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	<title>Diparipasso</title>
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	<description>Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti</description>
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		<title>E dopo i BarCamp, ecco i Twitter Tips&amp;Tricks</title>
		<link>http://diparipasso.com/2012/02/01/e-dopo-i-barcamp-ecco-i-twitter-tipstricks/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 13:28:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Durante le vacanze di Natale mi hanno segnalato con un tweet il &#8220;Twitter Tips &#38;Tricks&#8221; di dicembre: se fossi stata in zona avrei potuto partecipare all&#8217;evento a Lecce, alla libreria Ergot. I TTT sono una serie di incontri per quello che mi piace definire &#8220;un uso consapevole di Twitter&#8221;. In quell&#8217;occasione non potevo presenziare, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Durante le vacanze di Natale mi hanno segnalato con un tweet il &#8220;Twitter Tips &amp;Tricks&#8221; di dicembre: se fossi stata in zona avrei potuto partecipare all&#8217;evento a Lecce, alla libreria Ergot.<br />
I TTT sono una serie di incontri per quello che mi piace definire &#8220;un uso consapevole di Twitter&#8221;.</p>
<p>In quell&#8217;occasione non potevo presenziare, ma mi sono un po&#8217; informata cercando di parlare con Emmanuela Petrarolo. Adesso che siamo a pochi giorni (4 febbraio), dal terzo incontro dell&#8217;iniziativa che gemella Lecce, Torino e Roma &#8211; in simultanea &#8211; ne approfitto per riportare il nostro scambio. <span id="more-1453"></span></p>
<p><strong>Un progetto nato dalla Twitter-mania?<br />
</strong>&#8220;L&#8217;idea è nata da me, Miriam Torrente e un gruppo di ragazzi di Torino. Scambiandoci idee su Twitter abbiamo notato che in Italia l&#8217;utilizzo dello strumento fosse ancora di nicchia e abbiamo riscontrato una vera e propria esigenza nella gente comune di conoscere meglio il mezzo e le sue funzioni. E&#8217; un caso che il primo TTT sia stato fatto in concomitanza con il boom di iscrizioni italiane, l&#8217;idea è nata molto tempo prima&#8221;.</p>
<p><strong>Cosa succede durante i TTT?<br />
</strong>&#8220;La parte relativa alla formazione va dai primi passi all&#8217;interno di Twitter fino all&#8217;utilizzo del social medi come strumento professionale. Viene raccontata la storia di Twitter e dei suoi fondatori, si parla degli influenzatori e si analizza ogni caratteristica del mezzo.<br />
Ovviamente grande spazio è riservato al tweeting utilizzando l&#8217;hastag dell&#8217;evento. In questo modo si interagisce anche con chi non è presente&#8221;.</p>
<p><strong>Una volta metabolizzati i BarCamp, è l&#8217;era dei Twitter Tip&amp;Tricks? </strong><br />
Forse l&#8217;era dei TTT è già arrivata!</p>
<p>Tra un impegno e l&#8217;altro farò un salto al Forte Fanfulla, dove alle 18.30 di sabato 4 febbraio si parlerà de <a href="http://twtvite.com/AlgebraTTT">&#8220;L&#8217;algebra di Twitter&#8221;</a> (sperando di non dover avere a che fare con qualche formula strana!).<br />
Dal link copia incollo le info utili per maggiori delucidazioni, che fa sempre bene.</p>
<p>#<a title="#TTT/Le" href="http://twitter.com/search?q=%23TTT/Le" target="_blank">TTT/Le</a>: @<a title="@Miriamtorrente" href="http://twtvite.com/Miriamtorrente">Miriamtorrente</a> @<a title="@emmanuelap" href="http://twtvite.com/emmanuelap">emmanuelap</a><br />
#<a title="#TTT/Rm" href="http://twitter.com/search?q=%23TTT/Rm" target="_blank">TTT/Rm</a>: @<a title="@davide_arnesano" href="http://twtvite.com/davide_arnesano">davide_arnesano</a> @<a title="@castemark" href="http://twtvite.com/castemark">castemark</a><br />
#<a title="#TTT/To" href="http://twitter.com/search?q=%23TTT/To" target="_blank">TTT/To</a>: @<a title="@urukwaku" href="http://twtvite.com/urukwaku">urukwaku</a></p>
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		<title>Social media e giornalismo: chi si fida, chi li snobba, e chi ci prova davvero</title>
		<link>http://diparipasso.com/2012/01/25/social-media-e-giornalismo-chi-si-fida-chi-li-sdegna-e-chi-ci-prova-davvero/</link>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 19:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Come scrivevo in &#8220;Ma in fondo, che tweetimporta?&#8221; i media italiani stanno attingendo a piene mani dal social network più in voga del momento, ma questo non ha modificato le loro abitudini di interazione. O meglio, di non interazione. Parte del mio ragionamento trova conferma nei dati che ho appena ricevuto da Lewis Pr. L&#8217;agenzia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come scrivevo in <a href="http://diparipasso.com/2011/11/30/ma-in-fondo-che-tweetimporta/">&#8220;Ma in fondo, che tweetimporta?&#8221;</a> i media italiani stanno attingendo a piene mani dal social network più in voga del momento, ma questo non ha modificato le loro abitudini di interazione. O meglio, di non interazione.<br />
Parte del mio ragionamento trova conferma nei dati che ho appena ricevuto da <a href="http://www.lewiswire.com/">Lewis Pr</a>. L&#8217;agenzia di comunicazione è andata, come si suol dire, dritta alla fonte, chiedendo ai giornalisti (200) che uso facciano dei social media.<br />
Per capire su che terreno ci muoviamo, i dati sulla presenza online degli intervistati: l’83%  è  su Facebook, il 70% su LinkedIn, e  il 69% su Twitter.   Il 9%, invece, proprio da nessuna parte.</p>
<p>Bene: i giornalisti (del campione) praticano social network site e bazzicano in rete, ma si fidano? &#8220;Il 38% attribuisce ai Social Media il ruolo di fonte di informazione, da utilizzare unitamente a tutte le altre. Il 25% si serve dei vari post per confrontare i diversi punti di vista, mentre il 24%non li tiene nemmeno in considerazione&#8221;.<span id="more-1366"></span></p>
<p>L’11% attinge dettagli e ricami per “farcire” le proprie storie  (uso che a mio avviso va ben oltre l&#8217;11%). Sono fonte primaria solo per il 2% degli intervistati (e figuriamoci).<br />
E poi, dove casca l&#8217;asino: più della metà degli intervistati (51%) considera i social molto importanti per la diffusione, <em>ma solo se affiancati a una veicolazione più tradizionale come quella della stampa</em>. Per il 14% non sono proprio degni di rientrare a pieno titolo del mondo dell&#8217;informazione mentre il 29% non riesce più a farne a meno: questi strumenti sono diventati imprescindibili perché consentono un&#8217;interazione tra i lettori, che avrebbero abbandonato il ruolo passivo a vantaggio del coinvolgimento.<br />
