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Valerio Scanu: Mai provati “tutti i laghi”…

Posted by Diletta on Mag 20, 2010 in Senza categoria

Diletta Parlangeli>Roma

Ormai si è abituati a vederlo sul palco, Valerio Scanu. Fa quasi uno strano effetto immaginarlo alla guida di un’auto diretto verso casa a Roma.  Nella Capitale si esibirà sabato 22 all’Atlantico (biglietto 25.30 euro info: 06 5915727) prima dei Wind Music Awards di Verona il 28 maggio e la tappa a Piazza Duomo di Cologna Veneta (Vr)  il 29 maggio. «Sono fuori da questa mattina prestissimo – dice – spero di arrivare presto». È un periodo intenso per il vincitore dell’ultima edizione del Festival di Sanremo proveniente dalla scuderia di Amici di Maria De Filippi (secondo classificato), adesso in giro per l’Italia con In tutti i luoghi tour, nome tratto dalla canzone che ha trionfato all’Ariston Per tutte le volte che, di Pierdavide Carone.
Presto tornerà a Cagliari e Alghero: com’è il pubblico della sua terra?
Dopo Sanremo non ho ancora avuto occasione di tornare, ma i concerti della scorsa estate sono andati molto bene e spero che sia ancora così. Andiamo anche ad Osini, un po’ lontano…

Premesso che dopo il talent show ha già avuto esperienze, com’è il live?
Mi piace, è il contatto diretto con le persone che hanno pagato per vederti: è il tuo pubblico.

Accusano le etichette di lanciare “fenomeni” per poi abbandonarli a loro stessi: che ne pensa?
Per quanto riguarda me, sono stato l’unico uscito dai talent scelto dall’etichetta Emi, per cui non è un problema che mi pongo adesso.
Continua a studiare?
Devo finire l’ultimo anno del liceo scientifico.
Non è facile, eh?
No, ma si deve fare.
Con il canto invece?
Beh intanto il tour è un ottimo allenamento, poi magari in inverno torno da Jurman (Luca, il vocal coach che ha puntato su di lui ad Amici, ndr).
Con chi vorrebbe collaborare?
Con Giorgia.
Ha già contatti? Altri progetti?
No, non la conosco ancora. Riguardo al resto nell’immediato non so rispondere. Musical? No, al momento non mi interessa, ma non si può mai dire, magari ne scrivo uno io!
Dica la verità: quanto l’hanno stressata con “In tutti i luoghi e in tutti i laghi”?
Eheh, tanto e non capendo che è solo un gioco di parole. Nulla di sperimentato… Alla fine è diventato un tormentone, ma quella frase va molto al di là del valore materiale.
Che poi, non è nemmeno sua. Lei scriverà qualcosa?
Più in là, magari.
Allora lo ha già fatto!
Chissà…

(DNews, 20/05/2010)

 
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Intervista a Luca Jurman: Spegniamo la tv e torniamo nei locali (DNews, 12/05/2010)

