Guido Catalano: “Scrivo poesie e sono un errore di sistema”

Le regole sono regole. Chi fa il poeta, nel 2015, non può vendere 20mila copie.  Campare di reading, poi: non scherziamo. E invece tutti i libri di Guido Catalano contano almeno una riedizione (“I cani hanno sempre ragione”due oltre la prima, nello specifico). Cortocircuito, qualcosa non torna. Questa è solo una delle ragioni per cui, sull’opera di questo torinese del 1971, discute il pubblico e discute la critica, domandandosi “ma sarà poesia?”.“Una volta, quando mi dicevano che sta roba non è poesia, rispondevo che anche Montale andava un sacco a capo. Non funzionava.

Qui dentro ci sono *47 cose andate molto a capo. Con tutta probabilità è poesia. Secondo me spacca” ha scritto nel suo penultimo lavoro “Ti amo ma posso spiegarti” (47 è un numero fittizio, ndr).

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Negli anni 2000 apre un blog e i suoi testi continuano a girare. I social network ne amplificano la portata, mentre lui diventa autore prolifico e gira l’Italia con i suoi spettacoli e trolley alla mano (pieno di libri perché i vestiti sono nello zaino). Nell’ultima stagione, nelle sole Roma e Milano, ha fatto serate con una media di una volta al mese.

Adesso verrà l’orticaria a chi ancora sostiene che la sua non possa esser poesia: da dicembre a febbraio sarà in tour nelle grandi città. Tour con biglietto d’ingresso, organizzato da un vero e proprio management.

Via il dente, via il dolore: è un poeta?
Non so se sono un poeta, ma so che scrivo poesie.

In molti non se ne fanno una ragione.
È come fossi un errore di sistema. L’idea diffusa è che la poesia non possa funzionare, che sia per pochi, e isolati. Io rovino questo equilibrio di “mal comune, mezzo gaudio”. Il punto è che hanno ragione loro, a pensarci: io sono un’eccezione.

Cos’altro non li convince?
Il registro comico, che negli ambiti accademici è considerato volgare e non assimilabile alla poesia. E poi il verso“iper libero” che uso.

Qualsiasi cosa sia quello che fa, ci campa. Da quanto?
Che non faccio nient’altro saranno cinque, sette anni.

Prima che faceva? Prima del blog, prima dei reading.
Cantavo in un gruppo rock demenziale, più alla Skiantos che alla Elio, per intenderci. L’ho fatto dal liceo fino ai 26 anni, poi il gruppo si è sciolto, e non sapevo cosa fare. Alcuni dei testi che già avevo scritto sono diventati autonomi, e alcune delle cose che scrivevo funzionavano lette in pubblico.

Formazione?
Lettere Moderne. Niente di artistico, fatta eccezione per il laboratorio Zelig, dove entrai al secondo turno. Andavo bene, ma non mi presero mai, perché non funzionavo su quei tempi lì, di tre minuti a sketch e avevano ragione.

Alla fine la tv l’ha fatta comunque: La7 (Barbareschi Sciock), Rai3 (Celi, mio marito! e #ioLeggoPerché). Ma questa tv serve, o no? (altro…)

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