Coinvolgimento. Già. Questo è quello che dicono di fare alcuni dei singoli giornalisti. E nemmeno tutti: il 19% ritiene i social media luoghi inadatti allo sviluppo di dibattiti &#8220;di un certo livello&#8221; (e, attenzione, il 50% si rifiuta di condividere in rete i propri scritti).</p>
<p>Se quindi per i colleghi qualche speranza rimane, per le testate pare proprio di no.<br />
I profili Twitter delle testate nazionali, ad esempio, sono quasi sempre feed. Ogni tweet non è altro che un rimando all&#8217;articolo o alla notizia pubblicati altrove.</p>
<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/rep_bari.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1367" title="rep_bari" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/rep_bari-220x300.png" alt="" width="220" height="300" /></a>Nessuna interazione, nessun contatto con l&#8217;interno. E dire che qualcuno ci prova, ad avviare delle discussioni (che vista la conformazione del sn specifico, potrebbero anche essere brevi). Esempio lo screenshot qui a lato. Repubblica Bari linka un pezzo, e uno dei soggetti coinvolti, l&#8217;assessore regionale, risponde.  Morta lì.</p>
<p>Ora, dato che le risposte non arrivano per nessuno, bene che non sia arrivata nemmeno per il politico (della serie &#8220;la legge di Twitter-feed è uguale per tutti&#8221;), ma era un&#8217;occasione come un&#8217;altra.</p>
<p>Corriere Cinema (@corriere_cinema) ci va pesante con i retweet (ma son quelli di Maria Teresa Veneziani che si occupa per la testata &#8211; come da descrizione &#8211; di società e costume), però a differenza di molti  usa gli hashtag. Per il resto, i favorites non esistono, di mentions nemmeno a pagarne, e via così.<br />
Certo, per seguire un profilo ufficiale servirebbe del personale specifico e regole ben precise (la comunicazione ufficiale online, quando diventa interazione, è una bella gatta da pelare e le aziende lo sanno da parecchio). Resta tuttavia un peccato che il giornalismo, che da anni si arrovella sul citizen journalism, sia il primo ad usare un mezzo fertile come Twitter, senza di fatto usarlo. L&#8217;ennesima vetrina, utile per la sua immediata e comoda fruizione, ma senza alcuno spazio per la scoperta.</p>
<p>Ma attenzione, perché qualcuno ci ha provato con successo. E&#8217; il <a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/">Corriere Fiorentino</a> (@corrierefirenze). Per dovere di cronaca premetto che collaboro con la testata in questione, ovvero la costola locale del Corriere della Sera, e che forse proprio per questo mi sono iscritta al profilo Twitter per  poi mettermi &#8220;in ascolto&#8221; (critico). All&#8217;inizio, calma piatta. Solito meccanismo di cui parlavo sopra. Feed su feed, e via andare. Con la difficoltà ulteriore di essere una testata locale, quindi priva di quell&#8217;appeal che possono avere quelle nazionali (su questo torno più tardi).</p>
<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/corrierefiorentino.png"><img class="alignright size-medium wp-image-1444" title="corrierefiorentino" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/corrierefiorentino-300x275.png" alt="" width="300" height="275" /></a>Ad un certo punto però qualcosa è cambiato. Ho cominciato a vedere tweet che erano veri tweet. Hashtag, linguaggio secco &#8211; che spesso lasciava vedere chiaramente la fretta della diretta &#8211;  repliche, foto. Manifestazione degli studenti, consiglio comunale sulla neve (17 dic 2010) e poi ancora gli eventoni Renziani alla Leopolda. Pitti Uomo, di recente. Poi, il banco di prova decisivo e difficile: la tragedia all&#8217;Isola del Giglio. La nave Concordia affonda e comincia la cronaca via Twitter. Tanto serrata da portare qualche lettore a dire &#8220;oh, adesso defollowo, perché basta&#8221;. Eppure funziona. Finalmente un profilo ufficiale &#8220;si sporca le mani&#8221;, entra a pieno nella logica d&#8217;uso del mezzo. E se ne assume la responsabilità: non sei su carta, non hai 8 ore di desk per ribattere all&#8217;ultimo momento la versione giusta, l&#8217;ultima dichiarazione o smentita. Sei in mezzo, con una bella scritta sulla testa che dice che tu sei un organo ufficiale d&#8217;informazione. Ogni volta che parte il live blogging sul sito viene segnalata la &#8220;diretta twitter&#8221;.<br />
Una ricerca che vada oltre il contributo inviato, che richiede tempo e verifica e la costruzione di qualcosa di nuovo. Perché se qualcuno i giornalisti non li manda più &#8220;sul campo&#8221;, o &#8220;per strada&#8221;, evidentemente nemmeno su Twitter.</p>
<p>E finalmente direi. Se questo atteggiamento diventasse buona prassi di ogni testata (non dico per tutto, perché sarebbe impossibile, ma almeno per qualche caso speciale), forse si riuscirebbe a scardinare il meccanismo per cui la reputazione &#8220;social&#8221; delle testate dipende ancora da quella che si sono guadagnate offline.</p>
<p>L&#8217;Osservatorio New Media &amp; New Internet della School of Management del Politecnico di Milano ha fotografato la presenza su Twitter di molte testate italiane, da Italia Oggi a Il Piccolo, da Il Gazzettino a Europa, passando per i soliti noti. La tabella a disposizione registra il periodo che va dal 15 ottobre al 15 novembre 2011.</p>
<p>Volendo fare una breve classifica La Repubblica online (@repubblicait) vince a man bassa (l&#8217;unica che ha il buon gusto di ammettere nella descrizione profilo &#8220;Il <span style="text-decoration: underline;">twitter feed</span> ufficiale delle notizie di repubblica.it&#8221;). 197.546 followers (&gt;269.246 mentre scrivo) seguita da Il Fatto Quotidiano (@fattoquotidiano) con 165.896  (&gt;217.861). Bronzo per la Gazzetta dello Sport (@Gazzetta_it) 131.271 (&gt;210.833).</p>
<p>Sono numeri che sembrano confermare il successo dei diversi presidi online (e di certo ne attestano la giustificata popolarità ) ma difficilmente sono da interpretare come il risultato di un corretto uso di tecnologie e linguaggi della rete. Il seguito che queste testate si sono conquistati online è  figlio di una credibilità conquistata altrove. Facile quindi immaginare quali risultati potrebbero ottenere se riuscissero a fare il &#8220;grande passo&#8221;  entrando realmente nella conversazione dei social media, facendone proprie regole e dinamiche.<br />
