Le cose che
Le cose che non vuoi le vedi prima degli altri. Perché la paura fa guardare avanti, non indietro.
Quelle cose lì le nascondi, le schiacci come i piumoni messi via per il cambio di stagione, le spingi sul fondo di una borsa e quando saltano fuori dopo mesi dici: “No no, ma questa non è mica roba mia e chissà qui come ci è finita no-no-no”.
Ti torturano i pensieri e così tu poi ti torturi-le-mani-apri-e-chiudi- le-penne-serri-i-denti-stropicci-il-cuscino-getti-le-cose-sbatti le-porte-e-i-telefoni-alzi-il-volume-stringi-i-pugni-urli-nella-cornetta-trattieni-la-nausea-mordi. Mordi forte il labbro inferiore. Nella lotta rabbiosa per la difesa, nel tentativo di oppore loro una qualche resistenza.
Fin quando non sanguinano: i tuoi pensieri, e il tuo labbro inferiore.
Il giorno dopo oggi
Non credo di aver voglia di fare bilanci. Dopotutto cosa vuoi bilanciare, se domani sarà il giorno dopo oggi.
Magari ecco, magari sì, ecco, facciamo che pondero.
Soppeserò come faccio sempre, ma non mi peserò. Figurati, dopo Natale poi.
Guarderò questo sole di Roma che fugge via presto e si mangia la sera in un boccone dopo le cinque appena.
Guarderò fuori dalla finestra chiedendomi fuori da quale finestra guarderò tra un po’.
I miei errori, la maggior parte almeno, li ho già guardati negli occhi, quindi posso rimandare.
Smetterò. Non so di fare cosa, ma qualche cosa smetterò, dai. E magari comincerò, perché bisogna controbilanciare. “Controponderare” mi risulta non esistere. Una cosa in meno da fare.
Al massimo controcanterò, e mi passerà.
Nuoterò nell’esistenza liquida (fosse solo la società…) come mi trovassi nel mare della Puglia a luglio. Farò come quando speri di trovare un materassino al largo: vuoi mettere dondolare appoggiato a qualcosa? Tutt’altra storia.
Resti sospeso, ma almeno stai comodo.
Sognerò il lavoro che faccio, fatto al meglio. Sognerò l’amore, amato al meglio. Sognerò la vita, vissuta al meglio.
Non penserò di parlare al futuro per rimandare, ma per continuare a pensare.
“Year in Hashtag”, quello che i giornali non sanno della rete
Sul ruolo della rete nell’informazione, il citizen journalism, la cronaca attraverso i social network sites, si legge di tutto. Poi, in mezzo a discussioni-fuffa e progetti-farsa, salta fuori qualcosa di estremamente chiaro ed efficace: “Year In Hashtag” (yearinhashtag.com) è un archivio delle notizie dell’anno che sta per finire. Non una semplice raccolta, ma la selezione, come spiega l’ideatrice Claudia Vago (@tigella) «delle notizie che sono arrivate prima dalla rete, o che su internet sono state affrontate in un modo specifico, un taglio particolare». Read more…
Ministro Fornero, due parole da una privilegiata
Che il ministro del Welfare Elsa Fornero si “acchiappi” o meno con i giornalisti, mi importa tanto quanto. Mi interessa decisamente di più quando leggo le sue dichiarazioni sulla categoria, che secondo lei «sta sperimentando la durezza di un mondo che non fa sconti a nessuno», dopo «essersi avvalsa di privilegi» anche grazie alla sua «vicinanza al potere politico».
Ora, visto che lo faccio di mestiere, vorrei dare al ministro una notizia.
I giornalisti privilegiati esistono – per carità – ma sono pochi. Sono quelli che hanno firmato contratti dorati molti, molti anni fa, all’epoca in cui i giornali persino affittavano mezzi privati per mandare qualcuno a fare un’intervista. La casta ”moderna”? Beh, quella si sarà mossa come fanno tutti quelli delle caste, prendendo tutto quello che poteva, da chi poteva. Anche dalla politica, certamente.
Parlare per categorie però è utile quanto rischioso. Dire che siamo dei privilegiati e come dare di “Papa” al parroco della chiesa di frontiera, o di barone ad ogni professore universitario. Osando, è come condurre lo stesso gioco che ha fatto Brunetta quando ha parlato a tutti gli statali dandogli di “fannulloni”.
Le cose stanno diversamente. Read more…
Fiorello “asso piglia tutto”: per #weS oltre 13milioni di spettatori
Botto aveva annunciato, e botto è stato: con l’ultima puntata de #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend Fiorello ha portato a casa 50,23% di share con 13 milioni e 401mila spettatori. «Poca cosa i numeri, basta che la gente si sia divertita» ha commentato al Tg1.
“Poca cosa” non saranno certamente né per gli investitori (Sipra ha commentato con entusiasmo gli ascolti inauditi anche durante le pause pubblicitarie), né per la direttrice generale della Rai Lorenza Lei, che, ringraziando, ha già teso una mano per il futuro: «Si riposi il giusto, ma ritorni presto.
