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	<title>Diparipasso &#187; Senza categoria</title>
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	<description>Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti</description>
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		<title>E giri. E giri. E giri. Il parcheggio a Roma</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 18:35:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno ce la mette poi tutta, a Roma, per mantenere quella calma dignitosa delle persone per bene. Ci son quei giorni però, in cui costa parecchio non accendere le quattro frecce, tirare il freno a mano e lasciare la macchina lì, ovunque si trovi. Anzi, meglio, nel bel mezzo dell&#8217;incrocio più affollato che esista: così, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno ce la mette poi tutta, a Roma, per mantenere quella calma dignitosa delle persone per bene. Ci son quei giorni però, in cui costa parecchio non accendere le quattro frecce, tirare il freno a mano e lasciare la macchina lì, ovunque si trovi. Anzi, meglio, nel bel mezzo dell&#8217;incrocio più affollato che esista: così, per divertimento. In una sequenza cinematografica il conducente (cioè io), tirerebbe su con nonchalance la borsa dal sedile passeggero e pronuncerebbe un &#8220;e adesso prendetevela pure e portatevela un po&#8217; dove accidenti vi pare&#8221;.<br />
Uno di quei giorni tipo oggi, in cui devi incastrare due appuntamenti. Magari il primo a Prati, il secondo nei pressi di via Po.  Arrivi al primo con una dose di immotivato ottimismo, sperando che il fato ti veda da lontano e ti conduca con un karma da parcheggiatore abusivo al primo posto libero disponibile. Il navigatore perde la ricezione col satellite ogni 6 secondi, si impalla, non reagisce, ma tu non perdi la calma. Vai dritta, tranquilla per la tua strada, calcoli con grazia millimetrica i soffi che ti separano dai camioncini in seconda fila e dai motorini che si piazzano dietro cercando un varco. E giri.</p>
<p>E giri.<br />
E giri.<br />
E giri.<br />
Ininterrottamente, per quasi un&#8217;ora. Vai così in automatico che nel contempo rispondi a chiamate di lavoro (con l&#8217;auricolare), e ti viene anche di essere simpatica, nonostante tutto.  Fin quando l&#8217;orologio non perdona e ti rassegni al parcheggio a ore: un&#8217;ora e mezzo, sette euro.<br />
Quelli con cui avresti comprato il pranzo e dai quali sarebbe avanzato un lauto resto. Però ti dici che dai, alla prossima andrà meglio, dopo tutto sei in anticipo di un&#8217;altra ora e mezzo.<br />
Paghi, riprendi l&#8217;auto, e via. Il navigatore ripete gli stessi errori,  ma una volta in zona ti orienti e con le mappe del cellulare individui la retta via. La guardi e capisci che no, non andrà meglio. E giri.</p>
<p>E giri.<br />
E giri.<br />
E giri.</p>
<p>Dopo un&#8217;ora, con i nervi a pezzetti, le capriole per evitare le macchine in seconda fila che questa volta sono piazzate in spazi ancora più stretti, aver aspettato i comodi del signore con la Ford familiare in curva che vede che non ci passi, ma aspetta l&#8217;amico corpulento quanto gli pare e piace, vedi un varco. Piccolo, ma c&#8217;è. Su una strada trafficata e tra una collezione di motorini che occupano impropriamente le strisce blu. Ma tu sai, speri, che sia il tuo posto. Davanti ai motorini un&#8217;altra auto abbandonata ti fa calcolare che la sterzata dovrà essere di un&#8217;angolatura che non perdona e che ti dovrai quasi piazzare in mezzo alla strada per iniziare la manovra, ma se ci riesci, <em>quel posto sarà tuo. </em>Intanto accosti e metti la freccia a sinistra.<br />
E&#8217; a quel punto che un signore in Smart ti si mette dietro. Non è che non abbia capito, è che non ti crede: lui sa che tu lì non riuscirai ad entrare, e vuole farlo lui. Ma non ti lascia il beneficio del dubbio: per lui le cose andranno così. Non esiste alternativa.<br />
La gara psicologica di resistenza ha inizio. Pianti la retromarcia, in modo che non si avvicini ulteriormente, e lo guardi dal retrovisore.  Sussurri anche qualcosa tipo &#8220;aspetta&#8221;, nel tuo abitacolo. Lui non molla, sta lì e ti guarda pensando &#8220;se ti metto anche ansia, non ce la farai proprio mai, desisterai, e io entrerò con la mia supercitycar nel posto adatto a te, sguazzandoci come l&#8217;ultima acciuga nel vasetto sottolio&#8221;.<br />