Posted by Diletta on Mag 12, 2010 in dnews

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Diletta Parlangeli>Roma
A 7 anni  i suoi genitori lo portarono da uno psichiatra perché diceva di sentire la musica in testa, persino la notte. Quando capì che il medico avrebbe fatto qualcosa per interrompere quel processo,  iniziò a fingere dicendo di essere guarito. Che avesse del carattere, Luca Jurman, era cosa nota. Un po’ meno che la sua passione  avesse radici così profonde. Il vocal coach noto ai più per aver insegnato  in talent show come Operazione Trionfo (2002)  e Amici di Maria De Filippi, ma musicista da sempre, presenta il suo primo libro( «una liberazione») Vocal Classes® – L’evoluzione nel canto (DeAgostini).
“Il talento resterà sempre una risorsa limitata e limitante”: che intende?
In questo caso voglio dire che il talento non è così vasto come si pensa. È limitante per chi crede di averne e scopre che non è così.
Sta al vocal coach scoprirlo?
No, nessuno è un giudice in grado di dirlo, si deve essere umili abbastanza da capirlo soli.
Dov’è nata l’esigenza di fare un libro?
A dire il vero doveva uscire tre anni fa, poi gli eventi televisivi hanno fatto slittare tutto. Questo mi ha fornito ulteriori spunti ed è stato un bene perché negli ultimi anni nel settore c’è stato un caos che tuttora regna.
“Gli unici a guadagnarci -scrive – sono i discografici delle multinazionali”.
L’ho sempre detto che non condivido molte idee, l’uso che fanno della loro esperienza e delle loro conoscenze. Mi rammarica che la discografia lavori in una certa direzione e   l’artista ne faccia le spese.
E cosa dovrebbero fare?
Non mischiare le carte in tavola, semplicemente. Quando vedono i ragazzi dei talent e son lì che dicono “ah! Bravi! Bravissimi! Disco di platino! Di disco di diamante!», questi si sentono Dio sceso in terra e nessuno si rende conto che non hanno la maturità giusta per reggere un’eventuale batosta. “Umiltà” dovrebbe essere il Leitmotiv.
I talenti sopravvalutati non me li dirà mai, ma quelli sottovalutati?
I grandi sono sempre venuti fuori: Alex Baroni, Giorgia, ma persino uno Stevie Wonder. In Italia ce ne sono tanti: usciamo dalla tv e usiamo parametri diversi. La televisione va benissimo, ma ma la musica e nata molto prima. Andiamo nei locali.
Lei lo fa?
Sì, di mestiere, sono un musicista e avevo la mia vita prima della tv.
Il libro è anche per il pubblico: lo sa vero che l’anno prossimo le faranno obiezioni con termini tecnici, grazie a questo?
(Ride, ndr) Non ho mai pensato che il pubblico fosse stupido come vogliono far credere e tutte le volte che ho cercato di spostare la discussione su altri piani, è stato ben recepito.
Ok, a suo rischio e pericolo.

 
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Edoardo Winspeare: mentre penso ad una commedia, vi racconto gli eroi quotidiani (DNews, 3/05/2010)

Posted by Diletta on Mag 3, 2010 in dnews

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Diletta Parlangeli>Roma

Tutto il mondo è paese, peccato che sia piccolo, pigro e con poca voglia (o con troppa paura) di aprirsi all’altro. Per questo Edoardo Winspeare, regista del film documentario Sotto il Celio Azzurro (fino a mercoledì al cinema Aquila di Roma e fino al 13 – con proiezioni pomeridiane – allo Spazio Oberdan di Milano) aveva bisogno di trovare, spiega, degli «eroi quotidiani». Così il cineasta di Pizzicata, Sangue vivo, Il Miracolo e Galantuomini, torna al documentario con la storia della scuola materna multiculturale (Celio Azzurro)  nel cuore di Roma.
Come ha scovato questo progetto?
L’idea è stata del direttore della fotografia, che ha i suoi bimbi iscritti alla scuola. Era da lungo tempo che cercavamo di fare un film sugli italiani che fanno bene il proprio lavoro, con più storie. Mi disse: “Perché non facciamo qualcosa sui maestri del Celio”?. Io non ero convinto, ma dopo essere stato due settimane con loro non ho avuto più dubbi.
“Un lavoro sugli italiani che fanno bene il proprio lavoro”: quindi sono pochi.
L’Italia è un Paese in grande decadenza, non crede più in niente, politici compresi (a ragion veduta). Cercavamo persone che avessero la luce negli occhi. Parafrasando Borges cercavo gli eroi quotidiani, perché sono loro che salvano il mondo.
Quanto è durato il lavoro?
Un anno di riprese e cinque mesi di montaggio. Sono stato con loro in tutti i momenti, e non è stata sempre una passeggiata. Ma come mi spiegava Massimo Guidotti “non è così difficile, basta metterci della passione”. E se lavori con i bambini, la passione la devi avere.
Non solo nell’ambito di esperimenti multiculturali, per altro.
Purtroppo la scuola ha creato dei burocrati dell’educazione. È questa la differenza e il bello del Celio Azzurro: fanno uso di  un misto di metodi, da Steiner a Montessori, ma soprattutto lì si insegna a  non aver paura dell’altro, ma a conoscerlo. È importate farlo sin da piccoli, altrimenti si cresce con preconcetti.
Stereotipi che esistono ancora anche tra italiani, tra nord e sud.
Eccome, ma non solo dei settentrionali nei confronti dei meridionali. Io ho un cognome straniero (nato a Klagenfurt, vive da sempre a Depressa di Tricase, Lecce, ndr) e ancora, dopo 10 generazioni, mi tocca spiegare tutto. La mia “salentinità” me la sono guadagnata sul campo.
E dire che in Puglia ha lavorato molto. Sarà lì anche il suo prossimo film?
Ne ho girati quattro nella mia regione e ne farò un quinto.
Di che si tratta?
Una commedia, c’è già  la sceneggiatura.
Bene, quindi a breve?
No, mi servirà la primavera

