretta, ha cose da fare. &lt;Sì accomodi fuori, la chiameremo&gt;. &lt;Ma come funziona?&gt; prova a chiedere dettagli lui. &lt;Eh, lei vada, noi se abbiamo bisogno la chiamiamo, appena abbiamo novità&gt;. Lui sembra guardarmi velocemente mentre parla tra sé e sé uscendo dalla stanza&#8230;&lt;Ma quando? Oggi? Domani? Tra un giorno? Tra un anno?&gt;. Borbottando, se ne va.</p>
<p>Io sto lì, aspetto e guardo. Mando mail alla redazione e in giro per l&#8217;Italia ai collaboratori. Ma guardo.<br />
Quando arrivano anche i risultati delle lastre, mi dicono che gli esami non mostrano niente di grave, che si tratta di una toracoalgia di verosimile origine osteoarticolare. Quel &#8220;verosimile&#8221; mi convince poco, ma tant&#8217;è. Decido di non rimanere in osservazione (ipotesi paventata dai medici) per le 24 ore. E&#8217; comparsa una nuova dottoressa, che mentre mi toglie l&#8217;ago mi dice: &lt;Stia tranquilla&gt;. Sorride, mentre la topolina continua a macinare fogli e conversazioni telefoniche e imperativi a destra e a manca. Quel &#8220;verosimile&#8221; non mi piace, manco pensavo si usasse nelle diagnosi (ma a quanto pare è verosimile). Io esco, e mi avvio alla metro, verosimilmente vicina, torno a casa e poi al lavoro. Ora, dopo quelle 4 ore e la giornata lavorativa, sono verosimilmente stanca e ho ancora quel dolore verosimile.</p>
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		<title>&#8220;Signorina, ma lei non la vede la paletta?&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2009 00:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Certe volte penso che ci siano cose che solo io e la mia Twingo d&#8217;un nero cattivo possiamo fare. Prendi giovedì sera scorso, sull&#8217;A1 in direzione Firenze (ma dai). Poco dopo Orvieto, mezzanotte passata, parlavo al telefono, dotata ovviamente di auricolare. Presa dal discorso ad un tratto vedo una macchina della polizia che mi affianca, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Certe volte penso che ci siano cose che solo io e la mia Twingo d&#8217;un nero cattivo possiamo fare.<br />
Prendi giovedì sera scorso, sull&#8217;A1 in direzione Firenze (ma dai). Poco dopo Orvieto, mezzanotte passata, parlavo al telefono, dotata ovviamente di auricolare. Presa dal discorso ad un tratto vedo una macchina della polizia che mi affianca, senza sirene ma solo con le luci accese. Mi rallenta accanto, ma avendo come abitudine quella di guardare avanti quando guido, non ci faccio caso. Mi si piazza davanti. E io continuo a non capire. E&#8217; notte, e ho il vetro sporco (e il cofano bianco) per via di uno spargisale dietro il quale sono stata per lungo tempo causa strada ghiacciata e prestazioni delle ruote non proprio da rally. &#8220;Ma secondo te, una macchina delle polizia che mi si pianta davanti, vuol dire che mi vogliono controllare?&#8221; dico a chi sta all&#8217;altro capo del telefono. Decido di verificare e metto freccia per il sorpasso. E zac, fanno per bloccarmi. Ok, ho capito, ce l&#8217;hanno con me. Uff, che c&#8217;è ora. Li seguo nella piazzola di sosta.  Accosto, abbasso il finestrino: &#8220;Ah ecco, volevate me&#8221;? (Dile, che cacchio dici)<br />
&#8220;Signorina, ma lei la paletta non la vede?&#8221;<br />
&#8220;No, in realtà no. Con il buio no, e mi stavo chiedendo se quella luce fosse indirizzata verso di me&#8221; (Dile, basta, dì che accosti). &#8220;Accosto eh&#8221;.<br />
&#8220;Sì&#8221;.<br />
(Uff, e ora che vorranno?)<br />
&#8220;Vabbé, vediamo i documenti&#8221;.<br />