Il giornalismo ne trarrebbe benefici, i lettori pure.</p>
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		<title>Pubblicità e informazione: in Media stat veritas (volendo)</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 17:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[art 44 contratto nazionale giornalisti]]></category>
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		<description><![CDATA[Dire che la pubblicità non influisce sulla linea editoriale di un giornale è come dire che ad agosto è impossibile girare in bermuda. Negare l&#8217;evidenza mi pare eccessivo. Sostenere che la linea editoriale di un giornale sia totalmente dettata dagli inserzionisti, per contro,  è come ridurre le nostre testate nazionali, grandi e piccole, a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dire che la pubblicità non influisce sulla linea editoriale di un giornale è come dire che ad agosto è impossibile girare in bermuda. Negare l&#8217;evidenza mi pare eccessivo.<br />
Sostenere che la linea editoriale di un giornale sia totalmente dettata dagli inserzionisti, per contro,  è come ridurre le nostre testate nazionali, grandi e piccole, a un volantino delle offerte del supermercato recapitate nella buca delle lettere (con tutto il rispetto, sono un&#8217;altra cosa).<br />
Il campione intervistato per conto dell&#8217;Ordine dei Giornalisti in collaborazione con il gruppo di lavoro del Consiglio nazionale <a href="http://qualinfo.it/chi-siamo/">“Qualità dell’informazione e pubblicità”</a> coordinato da Pino Rea, si è spaccato in due, come illustra <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2012/01/21/per-un-giornalista-su-due-la-pubblicita-condiziona-la-linea-editoriale/">Giovanni Boccia Artieri</a>. C&#8217;è un 4% di incerti che mi auguro non abbiano sospeso il giudizio, ma siano rimasti in mezzo dopo aver valutato l&#8217;enorme complessità del tema.</p>
<p>Letto il post, ho girato la testa: sulla libreria i manuali del Centro di Documentazione Giornalistica, quelli da studiare per affrontare l&#8217;esame per accedere all&#8217;albo dei Professionisti.  Nel volume &#8220;I doveri del giornalista&#8221;, ho ritrovato il capitolo a cura di Giuseppe Morello intitolato &#8220;Informazione e pubblicità&#8221;: &#8220;E&#8217; stato giustamente rilevato che il &#8216;rapporto tra informazione e pubblicità &#8211; un rapporto difficile  - è uno dei principali problemi della professione giornalistica&#8221;.  Ecco, tanto per cominciare.</p>
<p><span id="more-1432"></span></p>
<p>Vengono citate almeno 8 fonti deontologiche diverse che fanno riferimento al tema specifico: &#8220;il Protocollo di intesa su informazione e pubblicità, il Contratto Nazionale del Lavoro Giornalistico (art. 44), gli statuti de &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221;, &#8220;Corriere della Sera&#8221;, &#8220;La Repubblica&#8221; e dei giornalisti Rai, il Codice di comportamento dei giornalisti turistici&#8221;, la &#8220;Carta dei doveri dei giornalisti italiani&#8221;.</p>
<p>A questo punto riprendo in mano il Contratto Nazionale (quello in vigore fino a marzo 2013) e riporto l&#8217;<span style="text-decoration: underline;">art.44</span>, che mi pare costituisca il quadro più netto di riferimento: &#8220;Allo scopo di tutelare il diritto del pubblico a ricevere una corretta <strong>informazione, distinta e distinguibile dal messaggio pubblicitario</strong> e non lesiva degli interessi dei singoli, i messaggi pubblicitari devono essere chiaramente individuabili come tali e quindi distinti, anche attraverso apposta indicazione, dai testi giornalistici.<br />
Gli articoli elaborati dal giornalista nell&#8217;ambito della normale attività redazionale non possono essere utilizzati come materiale publicitario.<br />
I testi elaborati dai giornalisti collaboratori dipendenti da uffici stampa o di pubbliche relazioni devono essere pubblicati facendo seguire alla firma l&#8217;indicazione dell&#8217;organizzazione a cui l&#8217;autore del testo è addetto quanto trattino argomenti riferiti all&#8217;attività principale dell&#8217;interessato.<br />
<strong>I direttori</strong> nell&#8217;esercizio dei poteri previsti dall&#8217;art. 6, e considerate le peculiarità delle singole testate, <strong>sono garanti</strong> della correttezza e della qualità dell&#8217;informazione anche per quanto attiene il rapporto tra testo e pubblicità. A tal fine i direttori ricevono periodicamente i <strong>parare dei comitati di redazione</strong>&#8220;.</p>
<p>Come sempre, se ognuno facesse il suo lavoro, andrebbe tutto liscio: separazione netta e <em>palesata</em> dei contenuti pubblicitari da quelli giornalistici, il direttore che controlla, il cdr che osserva e riferisce. Presupponendo peraltro un ruolo del tutto estraneo dell&#8217;editore in questo meccanismo.<br />
Come <a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/">scrive Pino Rea</a> tornando alla relazione, tuttavia, &#8220;il sondaggio conferma prima di tutto il sospetto di una sorta di &#8216;doppiezza&#8217; fra livello teorico e realtà dei fatti e fa emergere l’urgenza del problema della possibile influenza degli inserzionisti (o dei soggetti di &#8216;riferimento&#8217;) sulla linea delle testate&#8221;.</p>
<p>Dunque, che posizione prendere. L&#8217;unica netta che si possa tenere è quella deontologica, evitando di essere ingenui. Le cose non funzionano mai in modo categorico, anche se le regole sono l&#8217;unico limite che possa tenere insieme una macchina tanto complessa come quella della pubblicità, ormai unica ancora di salvezza dei giornali.  Che tutto questo debba passare in primis dall&#8217;etica professionale è evidente. Succede già ogni giorno, decine di volte, con il lavoro d&#8217;informazione che si svolge. Ognuno sceglie come raccontare le cose, stabilendo chi scontentare o chi favorire: o  nessuna delle due. Figuriamoci se non si pongono la domanda &#8220;ai piani alti&#8221;.</p>
<p>Come sempre, credo che l&#8217;unica onestà vera che si debba perseguire, è quella nei confronti dei lettori. E&#8217; impossibile evitare le ingerenze di chi paga. Mica solo nel giornalismo.<br />