 
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Primo Maggio: si chiude il sipario, si apre la causa (DNews, 3/5/2010)

Posted by Diletta on Mag 3, 2010 in dnews

Diletta Parlangeli>Roma
“Si spengono le luci qui sul palco, ma quanti amici intorno”, cantava Antonello Venditti. Ecco, in piazza San Giovanni a Roma le luci si sono spente, e degli amici si fa il conto: lo storico live Primo Maggio, voluto da Cgil, Cisl e Uil fa il bilancio del giorno dopo (o meglio della notte stessa). All’attivo quest’anno c’è uno sponsor sparito all’ultimo minuto e le consuete difficoltà di budget – aggravate dall’episodio – che costringono l’organizzazione a pensare ai più svariati rimedi. Marco Godano, uno degli organizzatori, si ferma un po’ a ragionare. È mezzanotte di sabato e in scena ci sono i Baustelle. Mentre echeggiano le note del loro ultimo album, Godano parla subito di numeri. «Il vero dato è la piazza – dice – c’è un pubblico che ormai si fida e sa che non gli sarà rifilata nessuna bufala». Lasciando un attimo da parte il profilo artistico dell’evento, arriva la patata bollente sotto il nome di “soldi”: «Quest’anno è stato un anno molto difficile, economicamente parlando – spiega Godano – e siamo stanchi di arrivare ogni anno a fine aprile senza sapere quanti fondi ci saranno davvero». Specie poi se qualche sponsor diserta.

La “sorpresa”

Durante la presentazione dell’evento lo scorso dicembre la new entry tra i sostenitori della manifestazione era arrivata con tanto di brochure: era la Ker Self (sistemi fotovoltaici). Aveva dato la sua adesione prospettando un Primo Maggio all’insegna dell’eco sostenibilità. Poi si è persa anche la sostenibilità. «Sono spariti a 15 giorni dall’evento – ha detto Godano -e questa cosa avrà degli strascichi». Ovvero tribunali, presumibilmente: «Abbiamo dato le carte agli avvocati per fare una causa. Ma il Concertone non si fa con le cause». E anzi, continua animato: «Rispondo a chi qualche giorno fa sulla stampa ha dato al live il titolo di “Concertino”: questo è sempre il “Concertone”, alla faccia di chi ci vuole male». Dopo l’ospitata di Vasco Rossi ripetere il boom di presenze e ascolti della diretta su RaiTre non era cosa semplice (dalle 21.04 alle 23.59 gli spettatori furono 2 milioni 489 mila con uno share dell’11,91% contro 1 milione 89 mila e il 4.93% di share di quest’anno), ma Godano si difende dicendo che «era un Primo Maggio colto, più colto del solito».  Molta musica italiana e non main stream, sicuramente: Roy  Paci, Simone Cristicchi, Samuele Bersani, Vinicio Capossela, Carmen Consoli e Baustelle. Nessun nome roboante alla Oasis o Bon Jovi e i detrattori hanno subito pensato al live  “de noantri”. All’attivo, detrattori o meno, restano grandi nomi della musica italiana, ospiti come Paolo Nutini e l’Orchestra Roma sinfonietta e un palco con 120 pannelli (non solari, per ovvie ragioni) con effetti grafici di rilievo. Gusti o meno, il problema restano i fondi. E se l’edizione 2009 ha rischiato grosso (arrivò in soccorso proprio la Ker Self) e quella del 2010 è stata una navigazione a vista, per il 2011 qualcosa va inventato. «Abbiamo però chiesto ai sindacati di riflettere sulla Fondazione per non ritrovarci ogni anno a metà aprile senza sapere quale sarà il budget – ha spiegato Godano  – Ci piacerebbe che fosse uno strumento politico in cui però la politica non possa ricattare. Come accade in Francia e in altri posti, in cui la politica garantisce finanziamenti, ma autonomia». «D’altronde – aggiunge – ormai il primo maggio è un patrimonio  culturale che va tutelato». Si è pensato di pagare un biglietto (costi simbolici da uno o due euro) anche attraverso donazioni tramite cellulare: «Il tutto ha delle oggettive difficoltà di realizzazione: ci vorrebbero campagne pubblicitarie, bisognerebbe affidarsi a compagnie telefoniche, e i servizi costano. Anche volendolo fare con bonifici, si finirebbe per spendere di più di commissione che di biglietto. E poi resterebbe tutto nell’incertezza perché che fai, chiedi i soldi alla gente due settimane prima?». Insomma, è tutto da vedere, conduttore compreso. La prima donna a dirigere la festa infatti, Sabrina Impacciatore, madrina di questa edizione 2010, ha già messo le cose in chiaro: «Esperienza catartica, ma resterà isolata». E mentre per lei aspetta il prossimo “Ciak, si gira”, sul Primo Maggio arrivano i titoli di coda.