Tiro fuori la patente, che ce l&#8217;ho nell&#8217;apposito portafoglio carte nella borsa. &#8220;Ecco&#8221;.<br />
&#8220;E&#8217; sua la macchina&#8221;?<br />
&#8220;No, di mio padre&#8221;<br />
&#8220;Da dove viene?&#8221;<br />
&#8220;Roma&#8221;.<br />
&#8220;Che lavoro fa?&#8221;<br />
&#8220;Giornalista. Sto tornando a casa per il weekend&#8221; (le so, tutteeeee!)<br />
E intanto cerco il borsello del libretto.  Sotto il mio sedile, niente. (Dile, tranquilla, lo tieni sempre allo stesso posto, non è che abbia le gambe, tranquilla, cerca bene).<br />
&#8220;Ehm, aspetti che scendo eh&#8221;.<br />
&#8220;Sì&#8221;.<br />
&#8220;Sa, lo nascondo di solito, che non si sa mai&#8221;.<br />
&#8220;Certo, fa bene, a Roma poi&#8230;&#8221;.<br />
Trovato, era sotto l&#8217;altro sedile.<br />
&#8220;Eccolo&#8221;.<br />
Qualche altra domanda, e poi: &#8220;Signorina, lei ha un faro che non funziona&#8221;.<br />
&#8220;Eh no! Guardi, fa contatto. Ho due lampadine Renault da 20 euro sotto il volante, ma quando stavano per cambiarla, mi hanno detto che fa contatto e basta. Aspetti che provo a dargli una botta&#8221;.<br />
Cerco di aprire il cofano, ma è incastrato.<br />
&#8220;Senta, non mi si apre, può provarci lei&#8221;? E scendo di nuovo dall&#8217;auto.<br />
&#8220;Eh vabbè&#8230;&#8221;<br />
Vado per disincastrare la levetta, ma il cofano è pieno di sale (vedi sopra).<br />
&#8220;Lasci lasci, che si sporca, faccio io&#8221;. Apre, è da due botte al faro. Niente.<br />
&#8220;Vabbè senta, già che c&#8217;è lei, mica me la cambierebbe? Ce le ho nuove, 20 euro di Dio, almeno la mettiamo&#8221;.<br />
&#8220;E mettiamola, mi faccia vedere&#8221;. Prendo la lampadina. &#8220;Mi tenga la torcia su&#8221;.<br />
Fa per cambiarla, e si riaccende quella vecchia.<br />
&#8220;Lo vede, gliel&#8217;avevo detto! Fa difetto, credo che andrò dall&#8217;elettrauto a questo punto&#8221;.<br />
&#8220;Ma guardi lei, dovevo farle la contravvenzione e mi trovo a cambiare lampadine&#8221;. Rido. Che devo fare, rido, in effetti la situazione è comica.<br />
&#8220;E dove lavora lei&#8221;?<br />
&#8220;DNews. E&#8217; di Roma lei?&#8221;<br />
&#8220;No, Orvieto&#8221;.<br />
&#8220;Ah allora non ci conosce, noi siamo su Roma, Milano, Bergamo e Verona&#8221;.<br />
Qualche altra chiacchiera e poi: &#8220;Vabbene via&#8230;&#8221;<br />
&#8220;Senta, ora che lei va avanti, mi dica se fa problemi il faro eh&#8221;.<br />
&#8220;Va bene, certo che potrebbe almeno offrirci il caffè! &#8221;<br />
&#8220;Ah guardi, io l&#8217;ho già preso, ma se vuole&#8230; &#8221;<br />
&#8220;No no&#8230; &#8221; Stavolta ride lui, mentre quello che è rimasto in macchina ha una faccia perplessa.<br />
&#8220;Arrivederci allora, buona notte&#8221;.<br />
&#8220;Buona notte&#8221;.</p>
<p>E io, con la mia Twingo d&#8217;un nero cattivo, riprendiamo la strada. E lei ha un musetto che sorride, lo so.</p>
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		<title>Chiamate(la) collega&#8230;</title>
		<link>http://diparipasso.com/2009/01/14/chiamatela-collega/</link>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 00:03:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[esame]]></category>
		<category><![CDATA[albo dei professionisti]]></category>
		<category><![CDATA[esame di idoneità professionale]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[ordine dei giornalisti]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconti dalla Capitale]]></category>