<span style="text-decoration: underline;">La soluzione è mettere in condizioni chi legge, ascolta, o vede, di capire cosa sta succedendo</span>. Palesandolo nel modo più chiaro possibile il punto di partenza. Utopia? Forse. Ma credo che un&#8217;onestà di intenti premi sempre. Se io so con chi ho a che fare, non è detto che non legga, anzi. Lo farò con interesse, e facendo la tara. Magari sarò pure d&#8217;accordo.</p>
<p>Provo ad essere più chiara facendo un esempio che c&#8217;entra meno con il giornalismo tradizionale. Mettiamo che qualcuno mi invii un prodotto da recensire sul mio blog. Benissimo. Io ho il prodotto, e magari mi piace anche. Che faccio? Scrivo un post dicendo che da quando ho comprato quell&#8217;oggetto la mia vita è migliorata? Sarebbe scorretto. Preferisco dire subito che quel prodotto mi è arrivato con una richiesta, e che io sto assolvendo il compito. A quel punto metterò chi legge in condizioni di valutare le mie parole, siano essere positive e negative.<br />
Questo si dovrebbe fare. <span style="text-decoration: underline;">Essere chiari. Che non significa non prendere posizioni, ma al contrario palesarle</span>. Citare, rimandare a, far capire che ciò che si sta facendo è condizionato da qualcos&#8217;altro. Impopolare? Sì, ma sulla lunga distanza premia.</p>
<p>Alle persone non vanno fornite verità, ma strumenti.</p>
<p>Più il lettore si fida, più pubblico darà al giornale, e più sarà papabile per un inserzionista.<br />
Una questione che mi ha incuriosito è quella che confuta una mia tesi. Venendo da esperienze nelle free press, so quanto conti la pubblicità. Eppure di linee editoriali guidate dagli interessi pubblicitari non ne ho viste (anzi, è capitato di trovare pubblicità che &#8220;cozzavano&#8221; con l&#8217;articolo della stessa pagina). Qualche segnalazione, al massimo. Ma linee editoriali imposte, mai. Forse, mi sono detta, è per via del fatto che mancano investitori così potenti da esercitare chissà quale pressione. Voglio dire: se un giornale invece che 3 investori &#8220;big&#8221;, ne ha 100 tra cui la casa del rasoio di Fucecchio o il negozio di scarpe sulla Cassia, forse è più facile che non subisca diktat.</p>
<p>Quello che leggo e sento, mi spiega però il contrario. Torno a Morello: &#8220;E&#8217; da dire peraltro che si tratta di una tendenza che non tocca le grandi imprese di comunicazione pubblicitaria (le quali hanno sempre possibilità di acquisto diretto di pagine intere, talora con tecniche grafiche e fotografiche di grande pregio ed efficacia), ma fa leva, quasi sempre, su soggetti economici emergenti di piccole e medie dimensioni&#8221;.</p>
<p>Mentre questa questione resta aperta &#8211; e mi piacerebbe approfondirla con chi ha maggiori risposte in merito &#8211; traggo le mie conclusioni sul resto. La deontologia sui confini tra pubblicità e informazione ci sono, e sono sufficienti. Si può ragionare su un ampliamento degli stessi, tenendo conto della sempre maggiore rilevanza dell&#8217;on line, ma non credo che vadano riviste da zero le linee guida. Non è un semplicistico rimando al buon senso di ognuno, quanto la presa di coscienza che i modi per evadere le regole ci sono, e si rinnovano insieme ai nuovi steccati. I fattori in gioco sono così tanti, che mettere un controllore per ognuno creerebbe solo più confusione.<br />
Se serve una nuova imposizione, è la chiarezza. Di intenti, di mire. Non bisogna vietare alle cose di fare il loro corso (la commistione di linguaggi è sempre più evidente), ma spiegare perché quel nuovo corso ha senso e vita.<br />
A rischio di essere impopolari. Non serve fare i paladini. E&#8217; molto più onesto spiegare perché non lo si è.</p>
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		<title>Planet Funk, Alex Neri: &#8220;Il tour anni &#8217;70&#8243; (Extended Version)</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 09:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Altro che “Illogical Consequence”. Quando non ci si affanna a sfornare singoli per assediare le charts, in realtà le conseguenze sono molto chiare: dischi di successo e gusto (di chi fa, e di chi ascolta). Per i Planet Funk, fino a richiesta di smentita, funziona così da più di 10 anni. Saranno sul palco dell’Orion  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/Planet-Funk-®FabioLovino.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1423" title="Planet Funk-®FabioLovino" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/Planet-Funk-®FabioLovino-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Altro che “Illogical Consequence”. Quando non ci si affanna a sfornare singoli per assediare le charts, in realtà le conseguenze sono molto chiare: dischi di successo e gusto (di chi fa, e di chi ascolta). Per i Planet Funk, fino a richiesta di smentita, funziona così da più di 10 anni. Saranno sul palco dell’Orion  sabato 21 gennaio, dopo una serie di date che hanno seguito l’uscita di “The Great Shake”. «Un tour un po’ anni Settanta»  spiega dj Alex Neri, anima del gruppo.<br />
<strong>In che senso?</strong><br />
Abbiamo suonato i nuovi brani prima dell’uscita dell’album: i singoli sono cresciuti in pratica davanti al pubblico. <span id="more-1422"></span><br />
<strong>Che, deduco, abbia apprezzato la nuova voce. </strong><br />
Alexander Uhlmann ha cancellato ben presto il nostro passato, e di una cosa sono  contento: i cantanti si sentono sempre insostituibili. Il suo arrivo ha dimostrato che non è così : quello che rimane, alla fine, è la musica.<br />
<strong>Oddio, qualche gruppo  italiano che non ha retto bene l ’addio del cantante, a me sovviene.</strong><br />
Vero, ma sono generi diversi e anche  il fatto di essere  un collettivo ci  ha premiato: per noi il cantante è la ciliegina sulla torta.<br />
<strong>Con le collaborazioni italiane siete selettivi?</strong><br />
Più che altro siamo 4 fuori di testa, per cui non esiste che ci svegliamo pianificando qualcosa. Certo, devi avere anche c**o ad avere Jovanotti in un cd, ma sono partecipazioni  spontanee.<br />
<strong>Spontaneità, ma  anche molta cura: la vostra discografia “lenta” parla piuttosto chiaro.</strong><br />
Abbiamo sempre approcciato questo gruppo con molta onestà. Facciamo un disco quando c’è la vibra giusta. Ecco perché tante pause.<br />
<strong>Se la major dice: “O mi fai 3 dischi in 5 anni, o ciao”, poi l’ispirazione tocca farsela venire.</strong><br />