 
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Le mie prigioni (sul pianerottolo): del rimanere chiusi fuori casa

Posted by Diletta on Apr 30, 2010 in Mentre vivo

“Accidenti, ma cos’è quest’odore? Sarà mica il gatto che ha battezzato il mio zerbino?”.  E’ inseguendo questo ameno pensiero che ho creduto di aver chiuso la porta con in mano le chiavi per chiuderla, come da logica. Peccato che le chiavi fossero attaccate alla porta sì, ma dentro. Ciò che avevo in mano mi sarebbe servito tutt’al più ad aprire l’auto, ma il mio cervello – che nel contempo stava appresso all’idea  del micio piscione  – aveva registrato “presenza di portachiavi nella mano” e non ha generato l’impulso “controllare il genere di chiavi di cui è in possesso la grandissima idiota che sta uscendo”. Quello che si è limitato a fare è stato demandare alla mano una spinta sufficiente a far sbattere la porta nonostante sul braccio gravasse il peso delle consuete due borse che mi porto appresso.

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“Cazzo”.
Un microcentesimodiscecondo (esiste?) dopo lo “stonc” della chiusura, ho realizzato, senza nemmeno guardarmi le mani, di aver fatto il danno. Ho fissato la serratura sperando nell’apparizione di San Pietro, ma l’unica cosa che riuscivo a visualizzare sotto l’ottolino era l’ologramma del gatto che aveva generato il corto cirtuito mentale (di solito succede anche per molto meno, ma non era quella la sede adeguata per porsi il problema).
Ri fisso la porta. Ri spero nell’apparizione. Ri penso al gatto.
Moviola: guardo la grata infondo alle scale. ‘No ma figurati se l’hanno chiusa, non lo fanno MAI. Da gennaio sto in questo condominio e non l’ho mai trovata chiusa di giorno. Impossibile’. Corro veloce lasciando le borse accanto alla porta. Ogni gradino mi separa dalla verità, ma cerco di far finta che  non mi sembri essere davvero irrimediabilmente chiusa. ‘No vabbè, ma figurati’.
Sì, è chiusa. Sbarrata-blindata-bloccata. Avranno anche dato due mandate anziché una.
Non sono solo chiusa fuori casa dunque, ma sono prigioniera di due metri quadrati tra pianerottolo e scala. Chiusa tra una porta e l’altra, come in quegli indovinelli strani in cui ti prospettano una serie di portoni e scegli quello giusto da aprire. Eh, da aprire. ‘Dile, porca eva, cosa vuoi aprire che sei chiusa tra una grata di metallo e una porta di legno?’
Calma. Vabbè, suonerò ai vicini, cercherò di passare dal terrazzo sperando di aver lasciato qualche finestra aperta. Oppure suono e gli chiedo un cacciavite, smonto tutto. SantoMacGyver pensaci tu. Suono ai dirimpettai. Prima uno, poi l’altro. Poi zompetto dall’uno all’altro sperando che mi vedano volare giuliva dallo spioncino suonando la Nona di Beethoven attraverso campanelli. Nessuno. Non.risponde.Nessuno. Vabbè, saranno fuori no? Sì, ma per quanto?
Cellulare, voce “Mut”. E’ in treno per venire a trovarmi, sarà il caso di avvertire che la mattinata (durante la quale avevo giusto fissato quelle tre quattro cose da fare) si preannuncia difficile: “Ma’, mi sono appena chiusa fuori di casa”. “Hai fatto questo hai fatto quello?” “Sì, non c’è nessuno. Ok, non ho molta batteria al cellulare ora chiudo poi vedo. [...] Sì…sì…chiudo, ciao”.
‘Dai, alla fine guarda un po’ che cosa buffa. No? No Dile, in effetti no. Ok’.