		<category><![CDATA[via parigi]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Gtalk Amica in ansia: &#60;Oh, ma tu l&#8217;hai sentita?&#62; Amico e mentore:&#60;No&#8230;Vabbuò magari è tra gli ultimi&#8230;&#62; Amica in ansia: &#60;La chiamiamo? E&#8217; tardi&#8230;&#62; Amico e mentore: &#60;No no, lascia perdere, poi ci chiama lei&#62; Skype Amica e collega: &#60;Oh, ma si sa nulla?&#62; Coinquilino e collega: &#60;Macchè&#62; Amica e collega: &#60;Chiamiamo?&#62; Coinquilino e collega: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-decoration: underline;">Gtalk</span></p>
<p>Amica in ansia: &lt;Oh, ma tu l&#8217;hai sentita?&gt;<br />
Amico e mentore:&lt;No&#8230;Vabbuò magari è tra gli ultimi&#8230;&gt;<br />
Amica in ansia: &lt;La chiamiamo? E&#8217; tardi&#8230;&gt;<br />
Amico e mentore: &lt;No no, lascia perdere, poi ci chiama lei&gt;<br />
<span style="text-decoration: underline;">Skype</span></p>
<p>Amica e collega: &lt;Oh, ma si sa nulla?&gt;<br />
Coinquilino e collega: &lt;Macchè&gt;<br />
Amica e collega: &lt;Chiamiamo?&gt;<br />
Coinquilino e collega: &lt;No, ma si&#8217; pazz&#8217;&#8230;&gt;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Nella cucina della casa delle fave</span>:<br />
Migliore amica: &lt;Oh, ma la Sore?&gt;<br />
Pierina amica cara, quasi contemporaneamente: &lt;Oh, ma la Piera?&gt;</p>
<p>Da lontano, molti in preghiera (si narra che qualcuno abbia fatto un voto).</p>
<p>Di lei, non si avevano notizie dalla sera prima, qualche fortunato dalla mattina. Si aggirava in via Parigi con un&#8217;ora d&#8217;anticipo rispetto alla convocazione, fosse mai che avessero deciso di anticipare. Niente, non avevano anticipato niente. Bar, cappuccino e appunti.<br />
Alle 14, si apprestava a varcare la soglia di quella porta. C&#8217;era Fabrizio, da Palermo, due posti davanti a lei nei banchi della prova scritta, il 30 ottobre 2008. Lo scorse e si avvicinò. La tensione trapelava dai sorrisi disinvolti. Si registrarono i nomi, si vide la lista: ultima dei candidati interrogati dalla Commissione. Tra lei e la fine, circa 5 lunghissime ore. Avrebbe stretto fogli, sarebbe scappata dalle frotte di esaminandi che andavano ad ascoltare le prove altrui, non riuscendo ad evitare di sentire qualche domanda dai corridoi. Sarebbe rimasta seduta, con lo sguardo fisso e il piede tremulo. Avrebbe controllato nervosamente tramite Google sul black berry qualsiasi cosa, da Garibaldi ai numeri delle leggi. Avrebbe temuto di vedersi il cuore in mano quando l&#8217;ultima candidata prima di lei sarebbe entrata nella stanza.<br />
Fino a quando non ci sarebbe stato più tempo. Più nessun istante.</p>
<p>Mentre lontano da lei si consumava il dilemma sulla riuscita della giornata, da Torino a Modena, da Firenze a Roma, lei entrò nella stanza. Sospesa in un infinitesimo di secondo lungo quanto il replay di una goccia che cade. Seduta in banchi disposti a ferro di cavallo, la Commissione. Due donne, sì, c&#8217;erano due donne. Qualche volto visto all&#8217;esame, qualcuno nei dvd di lezione per la preparazione. Non riusciva a collegare nessuna faccia ad un nome, nemmeno la sua ai tratti che cominciavano a prendere colore. La prima domanda sul curriculum che riportava esperienze in &#8220;cronaca bianca&#8221;. La seconda sulle 4 &#8220;S&#8221;. Poi la tesina, a raffica il quesito sul ruolo del giornalista in un sempre più compenetrato meccanismo di citizen journalism nel sistema d&#8217;informazione. Il caldo, il cuore che batteva, le parole che non uscivano articolate come avrebbero voluto. Storia del giornalismo, il ruolo del sindaco Domenici nell&#8217;Anci, media ed economia, il ruolo degli stessi nell&#8217;opinione