Lui non ha considerato una cosa: tu non mollerai. Inizi la manovra e senza toccare nessuno dei due motorini, ti posizioni in modo che sia chiaro, palese, a lui e a tutti i negozianti della strada, che tu, proprio tu, in quel posto <em>ci entri perfettamente.</em><br />
Non ci vuole credere, si avvicina, cerca di guardare se davvero ci sei riuscita. Quando vede che mancano solo un paio di assessastamenti, sconfitto, se ne va. Tu, in un misto di giubilo per aver retto la pressione e posto fine all&#8217;agonia della ricerca (per un totale di due ore su 5), te la godi: lasci in folle, esci, e sposti anche delicatamente uno dei due motorini, per starci larga. Finisci il parcheggio ed esci dalla macchina camminando sul marciapiede come fosse un red carpet.<br />
A sera, mentre scrivi, pensi a questo corto, e alla sua totale genialità.</p>
<p><object width="420" height="315" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/CKe8e1ByZ_g?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="420" height="315" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/CKe8e1ByZ_g?version=3&amp;hl=it_IT" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></p>
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		<title>Twitter rapido e dunque emotivo? L&#8217;equazione non regge</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 18:39:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Premessa: è piuttosto difficile replicare &#8211; specie quando nessuno te l&#8217;ha chiesto &#8211; a qualcuno che ha un modo delizioso di esprimere le proprie opinioni. Specialmente se nel farlo anticipa gli intenti e chiarifica le posizioni. Più che una replica, infatti, posso definirla una risposta aperta, come si conviene alla miglior tradizione della rete. Francesco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Premessa: è piuttosto difficile replicare &#8211; specie quando nessuno te l&#8217;ha chiesto &#8211; a qualcuno che ha un modo delizioso di esprimere le proprie opinioni. Specialmente se nel farlo anticipa gli intenti e chiarifica le posizioni.</p>
<p>Più che una replica, infatti, posso definirla una risposta aperta, come si conviene alla miglior tradizione della rete. Francesco Piccolo nell&#8217;ultimo numero de &#8220;La lettura&#8221;, inserto del Corriere della Sera, ha scritto un editoriale che hanno intitolato &#8220;La rapidità di Twitter? Emotiva e sopravvalutata&#8221;. Lo riporta per intero Tutti a Zanzibar <a href="http://foglianuova.wordpress.com/2012/03/18/la-rapidita-di-twitter-emotiva-e-sopravvalutata/">qui</a>.</p>
<p>Lo scrittore, autore e sceneggiatore ha posto l&#8217;attenzione su tre problemi di fondo riscontrati in Twitter:<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>1)</strong> I 140 caratteri, che definisce una &#8220;gabbia&#8221;:  <em>&#8220;Non riesco a non pensare che la brevità è un punto di arrivo e non un punto di partenza&#8221;.</em></p>
<p>E&#8217; vero che la sintesi di solito è un risultato finale, ma è paltrattanto plausibile che per iniziare un ragionamento,  si parta da un qualche (s)punto, seppur breve. Io dubito che le persone parlino, anche de visu, solo quando hanno un&#8217;argomentazione enciclopedica alle spalle.<br />
Peraltro, il modo più utile per usare Twitter è sfruttarne le caratteristiche, segnalando informazioni che rimandino ad altri contenuti (questa volta estesi), e che diano modo a chi legge di aggiungere qualcosa in merito. Così si possono costruire argomentazioni. Twitter non è fine a se stesso.</p>
<p><strong>2)</strong> Il secondo punto critico, secondo Piccolo, è l&#8217;immediatezza: <em>&#8220;Ha introdotto una specie di  parificazione tra un giudizio argomentato e una reazione emotiva&#8221;</em>.</p>
<p>Innanzitutto, ancora una volta non viene considerato il mezzo come collettore di brevi rimandi a lunghe disquisizioni (sembrerà strano, ma esistono i link), ma come macchina spara palline da allenamento sportivo: un tweet&gt;un giudizio inviolabile&gt;fine del pensiero.<br />