Eheh, certamente. Ognuno di noi ha un’altra attività: chi produttore, chi dj come me.<br />
<strong>Uh, i dj: nuovi “miti” della musica! </strong><br />
Le nuove rockstar. Di oggi però, non di domani. A me il dj che riempie gli stadi non piace. Vado contro il mio interesse, ma per farti capire quanto sono annoiato: mi sono messo a suonare le tastiere.</p>
<p><strong>[*Bonus Track]</strong></p>
<p><strong>Beh, e se lo dici tu.<br />
</strong>Sì, vado contro me stesso. Non sono un grande fan di questi fenomeni commerciali, anche se alcuni riconosco che valgano, mentre altri sono montati dai media. Alla fine sono convinto che un dj set sia  asettico, per questo non meriti le arene. Le arene sono per un gruppo di musicisti. Tornando al mestiere, c&#8217;è anche da dire che ormai con il computer è davvero molto facile per tutti fare i dj.<strong><br />
Come per chiunque essere un reporter. Non è un problema, quanto un cambio di prospettiva: il mio lavoro diventerà la selezione e la verifica delle fonti, il tuo far valere esperienza e competenze.<br />
</strong>Come in tutte le cose la maggiore accessibilità cambia il panorama. Io credo che chiunque abbia dentro un po&#8217; d&#8217;arte, ma anche che non tutti siano adatti a comunicare qualcosa. Che poi, in realtà, io sono anche contento che ci sia stata una &#8220;riscossa dei giovani&#8221;.<strong><br />
Secondo me non fa che rafforzare il bagaglio che ha chi ha lavorato tanto.</strong><br />
Sì, io che ormai sono &#8220;old school&#8221; me ne rendo conto. Se vuoi lanciare un locale, portare in un club gente che balla, ti rivolgi ai nomi di esperienza.<strong><br />
Appunto.</strong><br />
Che poi,  l&#8217;atteggiamento &#8220;il mercato lo riprendiamo noi giovani, perché ci avete rotto il c***o&#8221; a me va benissimo. In un Paese come questo, sono felice che succeda. Va solo detto  che non si può radere tutto al suolo e che sarebbe bello trovare una via di mezzo tra le due cose.</p>
<p>*Quelle con Alex dovevano essere semplicemente due battute a corredo di un pezzo. Lo spazio non era molto. Visto però che ho avuto il piacere di intrattenermi con lui in una piacevole chiacchierata,  ho aggiunto qualche altra considerazione che abbiamo fatto insieme per l&#8217;Exended version di questa intervista.</p>
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		<title>Paola Maugeri: tra libro e cappelli, vi racconto il mio rock</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 09:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Più che una dj, una guida all’ascolto. La tutto-fare Paola Maugeri (storica voce della radio, veejay nei ruggenti anni di Mtv e volto della televisione a tutto tondo; stilista per Borsalino, scrittrice, e via di seguito) porta una “selezione musicale/reading” davanti al pubblico  del Rising Love di Roma (oggi, ore 22). «Il mio programma “Music [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/image002.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1419" title="image002" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/image002-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>Più che una dj, una guida all’ascolto. La tutto-fare Paola Maugeri (storica voce della radio, veejay nei ruggenti anni di Mtv e volto della televisione a tutto tondo; stilista per Borsalino, scrittrice, e via di seguito) porta una “selezione musicale/reading” davanti al pubblico  del Rising Love di Roma (oggi, ore 22).<br />
«Il mio programma “Music History”  su Virgin Radio va bene, vengono scaricati 90mila podcast al mese: voglio portare un po’ in giro questa formula, facendo ascoltare dei brani e raccontando delle storie».<br />
<strong>La gente ne è affamata. </strong><br />
Sì, io ho iniziato a fare questo lavoro perché volevo conoscere e raccontare storie. Mi piacciono quelle d’amicizia: spiegare la grande famiglia che sono i Red Hot Chili Peppers, oppure l’aiuto di Iggy Pop a David Bowie&#8230;<br />
<strong>Le lezioni rock di Castaldo-Assante fanno da sempre il pienone, i download di Music History anche&#8230; c’è voglia di imparare in giro.</strong><br />
Molta. I ragazzi in particolar modo si appassionano ai musicisti reali, a quelli che hanno fatto tanti dischi lontani dalle logiche del singolo “one shot” che c’è adesso.<br />
<strong>E il rock tira sempre.<span id="more-1418"></span></strong><br />
Is alive and kicking, direi. Certo, negli anni Settanta c’era un’esigenza espressiva più cocente: adesso esprime altro, ma ci sono delle chicche che meritano. Non parlerà più della guerra in Vietnam, ma solo qualche anno fa sono stati i Green Day a raccontarci cosa significava vivere nell’era Bush nelle loro canzoni.<br />
<strong>1200 interviste all’attivo: qualcuno che  le è sfuggito?</strong><br />
Prince, il mio grande rammarico. Non rilascia interviste da anni ormai, e quando sono andata in tour con i Coldplay mi sono trovata a Minneapolis&#8230; stare lì e sapere che in una di quelle case poteva esserci lui&#8230;beh, un po’ di sangue amaro mi è venuto.<br />
<strong>Com’è finita la storia della vita a impatto zero?</strong><br />
Sto scrivendo un libro per Mondadori in merito a quell’esperienza di tre mesi documentata da Rai3. Per il resto continuo la mia militanza  regolando i consumi, mangiando a km0, andando in bicicletta, non usando imballaggi di plastica&#8230;<br />
<strong>Rapporto con le nuove tecnologie?</strong><br />
Mi sono opposta-opposta-opposta fin quando non ho più potuto. Ho fatto come i cavalieri nei confronti del motore a scoppio.<br />
<strong>Ok, non certo un’addicted. E i cappelli per Borsalino?</strong><br />
Appena finita la collezione estiva, si chiama “Kiss my hat” e rappresentano ognuno un bacio che darei alle varie rockstar. Sta andando forte in Russia.</p>