Piano b: chiamo la padrona di casa. Non risponde. Chiamo l’altra vicina, quella che sta nel portone accando. Tututututtutu. ‘UUUUind’. Riprovo con la padrona. Libero, non risponde. Riprovo la vicina: ‘UUUUind’.
Calma. Sms “ciao sono Diletta sono rimasta fuori casa, mica hai il doppione della grata sotto”? Niente. “Sempre io, mica hai il numero di S., la dirimpettaia?” Niente.
Chiamo l’amica che sta a Roma: si fa dieci minuti di risata in diretta (e dalle torto).  Lancio status Facebook, così mi espongo al pubblico ludibrio e se famo du’ risate. Tutto sommato la situazione è surreale. Mi attacco alla grata e accendo una sigaretta come una prigioniera nell’ora d’aria. Solo che le ore d’aria qua rischiano di essere parecchie. ‘Io posso pure aspettare, ma metti che sono andati tutti via per il ponte del primo maggio? No, i pompieri no, che poi la grata sai quanto costa? Vabbè io aspetto. Eh, ma fino a sera avrò anche bisogno di un bagno o che so, di bere’.
Chiamata: la padrona di casa. Le spiego tutto, dice che mi cerca il numero di S. Arriva il numero, chiamo. Lei è dall’altra parte di Roma bloccata, ma parte il giro di chiamate a tutti i vicini. Una non c’è, l’altra non può…però aspetta, mi dice che forse ce n’è uno che sta a casa e potrebbe essere rintracciabile. ‘Il mio salvatore’, penso. Comincio con doti di telepatia a invocare il suo nome, che scopro per la prima volta al telefono (ma chiamatele anche “preghiere al Signore affinché esista qualche anima pia che mi liberi”). Attimi di attesa, la vicina attacca dicendo che mi farà sapere. Risquilla il cellulare, abbiamo il nome. Sì è lui, è proprio lui (ma lui chi? Dio, che figura davanti a TUTTO il vicinato). ‘Richiamalo anche tu così gli spieghi per bene’.  Chiamo, spiego. Scopro anche di averlo buttato giù dal letto (’Brava Dile, brava’). ‘Vabbè, almeno se mi libera da qui vado a cercare qualcuno che mi apra la porta’.
In tutto ciò, dall’ameno pensiero, sarà passata un’ora e mezzo. Il salvatore arriva e mi libera dalle mie prigioni fatte di scale e grate. Empatico davanti alla tragedia, mi aiuta anche a cercare gli attrezzi per aprire, la porta che poi si incarneranno in un giovane fabbro che fa aspettare i consueti “dieci minuti” alla romana (leggi un’ora e quaranta).
Guardiamo il lato positivo: ho conosciuto un po’ di vicini. No Dile, è diverso: ti sei fatta riconoscere anche questa volta.

http://www.giannicipriani.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=526:festival-lounge-il-giornalismo-si-racconta&catid=70:societa&Itemid=118

 
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Gocce

Posted by Diletta on Apr 17, 2010 in Penna e calamaio

gocce

“Piove”.

“Come va? E’ un sacco che non ci vediamo, chissà che farai ora”.

“Piove”.

“Tutto bene? L’hai poi fatta quella cosa che volevi, hai parlato con chi dovevi?”

“Piove”.

“Sì ho capito, non cambiare discorso. Lo vedo anche io che piove. Alla fine ci sono qui, pure che non sembra”.

“Piove”.

“Eh”.

“Ma tanto”.

“Sì lo vedo, ma dimmi di te”.

“Di me piove”.

“Lo so da prima che facesse grigio”.

“Molto grigio”.

“Non riesco mai a decifrare se sei una persona diversa o una che a furia di cambiare torna sempre al punto di partenza. La stessa persona dunque, o lo stesso punto di partenza, se preferisci ”.

“Vedo tanto grigio, e quello in genere non cambia”.