pubblica, la verità putativa, la titolazione, il distico che sapeva e non voleva uscire dalla testa e dalla bocca, le sanzioni disciplinari dell&#8217;Ordine, le priorità di Obama, il Pil, e la Vigilanza Rai, che il panico le fece leggere come Agcom (si sarebbe chiesta a lungo secondo quale nesso logico fosse avvenuto l&#8217;inghippo). E poi altro, che continuò a non ricordare. Alcune risposte decise, rispolverate da studi universitari (ancora incompiuti) e alcune da letture extra tesina. Il resto, tutto quello riuscito ad assimilare in giorni di clausura forzata e abbrutimento fisico e morale.<br />
&lt;Altre domande?&gt; disse il commissario davanti a lei. Silenzio&#8230; &lt;No&gt; &lt;No&gt;, &lt;No&gt;. &lt;Si accomodi fuori signorina&gt;. Interminabili minuti, lunghi, concitanti. Dalla stanza le voci dei commissari. Qualcuno ad alta voce &lt;Perché quella ragazza&#8230;&gt; . L&#8217;agitazione saliva mentre il seguito della frase si perdeva nell&#8217;aria indistinguibile. Saliva l&#8217;ansia, le lacrime nervose. Cominciò a pensare di non avercela fatta. E le lacrime a salire. Tentava di buttarle giù, guardava Fabrizio, disperata. Un commissario uscì per andare in un&#8217;altra stanza: &lt;E&#8217; preoccupata?&gt; disse incrociando il suo sguardo. &lt;Sì&gt; rispose lei, con le lacrime alla gola. &lt;Non si preoccupi, è andata&gt;. &lt;E&#8217; sicuro?&gt; &lt;Ma sì&#8230;&gt;. Non era convinta, e lui giustamente diplomatico. Il Segretario si avvicinò: &lt;Guardami, com&#8217;è andata? Tu lo sai dentro di te com&#8217;è andata&gt;. Silenzio. La ragazza venuta a vedere l&#8217;orale un giorno prima del suo: &lt;Ma scherzi? Sei andata benissimo&#8221;&gt;. &lt;No, no&#8230;.&gt; quasi le mancava il respiro. Poi, ad un tratto, la porta aperta alle sue spalle. &lt;Chiamate la collega&#8230;.&gt;. Era lei, era lei.<br />
Entrò, e le facce distese confermarono la qualifica &#8220;collega&#8221;, preludio del successo. Il magone cominciava a sciogliersi, e non riusciva a frenarlo. La stretta di mano del commissario, un rapido sguardo, le labbra  che cominciavano a tremare. &lt;Grazie, grazie&gt;. L&#8217;uscita urlando &lt;Siiiiiiiii&gt;, l&#8217;abbraccio a Fabrizio dopo essergli saltata al collo. L&#8217;aveva aspettata, nonostante avesse finito. E ce l&#8217;avevano fatta entrambi.<br />
Le lacrime non stavano più al loro posto. Le prime chiamate ai genitori. Il commissario che le aveva dato fiducia, incontrato vicino all&#8217;ascensore. &lt;Complimenti&gt;. &lt;Grazie, grazie&#8230;&gt; &lt;E mi raccomando&#8230; si ricordi la Vigilanza Rai&#8230;.&gt;. Sorrise, e ancora non ci credeva.</p>
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		<title>Disagio e burocrazia: Al Pigneto il tempo si è fermato</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2008 14:03:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[dnews]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Chianelli]]></category>
		<category><![CDATA[Pigneto]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti dalla Capitale]]></category>
		<category><![CDATA[Raid Pigneto 2008]]></category>
		<category><![CDATA[Roma 2008]]></category>

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		<description><![CDATA[Diletta Parlangeli&#62;Roma Il Pigneto sette mesi dopo ha la stessa faccia che aveva a maggio scorso, quando alcuni negozi di bangladesi furono danneggiati con tanto di mazze da alcuni cittadini del quartiere. Si urlò al razzismo e alla xenofobia, per poi scoprire che si trattava di un &#8220;regolamento di conti&#8221; nato da un portafoglio rubato. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Diletta Parlangeli&gt;Roma</p>