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		<title>Maxxi App, il museo nello smartphone</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 19:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non chiederti quello che tu puoi fare per un’app, ma quello che un’app può fare per te. La “Maxxi App” è stata creata per facilitare la visita del Museo Nazionale delle Arti  del XXI secolo di Roma rendendola più “social” possibile. In download gratuito per gli utenti Android ed Apple,  è divisa in cinque sezioni: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/fotomaxxi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1416" title="fotomaxxi" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/fotomaxxi-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>Non chiederti quello che tu puoi fare per un’app, ma quello che un’app può fare per te. La “Maxxi App” è stata creata per facilitare la visita del Museo Nazionale delle Arti  del XXI secolo di Roma rendendola più “social” possibile. In download gratuito per gli utenti Android ed Apple,  è divisa in cinque sezioni: <em>Calendario </em>che comprende esposizioni, eventi, appuntamenti;<em> Collezioni</em>, con le  schede di approfondimento con immagini e video delle opere.</p>
<p>E ancora <em>Tour</em>, per suggerimenti e informazioni su possibili percorsi tra le gallerie per chi si trova all’interno del museo con tanto di “Naviga Museo” con selezione del piano e funzione di ricerca e  <em>Info</em> (dalla mappa del luogo agli orari, passando per il programma di Membership. Tranne quest’ultima quasi tutte le sezioni rimandano a pagine web esterne (del sito ufficiale), consentendo di condividere contenuti e lasciare commenti sulle esposizioni e le altre attività della struttura. Interessante e dinamica anche la sezione More, che fa da collante con tutte le altre presenze online sui social network site del Maxxi: profilo Facebook, Twitter, Youtube, Flickr.</p>
<p>L’applicazione per smartphone e tablet è frutto della collaborazione tra Fondazione Maxxi e Fondazione IBM Italia (alla Corporation è tra l’altro dedicata una mostra al Maxxi B.a.s.e fino al 3 febbraio).  Altra forma di partecipazione la offrono i vari   QRcode (codici a barre bidimensionali) presenti in tutte le aree del museo, attraverso i quali i visitatori potranno accedere a contenuti multimediali inerenti il museo, le opere, le promozioni e le iniziative in corso. Non resta che app-licarsi.</p>
<p>(DNews, 19/91/2012)</p>
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		<title>Davide Ferrario: ho suonato per i big, ora canto solo (ma cambio idea)</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 18:21:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/davideferrario4-foto-di-Francesca-Bottazzin.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1408" title="davideferrario4 - foto di Francesca Bottazzin" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/davideferrario4-foto-di-Francesca-Bottazzin-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>Prendete i musicisti, quelli <em>che-sanno-tutto perché come -toccano-le-corde-loro- nessuno-mai</em>,  e dimenticateveli. Poi prendete gli interpreti, quelli che  più che  cantare, si parlano addosso, e archiviateli. Giusto il tempo di  un’intervista. E anche gli autori, quelli che non scrivono testi, ma <em> trasmettono messaggi</em>, perché comporre canzoni solamente non è abbastanza  intellettuale. Fuori anche quelli: se l’operazione è stata fatta in modo corretto,  dovrebbe essere rimasto presente qualcuno che assomiglia a Davide Ferrario.  Ex frontman degli Fsc, chitarrista di artisti come Franco Battiato e  Gianna Nannini, affronta l’uscita del suo primo disco solista “F”  (Novunque/Self).</p>
<div id=":p5"><strong>Tra pop elettronico e più  leggero, qui dentro c’è di  tutto: che vogliamo fare?</strong><br />
È  una cosa che mi rappresenta tantissimo, questa schizofrenia nelle cose  che faccio. Sono uno che cambia idea ogni cinque minuti.<br />
<strong>E in questi 5 in che categoria sta “F”?</strong><br />
A metà strada, come  hanno detto, tra il mainstream e l’alternative. Se è un mondo che non  esiste beh, meglio: vuol dire che va riempito.<span id="more-1407"></span><br />
<strong>Una definizione che proprio invece non c’entrava niente?</strong><br />
Mi hanno detto che è “terribilmente italiano”: il che non mi dispiace in  senso assoluto, ma perché conoscendo me e la musica che seguo, mi pare   strano.<br />
<strong>“Io qui ci sono già stato” è  «molto poco italiano», per dirla con Boris.</strong><br />
Mi sono ispirato a “Intermission” dei Blur, nell’album “Modern Life is  Rubbish”. C’è tutto un pensiero dietro, ed è stato messo lì apposta come  intervallo strumentale, per spezzare il disco: nel contempo uno può  andare in bagno o accendersi una sigaretta.<br />
<strong>O ascoltarlo, dato che  vale. Sempre “low profile” Davide, eh?</strong><br />
Sono uno che si vende molto male.<br />
<strong>Capisco. Nei testi leggo parecchia disillusione: ma che è successo?</strong><br />
Ma  no, non così tanta. In alcuni brani semplicemente rifletto su quanto  sia difficile ritrovare l’entusiasmo per le cose semplici dopo aver  iniziato una carriera in modo “esagerato”.<br />
<strong>Tipo Sanremo con gli Fsc?</strong><br />
Anche. Quell’esperienza mi ha  insegnato tante cose, ma quando parti in quel modo, è come entrare in  fissa con un album: lo senti 11 mesi di fila, poi ti dà la nausea. È  un’indigestione.<br />
<strong>Quindi, vade retro  mainstream ?</strong><br />
Non proprio: ovvio che da un  punto di vista professionale non mi dispiacerebbe, ma già faccio quello  che mi piace e va bene così.<br />
<strong>Chitarrista o solista?</strong><br />
Io sono nato facendo componendo, la chitarra non è mai stato il mio fine.<br />
<strong>Ok, era davvero una domanda di una banalità epocale.</strong><br />
Ma no! Che c***o devi chiedere a uno che canta? Registriamo le canzoni e le cantiamo.</p>
<p>Ora, dopo aver letto quest&#8217;intervista (DNews, 18/01/2012), vi prego di guardare il video qui sotto. Riuscirò a commentarlo quando avrò smesso di ridere.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="315" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/pMXjjXJmnCg?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/v/pMXjjXJmnCg?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>(foto Francesca Bottazin)</p>
