Arno e Tevere, di riva in riva

 

Foto: Simone Crescenzo, Alberto Urbinati

Foto: Simone Crescenzo, Alberto Urbinati

 

Io vengo da una città di fiume. E dico vengo, e non “sono nata”, perché ci tengo a precisare. Firenze è una città piccina. E dico piccina perché lì, dall’alto della parlata senza consonanti, tutto viene visto con un po’ di distacco dai diminutivi: l’omino, ‘i caffeino, i’ cicchino, ‘i piedino. Anche l’Arno, non è che sia questa cosa enorme. Eppure, da quel letto di fiume piccino, educa alla separazione.

Proprio pensando a qualcosa che riguardasse il Tevere, ho ricordato una cosa che ho scritto anni fa, finita in un libro. L’ho ricercata, e diceva così:

 “Bisogna difendersi dalle città con i fiumi. Perché c’è sempre qualcuno che sta sulla riva giusta, e qualcuno su quella sbagliata”
E il fiume a Firenze serve davvero la doppiezza. Questo “io sto di qua, e te di là, e non abbiamo molto a che spartire, porta pazienza”. E si capisce subito.

Quando ti dicono: “La deve andare diladdarno”. Dilà. Rispetto a dove? E quanto di là?

All’inizio non sai, ma poi capisci che Firenze funziona così per davvero: c’è la parte giusta, quella di Palazzo Vecchio, del Duomo, di Piazza della Signoria, piazza Repubblica, San Lorenzo.

E poi c’è l’altro di là, l’Oltrarno (che poi sarebbe la parte più bella). Non è solo un esercizio, è una divisione che regge davvero, uno stare di qua e di là che conta sul serio, in qualche modo. Interpretato ognuno come crede, se crede.

Qui il fiume è un’altra cosa. Lo attraversi di continuo su e giù, da una parte all’altra stando attentissima ai ponti che se ne sbagli uno e non lo imbrocchi chissà quanti altri ne devi aspettare e metti che finisci in fondo a Castel Sant’Angelo poi devi girare laggiù tornare indietro in quella curva dietro San Pietro che è un casino e porca mignotta, ho sbagliato di nuovo.

Urbanisticamente parlando, con i suoi lungotevere, è un incubo almeno quasi quanto le famose grandi arterie di Roma. Ma non divide. Sì, va bene, c’è Trastevere, che come concetto sarebbe l’Oltrarno. Ma non basta. Il Tevere adesso non divide.

Angoscia, per carità. Disorienta, ci mancherebbe. Ma non divide.

D’altronde, ma cosa vuoi dividere a Roma, che è tutto, e tutto insieme. La gente mica ci fa caso qui. Mica si parla coi diminutivi, qui. Qui si gira e ci si sbatte su e giù, da una parte all’altra, di corsa, senza respirare. Roba che quando vedi il fiume ti vien voglia di frenare e goderti lo spettacolo. La parte di fiume che passa per il centro – beh, io quella conosco – la sera, è uno spettacolo senza fine. Se sei a piedi anche se cammini di corsa ti fermi un secondo, al centro preciso di un ponte (uno a caso), e ti metti all’incrocio dei venti. Un secondo.

E sarà impopolare da dire in questa sede, ma a Roma puoi vivere anche senza fiume. Io sto in un quartiere che il Tevere, se non vuoi, non lo vedi manco di striscio. Ora hanno trovato un laghetto, pure bello, ma che c’entra.

Quindi qui, qui a Roma dico, le rive sono tutte giuste.

 

 

[Questo è il testo che ho scritto e letto per la puntata “Barcaroli Controcorrente” (vedi locandina), nell’ambito di Librarsi, iniziativa ideata e condotta da Daniela Amenta e altre prodi colleghe dell’Unità. La serata, che ha raccolto gli interventi di più autori, è stata anche occasione per godere della mostra fotografica di Simone Crescenzo e Alberto Urbinati, che hanno fatto un racconto eccelso di questo fiumone che attraversa Roma. Qui sotto un video che le raccoglie. Ascoltate anche l’audio, ché merita)]

 

 

 

 

 

 

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