<p>Il Pigneto sette mesi dopo ha la stessa  faccia che aveva a maggio scorso, quando alcuni negozi di bangladesi  furono danneggiati con tanto di mazze da alcuni cittadini del quartiere.  Si urlò al razzismo e alla xenofobia, per poi scoprire che si trattava  di un &#8220;regolamento di conti&#8221; nato da un portafoglio rubato. A dicembre, i  negozi di via Macerata e via Ascoli Piceno (quelli colpiti) hanno  ancora le vetrine rotte. E lui, Dario Chianelli, 48 anni, che si  presentò alla Digos per raccontare da dove fosse nata la rabbia che lo  aveva portato a spaccare vetri e bottiglie in quei negozi, cammina per  le sue strade: «È cambiato poco – dice -Lo vedì? Io abito là, in quel  palazzo co&#8217; i panni stesi – continua – io qua ce so&#8217; praticamente nato».  Attraversa la ferrovia che spacca a metà il quartiere, e continua a  salutare i residenti ad ogni piè sospinto. Lo conoscono tutti, e dopo  maggio scorso hanno anche capito quali sono le regole del gioco. «Ma lo  sai che m&#8217;è successo ad agosto? – racconta – Ho lasciato la macchina  aperta davanti al bar per prendermi un caffè, torno e non c&#8217;era più il  marsupio». Insomma, nel giro di qualche mese la storia si era ripetuta,  ma se la volta prima la vittima era stata le ex moglie, in questo caso  era toccato a lui. Ma il ladro non aveva fatto bene i conti.<br />
Dario va al  commissariato, e nel contempo sparge la voce nel quartiere: «Ao&#8217;, tempo  un&#8217;ora e m&#8217;hanno chiamato per ridarmi il portafoglio». Ecco. Le regole  del gioco adesso le hanno capite tutti. Si torna a parlare di quello che  fu definito un &#8220;raid punitivo&#8221;: «Mi&#8217; fijo me chiamò e me disse &#8220;hanno  rubato il portafoglio a mamma&#8221;. Andai a chiedere nel negozio de via  Macerata, dove sapevo che potevano sapere qualcosa, de famme&#8217; restituì  almeno i documenti». Da lì partì il primo avvertimento: &#8220;Torno domani  alle 12&#8243;. Il giorno dopo, alle 12, il secondo: «Se nu&#8217; me ridate il  portafoglio, arrivo alle cinque e spacco tutto». E così fu. Solo che  alle 17 di quel giorno «erano tutti pronti ad aspettà me&#8217; &#8211; dice Dario &#8211;  eravamo na&#8217; venticinquina». In effetti in quel negozio sapevano  qualcosa. Sat Pall, il proprietario, spiega: «Quella persona era un  cliente, la conoscevo di vista». «Qualcosa ho aggiustato, circa 1000  euro – continua il proprietario, indiano – ma il resto è rimasto così».  In via Ascoli Piceno, la strada parallela, i negozi invece hanno ancora  le vetrine spaccate, o mancanti. Kabir ha la faccia scura, e appena si  nomina quel giorno, tira fuori dal borsello decine di articoli di  giornale: «Il sindaco aveva detto che avrebbe pagato i danni, e invece  non ci è arrivato niente». È affranto, perché due mesi dopo  quell&#8217;episodio, ha perso anche la moglie. Dario dice di essere andato a  fargli le condoglianze. Islam Serasoli ha il call center lavanderia  vicino all&#8217;alimentari di Kabir: «Il Comune ancora non ci ha dato nulla».  Il suo commercialista conferma il preventivo, che supera i 7mila euro.  «Abbiamo fatto tre viaggi al Comune – racconta Giancarlo Bellotti, di  Wash World – sperano di prenderlo a sfinimento, pare siano lunghe  trafile burocratiche». Dal Campidoglio si apprende che i ritardi sono  dovuti al procedimento penale in corso: «Quando verrà riconosciuto un  colpevole, il risarcimento dovrebbe essere a suo carico. Se per qualche  motivo non fosse possibile, allora interverrebbe il Comune». Ma intanto,  il Pigneto è lo stesso. Fermo in quell&#8217;istante dopo, con i vetri rotti,  e la vita di tutti i giorni. E Dario, che si definisce &#8220;il  malcontento&#8221;, se tornasse indietro, non cambierebbe nulla: «Lo rifarei  domani».</p>