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		<title>Carofiglio: tra teatro e cinema senza moralismo (che fa solo danni)</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 12:40:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ognuno ha i propri conti in sospeso. Con il passato, per definizione. Gianrico Carofiglio, per esempio, ne aveva più d’uno con un celebre fumetto. Ha iniziato a pareggiare i conti con un’“intervista impossibile” qualche anno fa e continua attraverso spettacolo della compagnia Teatro Kismet Opera in scena al Piccolo Eliseo di Roma fino al 22 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ognuno ha i propri conti in sospeso. Con il passato, per definizione. Gianrico Carofiglio, per esempio, ne aveva più d’uno con un celebre fumetto. Ha iniziato a pareggiare i conti con un’“intervista impossibile” qualche anno fa e continua attraverso spettacolo della compagnia Teatro Kismet Opera in scena al Piccolo Eliseo di Roma fino al 22 gennaio: &#8220;Il paradosso del poliziotto e Tex Willer&#8221;, con Augusto Masiello, Michele Cipriani e Giulio De Leo (adattamento e regia di Teresa Ludovico). Due atti unici che mettono al centro il dialogo. Perché forse aveva ragione Moretti: le parole sono importanti. «Più che mai &#8211; spiega il magistrato autore della  serie di romanzi dell’avvocato Guerrieri -sono strumenti di senso. Lo creano e lo restituiscono alla società civile».</p>
<p><strong>Perché proprio il ranger-navajo?</strong><br />
Ha ossessionato la mia infanzia, anche come modello maschile irrealizzabile, e per questo frustrante. Era in ballottaggio con il Rick di Casablanca, che infatti sono riuscito a citare a margine.<strong><span id="more-1402"></span><br />
Soddisfatto della resa dei conti?</strong><br />
“Soddisfatto” è un termine che non uso mai nei confronti delle cose che scrivo perché penso che base della scrittura sia invece  l’insoddisfazione.<strong><br />
Non certo quella di  chi legge: i suoi libri sono tradotti  con successo.</strong><br />
Una chicca è la traduzione “Il testimone inconsapevole” in swahili, per un progetto di insegnamento di lettura.<strong><br />
Alle volte leggendo i suoi libri si ha la sensazione che la giustizia possa essere perseguita in modo ingiusto.</strong><br />
Non c’è niente di peggio delle buone intenzioni. Gli investigatori moralisti sono la peggior specie. Nell’attività giudiziaria, l’unico modo per rendere tollerabile la decisione di privare qualcuno della  libertà, è far diventare il processo più “tecnico” possibile.<br />
<strong>Sospendere il giudizio, per giudicare?</strong><br />
Chi vuol fare la morale, fa male il giudice. Il moralista nasconde un’attenzione torbida nei confronti delle cose di cui si occupa.<br />
<strong>Altre trasposizioni, magari al cinema?</strong><br />
Sto lavorando alla sceneggiatura de “Le perfezioni provvisorie”, ma  è l’anno del teatro: a febbraio debutto a Ravenna (poi Milano) con “La manomissione delle parole” e Ottavia Piccolo porta in scena “L’arte del dubbio”.<br />
<strong>Alcuni dettagli ricorrono nelle sue opere: autocitazioni consapevoli?</strong><br />
Mi piace che alcuni spunti ritornino: sono modi per sottolineare i concetti. Che  accada  sotto la superficie della coscienza, o meno.<br />
<strong>Un po’ come le arti marziali&#8230;</strong><br />
Pratico il karate, e senza nessuna enfasi sul suo carattere filosofico -  non amo mai l’enfasi &#8211; ha cambiato  la mia vita. Senza contare gli spunti narrativi che offre. A proposito di cinema, aspetto che qualcuno mi chieda di portare su schermo “Il maestro di bastone”, una sorta di “Karate Kid” delle Murge anni Settanta. Quello sì, che è molto autobiografico.<br />
<object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="315" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/CjB_LCxZxx0?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/v/CjB_LCxZxx0?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>(DNews, 17/01/2012)</p>
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		<title>Cristina Donà: il mio live rock e i nuovi progetti</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 12:38:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Non sempre rispondo”, recita il titolo di un suo brano. Nello specifico non è che Cristina Donà proprio non risponda: è che la linea difetta. «Io ti sento, tu?» (silenzio) (fruscii) (&#8230;) «Ok, mi fermo: è un evidente messaggio: o telefoni, o guidi» scherza. Ed eccola lì, pacata anche in mezzo al traffico, delicata come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/Foto-manifesto_media.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1399" title="Cristina Donà_intervista" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/Foto-manifesto_media-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a> “Non sempre rispondo”, recita il titolo di un suo brano. Nello specifico non è che Cristina Donà proprio non risponda: è che la linea difetta. «Io ti sento, tu?» (silenzio) (fruscii) (&#8230;) «Ok, mi fermo: è un evidente messaggio: o telefoni, o guidi» scherza. Ed eccola lì, pacata anche in mezzo al traffico, delicata come riesce ad essere anche nei suoi brani che di delicatezza non parlano, raffinata anche quando reindossa gli abiti rock delle prime produzioni. Sabato 14 sarà all’Orion di Ciampino, per una nuova data dopo l’uscita del suo “Torno a casa a piedi” (Emi), lavoro  che ha già portato in giro nel 2011.<br />
<strong>L’ultima volta all’Auditorium  non scendeva più dal palco.</strong><br />
Ho un ottimo ricordo di quella data! Questa parte di tour è pensata per i locali. Sarà un altro tipo di spettacolo del quale faranno parte  anche molte canzoni del mio passato, quelle che non faccio quasi più dal vivo, come “Tregua”. Ci sarà anche una versione ridotta della band.<br />
<strong>No! Niente sezioni di fiati che sidimena anche in balletti?</strong><br />
Solo per il momento! Pensa che le prime volte che suonavamo non mi ero accorta, dandogli le spalle, che facessero le coreografie. Quando l’ho realizzato, ho partecipato!<br />
<strong>Quindi sarà un live più rock.</strong><br />
Sì, perché oltre al piacere di suonare e portare il disco dal vivo davanti alla gente, dopo un po’ ho bisogno di reinventarmi.  Ho rispolverato cose che avevo voglia di riprendere: l’inizio è sicuramente d’impatto.<br />
<strong>Progetti vari?</strong><br />
Continuo con Saverio e Marco Lanza a collaborare al loro “Xxpastis” (relativo sito, ndr) progetti di musica e video. Un esempio è quello realizzato per il brano  “Sono io, che torno a casa a piedi”. Adesso però sto lavorando a brani totalmente svincolati dalle logiche della produzione di nuovi singoli, anche perché&#8230;<br />
<strong>Anche perché?</strong><br />