Sotto il bianchetto
Le parole non si aggiustano. Si cambiano, se va bene. Ma proprio se c’è tempo.
Le parole si dovrebbero cancellare, ma una volta scritte si vede il solco anche sotto il bianchetto (e in caso contrario, il suo odore acre ricorderà di aver commesso un errore).
Se le hai pronunciate, c’è quella regola che te le puoi rimangiare, ma è un modo di dire. Figurati, quelle si mettono a cavalcioni sull’aria e vanno via.
Per conto loro; non si fanno mica prendere.
Ecco, al massimo le parole si perdono. Non le trovi più e magari hai la fortuna, o la sfiga, che nessuno te le venga a ricordare.
Son pezzi di umore che si staccano, respiri con il sonoro, idee con il vestito. Se si rompono non le puoi mica rincollare, ché poi ti si appiccica la lingua. C’è chi, per dividerle, ha sbagliato. Che figura.
Ma in fondo, che tweetimporta?
Il mondo dell’informazione ama i tormentoni. Segue ciò che reputa innovativo come il pubblico fa con la canzone dell’estate: per qualche mese, quando va bene parecchi, sembra che non esista altro. Poi, come scade la stagione, arrivederci e grazie.
Succede così con le notizie vere e proprie, figuriamoci con ciò che è in grado di riempire pagine bianche in nome del teorema “minimo sforzo>massimo risultato”.
Twitter è il nuovo Facebook d’Italia. Almeno per i media.
Sono loro ad usare sempre lo stesso metodo: prima sospettano di ciò che non conoscono, poi appena riescono a capire come lo possono sfruttare, se lo fanno amico spremendolo fino al midollo.
Dacci oggi il nostro titolo quotidiano
C’è stato un periodo in cui i commenti alle notizie che giravano in rete passando di blog in blog, o le notizie stesse che incredibilmente (siore e siori) arrivavano proprio dalla rete, si sono meritate degli spazi sui quotidiani cartacei (il titolo-tipo corrispondente era “IL TAM-TAM DELLA RETE”).
‘Rapporto Carelli’: “Nel cuore della politica, lontani dalla politica”

Roma: «Nel cuore della politica, ma con una linea editoriale indipendente»: una bella sfida quella che lancia Emilio Carelli, fondatore di SkyTg24 che proprio sulla rete all news parte con “Rapporto Carelli”, questa sera alle 20.35 (ogni martedì e mercoledì, con repliche su
Sky Tg24 Eventi alle 21.30 e alle 22.15 e in esclusiva free su Cielo alle 23.00). L’ennesimo talk show per dar voce ai burrascosi dibattiti delle opposte fazioni? Proprio il contrario, assicura il protagonista: «Sarà un’ora per dar voce all’Italia di qualità, agli amministratori che si dimostrano adatti, agli stranieri che guardano con occhi differenti le cose che succedono, ai giovani. Molto spazio ai volti nuovi». Si parlerà di politica, da una location particolare: «Lontano dalle sue sezioni, ma su un terrazzo che affaccia su Piazza Venezia».
Bublé: prima di cantare il Natale, vado da Fiore
Due sono le ipotesi: o Michael Bublé è estremamente persuasivo, oppure la sua convinzione è contagiosa. La passione che lo ha tenuto 5 mesi in studio per realizzare il suo nuovo “C h r i st m a s ” (Warner) riesce ad acquietare anche chi, arrivato alla presentazione romana del disco, di “clima natalizio” proprio non ne voleva sentir parlare.
Il trucco, per così dire, sta nello spirito: «Sono dieci anni che avevo in testa questo album, sapevo esattamente come avrei dovuto farlo: ogni singolo suono, ogni arrangiamento». Persino i duetti, dice: “White Christmas” con Shania Twain, “Jingle Bells” con le Puppini Sisters e “Feliz Navidad” con Thalia. «Il manager mi ha chiamato e mi ha detto “Guarda, è tutto pronto, puoi venire qui e registrare tutto in tre giorni”, ma non l’ho fatto: ci ho messo anima e cuore in questo album e credo sia il più importante della mia carriera».
Sarà che di replicare l’ep natalizio “Let it snow” non aveva proprio voglia: «Fu una dura lotta. Era il mio secondo lavoro, e onestamente non mi sentivo affatto pronto. All’inizio dissi addirittura al presidente della Warner che mi poteva cacciare dalla label, se voleva, ma non lo avrei registrato. Poi alla fine si fece: per carità, è un prodotto bellissimo, ma non sono io; non mi rappresenta. É un karaoke». Questo lavoro, invece «è album tra amici, registrato dal vivo – i classici li abbiamo suonati 5 volte davanti ad una stanza di 90 persone per poi prendere il risultato migliore – senza l’uso di tecnologia aggiuntiva, salvo per i brani più pop».