<p>(DNews, 22 dicembre 2008, articolo rilanciato dall&#8217;Agenzia di Stampa OmniRoma)</p>
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		<title>Mia Calimero, non ti tradirò</title>
		<link>http://diparipasso.com/2008/10/28/mia-calimero-non-ti-tradiro/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 07:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta</dc:creator>
				<category><![CDATA[auto]]></category>
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		<description><![CDATA[Come-come? &#8220;Per Roma vendi la macchina e prendi un motorino, che è meglio&#8221;? Ma siete matti?!? Premesso che comincio a credere che il suggerimento arrivi da chi mi vuole vedere morta (tiè), ma qui deve esserci una sana dose di follia. Per forza. Oggi è venuto giù il diluvio, benché a dirla tutta, a Firenze [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come-come? &#8220;Per Roma vendi la macchina e prendi un motorino, che è meglio&#8221;? Ma siete matti?!?<br />
Premesso che comincio a credere che il suggerimento arrivi da chi mi vuole vedere morta (tiè), ma qui deve esserci una sana dose di follia. Per forza.<br />
Oggi è venuto giù il diluvio, benché a dirla tutta, a Firenze abbia visto di peggio qualche inverno fa, con l&#8217;Arno che sembrava dire &#8220;hei, posso uscire?&#8221;, all&#8217;altezza di Nave a Rovezzano. Comunque oggi il signor cielo si è dato da fare, non c&#8217;è che dire. Tuoni e fulmini e pioggia a vento. Al ritorno dal lavoro (10 min fa), ho trovato fine di via Carlo Pesenti completamente allagata, come aveva giustamente preventivato il collega passato prima di me, Adrian John (che ringraziamo). L&#8217;immissione sulla Tiburtina si paventava impresa più titanica del solito: una pozza immensa d&#8217;acqua come asfalto. Alta, pareva una piscinetta (bleah).<br />
Dopo essere stata tentata dal fingere uno svenimento in mezzo alla strada e rinsavire di corsa per poi  sgommare via (peccato mancasse aderenza) quando gli altri automobilisti sarebbero scesi per  tentare il soccorso, ho inserito la freccia e ho approfittato della prudenza altrui per girare. Sembravamo tutti alla scuola guida, km/h circa 10 per ogni veicolo. Piano piano piano. Vai vai vai, vai così, ok&#8230; olè, carreggiata opposta.<br />
La Tiburtina si è presentata come l&#8217;acqua fan di Riccione in alta stagione. Tutte le macchina sulla linea che divide le carreggiate (con rischio frontale non indifferente), perché ai lati si vedevano saltare delfini e spiaggiare foche monache.<br />
E ora ditemi uno con un cinquantino che chacchio fa in una situazione del genere. Premesso che mai e poi mai abbandonerei la mia Twingo d&#8217;un nero cattivo, che tra screzi e non screzi continua ad accompagnarmi,  per tradirla così, con un cinquantino (non ne faccio una questione di classe, però&#8230;). Ma poi, se mai volessi rischiermela, proverei il parapendio. O che so, un bungee jumping. &#8220;Lo sai che una volta ho tentato il suicidio&#8221;? &#8220;Ah sì? Lamette?&#8221; &#8220;No, mi sono messa in motorino con la pioggia sulla Tiburtina&#8221;.<br />
Ma stiamo scherzando. Ecco, aveva smesso di piovere, ma ricomincia. Domani guido con pinne, fucile, ed occhiali.</p>
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