Anche perché i grandi network non mi hanno mai passato, quindi non vedo perché dovrebbero farlo adesso e io dovrei iniziare a produrre canzoni in quell’ottica lì. I Lanza mi mandano le immagini, e io compongo. Sto sperimentando e mi piace.<br />
<strong>Feat. o lavori autorali in vista?</strong><br />
Adesso comporre per gli altri mi interesserebbe; ho sempre pensato di non avere abbastanza competenza. Ho accantonato l’idea di cantare in coppia per non diventare il prezzemolo dei duetti italiani, partecipando solo al prossimo disco di Pacifico, davvero valido.</p>
<p>(DNews 12/01/2011)</p>
<p><a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/spettacoli/2011/31-marzo-2011/mamma-incantautrice-arriva-cristina-dona-190346553325.shtml">Qui la mia intervista alla Donà</a> di qualche mese fa per il Corriere Fiorentino.</p>
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		<title>Muro del Canto: il romanesco che non senti in tv (Extended version)</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 20:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quel che si dice “fare di necessità virtù”. Daniele Coccia, già voce dei Surgery, era alle prese con un pezzo che proprio non riusciva ad arrangiare come avrebbe voluto. L’unica formazione con la quale è nata una versione convincente è stata quella con Alessandro Pieravanti, Ludovico Lamarra, Eric Caldironi, Giancarlo Barbati, Alessandro Marinelli. A quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/murodelcanto_fotoufficiale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1394" title="murodelcanto_intervista" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/murodelcanto_fotoufficiale-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Quel che si dice “fare di necessità virtù”. Daniele Coccia, già voce dei Surgery, era alle prese con un pezzo che proprio non riusciva ad arrangiare come avrebbe voluto. L’unica formazione con la quale è nata una versione convincente è stata quella con Alessandro Pieravanti, Ludovico Lamarra, Eric Caldironi, Giancarlo Barbati, Alessandro Marinelli.<br />
A quel punto, la lampadina si è accesa: perché non sfruttare le capacità del gruppo? Ed ecco fatti i “Muro del Canto”, che dopo  singolo ed ep arrivano allo scoglio del primo album  intitolato “L’ammazzasette” (Goodfellas), che sarà presentato sabato 14 gennaio all’Init di Roma per poi partire in tournée.<br />
<strong>Non proprio una band costruita a tavolino, diciamo.</strong><br />
Ci siamo accorti che funzionava e abbiamo preso la palla al balzo.<br />
<strong>Folk rock popolare, cantato in romanesco: perché funziona? </strong><br />
Io credo che a Roma ci sia attenzione perché dopo i grandi nomi del passato come Gabriella Ferri e Lando Fiorini, c’è stato un vuoto totale.<br />
<strong>A riempirlo però ci sono già <a href="http://diparipasso.com/2011/01/13/ardecore-anche-il-rock-e-musica-popolare/">Ardecore</a> e <a href="http://diparipasso.com/?s=mannarino">Mannarino</a> per gli inediti, l’Orchestraccia per la tradizione&#8230;</strong><br />
Io ho scelto il romano perché è l’approccio immediato alla scrittura che ho, quello che riesce a farmi esprimere al cento per cento. Se dovessi fare quest’intervista in italiano, pe’ fa ’n esempio, avrei delle difficoltà.<br />
<strong>Ma no, c’è di peggio. E comunque premia anche il dialetto stretto: Sud Sound System, Van De Sfroos.</strong><br />
Sì, nel secondo ci vedo pure un intento un po’ politico&#8230; ma lasciamo perdere. Il romano bene o male riesci a portarlo ovunque, anche se ormai tra televisione, radio e cabaret se ne fa un uso sbagliato.<br />
<strong>Quello un po’ coatto&#8230; E a chi vi ispirate voi, invece? Gioacchino Belli?</strong><br />
Lui è troppo importante. Un richiamo  chiaro è nel titolo del brano “Chi Mistica Mastica”, ma per il resto tutta la poesia del ’900 è fondamentale: italiana, americana&#8230; Il romano è solo un linguaggio. Parliamo di qualsiasi metropoli, con il rapporto di odio/amore che ha chiunque viva in una città difficile.<br />
<strong>A questo punto chiariamo anche che non è necessario definire “pasoliniano” qualsiasi ragionamento  inerente le difficoltà della  capitale, per favore.</strong><br />
Ma sì! Anche perché la Roma pasoliniana è sparita. Lui dipingeva una realtà della borgata che non esiste più. La periferia di oggi non credo offra grandi spunti.<br />
<strong>Grazie. E il progetto video? </strong><br />
Per la regia di Carlo Roberti usciranno una serie di video-film nei quali si articoleranno  storie che avranno per protagonisti sempre gli stessi personaggi. Sono già stati presentati nel primo videoclip “La spina”.</p>
<p>(DNews, 11.01.2012)</p>
<p><strong>&#8220;BONUS TRACK&#8221;</strong></p>
<p>A margine di questo articolo, una considerazione e un consiglio. La  considerazione &#8211; che mi piacerebbe si articolasse con chi legge &#8211; è che  la risposta sulla composizione in romanesco mi ha fatto venire in mente  quella &#8211; quasi identica &#8211; esposta da <a href="../2011/03/15/mannarino-e-la-pancia-a-farmi-cantare-in-romanesco/">Mannarino in questa intervista</a>. Sull&#8217;&#8221;esportabilità&#8221; del dialetto invece avevo ragionato con <a href="../2011/05/19/sud-sound-system-ecco-i-nostri-primi-ventanni/">Nando Popu dei Sud Sound System</a>,  band mai ostacolata dalla scrittura in salentino stretto. Anzi, son  vent&#8217;anni che portano il loro reggae allegramente in giro. Nello  specifico, i Sud io li capisco anche, ma se penso ad altre composizioni  in un dialetto che non mi è familiare, mi rendo conto di avvertirlo come  un limite. Eppure anche <a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/spettacoli/2011/7-aprile-2011/van-de-sfroos-canzoni-baule-190390787763.shtml">Van De Sfroos</a>,  intervistato per il Corriere Fiorentino, mi ha smentito su tutta la  linea: &#8220;E&#8217; sempre stato un acceleratore, più che un freno a mano. La  gente lo  percepisce come un qualcosa di esotico e se avvertono il sound  genuino e  lo vogliono, fanno propria una canzone comunque. Dopo tutto  quando è  arrivato Bregovic mica ci siamo posti il problema! Che poi lo  stesso  discorso vale per i Metallica o gli U2: non è mica vero che  conosciamo  tutti i testi! E&#8217; una questione che ha a che fare anche la  credibilità&#8221;.</p>
<p>Il consiglio è il brano &#8220;San Lorenzo&#8221; dell&#8217;album &#8220;L&#8217;ammazzasette&#8221;, di cui sopra.</p>
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