“Lo so da prima che piovesse”.
“Non ti sembra che stia davvero piovendo troppo”?

“Ne hai fatto una certezza finora, perché adesso lo domandi a me”.

“Perché al grigio ci si abitua, alla pioggia forse no. E’ la pioggia che ti fa alzare gli occhi e accorgere che il cielo è grigio. Altrimenti non si guarda in alto. Tu ci guardi mai”?

“Il cielo in alto sì, le cose in alto no”.

“Anche se non piove?”

“Anche se non piove”.

“Piove”.

 
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Record Store Day all’italiana (DNews 13/04/2010)

Posted by Diletta on Apr 15, 2010 in dnews

Diletta Parlangeli>Roma
C’è chi nemmeno lo sopporta più, l’ingombro fisico di un cd. C’è a chi basta un clic (legale o meno) e un buon lettore mp3. Così, lentamente, continua il processo sempre più irreversibile della scomparsa dei dischi. Figuriamoci dei negozi. Il Record Store Day nasce proprio come atto simbolico della loro sopravvivenza. Nato nel 2007 da un’idea di Chris Brown, l’anno passato ha visto aderire nomi come Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Paul Mc Cartney e i Metallica. Per questa edizione i Blur pubblicheranno appositamente una nuova canzone  in un’edizione limitata in vinile. Se il compact disc non è più un’abitudine infatti, immaginarsi il buon vecchio vinile, cimelio ormai per dj e pochi altri. Gli stessi Baustelle, che hanno previsto una limited edition sul tipo di supporto per il loro I Mistici dell’Occidente hanno ammesso che si trattasse di un evento più unico che raro: «È  il primo è ultimo disco che ci sarà permesso di fare in vinile» ha detto Francesco Bianconi.
Per l’evento di quest’anno sono pronti  700 negozi indipendenti di dischi negli Stati Uniti e centinaia in tutto in giro per il mondo. In italia, più di 60, ovvero il 10 per cento in più del 2009.  «Noi abbiamo aderito sin dalla prima edizione – dice Fabio Bianco del negozio milanese Psycho – ma solo adesso abbiamo previsto qualcosa di particolare, perché l’America non ci dava molto sostegno».  Questa volta invece, sostegno o meno, sabato sono previsti eventi musicali vari ed eventuali. Lo stesso nella Capitale: «Noi faremo sconti su tutta la merce, dal 20% al 50% – dice Paola, della cooperativa One Love Music Corner, che gestisce l’omonimo negozio – Nel pomeriggio poi ci sarà una sorta di aperitivo musicale». Posticipata anche la chiusura, alle 22.30 anziché alle 20 come di consueto. «Nel 2009 l’avevamo fatto solo noi, quest’anno a Roma hanno aderito altri titolari (tra cui la Discoteca Laziale, ndr) – continua – Queste iniziative servono per dare un po’ di visibilità al problema». Il negozio nello specifico ha un suo pubblico di riferimento trattando musica reggae, ma si salva occupandosi anche di organizzazione di eventi e serate. Le vie d’uscita purtroppo non sono molte: «Basta pensare a “Disfunzioni”, lo store che trattava un po’ tutti i generi: non ce l’hanno fatta, hanno dovuto chiudere».  Allo stesso modo la penseranno il  Disco Club di Genova o il  Music Box Records di Perugia, così come il Rock & Folk di Torino, il Dodicilune Shop di Lecce, il Kandinski di Brescia, Sonicrocket – cd4sale di Bologna, tutti nella lista dei partecipanti. Alcune le clausole per aderire: il proprietario deve possedere almeno il 70% del negozio, e almeno il 50% delle vendite deve provenire dalla vendita “fisica” e non virtuale di cd o vinili. Deve essere «totale» anche il controllo sul magazzino e sulla politica di vendita e ci deve essere una concreta partecipazione alla promozione dei dischi. Info su www.recordstoreday.com. E ora, play.

 
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Non farmi parlare

Posted by Diletta on Apr 14, 2010 in Mentre vivo

Non ho voglia di parlare.
Come? No, guarda che io sto scrivendo, che è ben diverso.
No, non è lo stesso affatto. E io non ho voglia di parlare, ho voglia di scrivere. Capisci la differenza?
Perfetto. Ho voglia così, perchè lo sai che per me è un po’ come respirare.  Ma sì, dai, che lo dico di continuo. Insomma non mi dimentico mai di scrivere, è una cosa automatica quanto mettere un piedi davanti all’altro, sbadigliare, masticare. Io mastico parole. Come il cibo: ci sono bocconi amari ogni tanto, ma le parole sono buone, in genere. Anche perché prima di metterle in bocca le annusi, le guardi; nella testa.
Sì che ho voglia di scrivere, di perdermi nelle virgole, di trovare un punto, anche.
Ecco io di scrivere non mi stanco. Mi stancano le cose, le persone, le situazioni, i cd ascoltati a sfinimento, le battutine, le borse, le scarpe, i vestiti, l’odore del deodorante al limone per lavastoviglie messo a caso nel frigo. Guarda persino le sigarette, certi giorni, mi stufano proprio. Scrivere no. Perché vedi com’è, le parole girano e rigirano, si assottigliano e poi si ingrossano, si nascondono bene e poi le trovi, ti accompagnano e ti liberano, quando vuoi.  Sono come una relazione perfetta. Ti fanno snervare alle volte, quando non coincidono in modo preciso, ma ne vale sempre la pena. Sono un investimento che non finisce mai di fruttare guadagno. Si incazzano, se le usi male (come biasimarle). Ti lasciano, se non gli dai retta. Ti snobbano, se non le ami. Ti abbandonano come una macchina in mezzo a una strada, se non le hai alimentate a dovere. Sanno essere pesanti quando vogliono, leggere quando serve, simpatiche se c’è da ridere, antipatiche quando non c’è niente da ridere. Puntigliose e affilate, perché serve.  Per fortuna che oggi ho solo voglia di scrivere.

 
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Francesco Baccini: Qui parlano tutti solo d’amore (DNews, 09/04/2010)

Posted by Diletta on Apr 9, 2010 in dnews

È uscito l’album “Ci devi fare un goal” raccolta dei brani per i vent’anni di carriera: ma lavora già al prossimo cd

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Diletta Parlangeli>Roma
Sembra ieri, ma son passati vent’anni. Senza retorica, Francesco Baccini ha la stessa grinta di sempre anche mentre si “concede” il suo the best of dal titolo Ci devi fare un goal – le mie canzoni più belle (Sugar): «È stata una scelta difficile – racconta – è come se mi avessero chiesto “a quale figlio vuoi più bene?”». La scelta, ad ogni modo, è fatta. Tutte le canzoni migliori, più due inediti (il primo dà il titolo all’album).
C’è una canzone su cui non avrebbe mai puntato  un centesimo, diventata una hit?
Eccome! Sotto questo sole ad esempio è nata per gioco. Lo stesso per Margherita Baldacci: io ero disperato perché l’avevo scritta per scimmiottare la malinconia anni Novanta, e invece mi hanno preso sul serio!
E lei di ironia se ne intende. Vogliamo ricordare “Giulio Andreotti”, del 1992?
Mamma mia, se penso che ci ho fatto un Festivalbar con le suore scollate sul palco non ci credo.
E oggi per chi la scriverebbe?
Oggi non passerebbe. Non sente che son tutte canzoni “d’ammmmore”? C’è qualcuno che parla d’altro?
Beh, qualcuno forse sì.
Non nei canali istituzionali. In quelli non devi dar fastidio a nessuno. Non si deve pensare, e invece, come diceva Bennato, i cantautori devono mettere dei dubbi. A me certe canzoni di De André aprivano la testa.  Quando ero adolescente ci si chiedeva se ancora esistesse, Sanremo, noi andavamo a vedere Bennato.
Che infatti a Sanremo in gara non è mai stato.
Ma infatti i cantautori non ci dovevano andare.
“Ci devi fare un goal” parla del Paese attraverso una metafora calcistica.
L’idea è nata vedendo il vecchio film In nome del popolo italiano: nelle scene finali nonostante un dramma in corso, la vittoria dell’Italia sull’Inghilterra porta tutti a festeggiare. Una fotografia perfetta di quello che siamo. Il calcio è l’unico linguaggio che tutti gli italiani capiscono. Per la gente che non ha nemmeno più la cassa integrazione nessuno dice nulla, ma se bloccassero un campionato, ci sarebbe la presa della Bastiglia.
Che brutte scene.
Non cambia mai nulla, gli italiani sono questi (e lo dice il primo malato di calcio).  L’unica soluzione per l’Italia sarebbe un bel commissariamento. Servirebbero un inglese, un francese e uno spagnolo…
Eh, come nelle barzellette.
Sì, esatto. Dovrebbero solo rivederci i conti, mica altro. Perché altrimenti noi siamo come un condominio: due vicini che litigano mentre crolla tutto il palazzo.
Forse meglio tornare all’amore: il secondo inedito si chiama “Uomini contro donne”.
Sarà nella colonna sonora del prossimo film di Fausto Brizzi. Mi ha chiamato e chiesto se scrivevo una canzone per il suo prossimo film. Ho voluto sapere solo il titolo: dopo qualche ora l’ho chiamato per chiedergli se avesse tempo per ascoltarla. È un argomento vecchio come il mondo che affascina sempre.
A capirci qualcosa…
Siamo così diversi che è un miracolo che esista un rapporto tra uomo e donna. Razionalmente non si capisce perchè non dovremmo scannarci.
Pensiamo ad altro: il nuovo album?
Ho iniziato a scrivere i brani, sto ascoltando anche cose etniche, afro jazz…
Sperimenta?
Per forza, quando fai qualcosa in cui credi. Se no fai cover.

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De Chirico e Jodice:opere e foto di natura metafisica

Posted by Diletta on Apr 9, 2010 in dnews

Diletta Parlangeli>Roma
Il Palazzo delle Esposizioni di Roma non sbaglia un colpo. Dopo l’antologica su Alexander Cald er, presenta La natura secondo De Chirico (fino all’11 luglio). Una mostra che ne contiene altre due: l’installazione di Giulio Paolini Gli uni e gli altri (L’enigma dell’ora) e una personale fotografica di Mimmo Jodice.
Al primo piano il percorso nato da un’idea di Ida Giannelli e curato da Achille Bonito Oliva che conta oltre 140 opere provenienti dai più importanti musei d’arte moderna del mondo pensato in 7 sezioni (Natura del mito, Natura dell’ombra, Natura da camera, Anti-natura, Natura delle cose, Natura aperta e Natura Viva) e che l’assessore alla cultura capitolino Umberto Croppi definisce «un atto dovuto della città  per i cento anni della metafisica e per l’artista italiano del Novecento più conosciuto al mondo e agli italiani stessi». Esposti alcuni inediti come la Natura morta con testa scultorea La Baccante della prima metà degli anni Quaranta, scoperta solo quattro mesi fa e quadri «nascosti» venuti alla luce solo con le radiografie per il restauro, come nel caso de La Surprise del 1914. Nessuna distinzione temporale in questa mostra che non mira ha descrivere le fasi artistiche del pittore quanto raccontarne la filosofia. Paolo Picozza, presidente della fondazione Ida e Giorgio De Chirico: «La mostra ci propone de Chirico com’è, senza confini critici, tra primo e secondo de Chirico.  Io che l’ho conosciuto essendo stato il suo avvocato, sarebbe stato contento di questa mostra e di questo criterio, in piena libertà come era lui». «Si tratta di parlare in ottica personale di un tema universale come la natura – spiega il curatore Bonito Oliva – che De Chirico considerava come una Natura Morte: da luogo della continuità con lui diventava un luogo fissato in un’immagine epifanica, ovvero una sospensione».
Metafisica è stata considerata negli anni anche la fotografia di Mimmo Jodice, uno dei più grandi fotografi italiani di sempre, che festeggia i 50 anni di attività con una personale articolata al secondo piano del Palaexpo di via Nazionale. Un viaggio in 180 fotografie (a cura di Ida Giannelli e Daniela Lancioni) scattate dal 1964 al 2009. Profondi e immortali gli scatti dell’autore in bianco e nero che raccontano il mare con la stessa intensità con qui spiegano il Meridione nelle immagini “Sociali” degli anni Settanta. «È un momento di grande felicità – ha raccontato -  per l’abbinamento con De Chirico, artista che mi ha guidato spiritualmente. Sono contento che in questa mostra ci siano anche i miei esordi perché se ho qualche merito, non è quello di aver fatto qualche scatto buono, ma di aver sempre pensato che la fotografia avesse diritto di esser considerata un linguaggio dell’arte».

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