Anche volendo considerare  la rapidità causa diretta della reazione emotiva, l&#8217;equazione non regge.<br />
Per quale ragione la velocità di scrittura dovrebbe equivalere ad un&#8217;approssimazione inevitabile?<br />
<em>&#8220;Non mi convince che qualcuno esca dal cinema e scriva a persone che conosce e non conosce: mi è paciuto. Mi sembra leggermente riduttivo&#8221;</em>, aggiunge Piccolo. E perché mai? Non è esattamente la prima cosa che si fa mentre si chiacchiera all&#8217;uscita davanti a quelli ancora in fila che si tappano le orecchie per evitare l&#8217;effetto spoiler?</p>
<p><strong>3)</strong> La terza argomentazione parte dalla differenza che lui fa tra chi conosce, e chi non conosce: <em>&#8220;In pratica tra vita privata e vita pubblica. Twitter abbatte questa barriera&#8221; </em>e ancora <em>&#8220;Uso un linguaggio diverso con mia madre, con il mio amico, con un collega, con un mio lettore, con un estraneo. Non riesco a dire che sono felice al direttore di un giornale, e ho pudore di mandare un articolo a mia sorella&#8221;</em>.</p>
<p>Bene. Legittimo e sacrosanto. Eppure, il grande equivoco di tutto il ragionamento a me pare uno e uno solo: che si stia sempre a guardare il mezzo, e mai chi lo usa.<br />
Prendi la tv, ormai la cosa meno innovativa che abbiamo a portata di mano, così fughiamo i dubbi. E&#8217; un luogo dove si abbattono i confini tra pubblico e privato in continuazione, facendo carne da macello delle sfere private di chiunque capiti a tiro (salvo che quel chiunque non ci sia andato apposta proprio per dare spettacolo di sé).<br />
E perché dunque adesso uno strumento che io scelgo consapevolmente di usare come e quando voglio, dovrebbe violare la mia intimità?<br />
E&#8217; lo stesso &#8220;problema&#8221; delle app con la geolocalizzazione, che terrorizzano perché &#8220;poi-tutti-sanno-dove-sono&#8221;. E chi diamine l&#8217;ha detto? Sono opzioni, condivisibili o meno, e disattivabili come e quando crediamo.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Insomma, siamo sempre allo stesso punto</span>. La teoria del proiettile magico: passano le ere, ma ogni nuovo media, e adesso ogni nuovo social media, se la becca. I mezzi cambiano le persone, sembra essere l&#8217;assunto. <span style="text-decoration: underline;">Nessuno pensa mai che le persone cambino i mezzi</span>. Per comunicare alla velocità che il mondo richiede, per condividere, restare in contatto. Fermo restando che sono scelte reversibili all&#8217;occorrenza.<br />
Non osanno Twitter, o chi per lui: cerco solo di andare al di là dell&#8217;accusa indiscriminata che non considera l&#8217;insieme. Come se i social network site fossero posti dove la gente approda e facesse cose staccando il cervello. Succede, ma succede nel mondo, e <em>quindi</em> anche in rete.<br />
Il mancato riconoscimento dei contesti che qualcuno individua in rete,  è un reale problema della vita offline.</p>
<p>Volendo ribaltare le cose, quando più persone capiranno che il web è una banca dati immensa, e che se la carta canta, il web incide a imperitura memoria, forse ci sarà una maggiore consapevolezza d&#8217;azione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il futuro è in 3d, formato famiglia</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 17:58:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una piccola impresa fiorentina a conduzione familiare e un creativo. Fin qui, tutto nella norma. Anche il fatto che abbiano una particolare propensione per le stampanti, potrebbe non essere strano. De gustibus. Solo che non riproducono fogli, ma oggetti in 3D: di qualsiasi tipo i primi, case il secondo. Sono i makers di «World Wide [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/04/corriere_makers1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-1532" title="corriere_makers" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/04/corriere_makers1-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a>Una piccola impresa fiorentina a conduzione familiare e un creativo. Fin qui, tutto nella norma. Anche il fatto che abbiano una particolare propensione per le stampanti, potrebbe non essere strano. De gustibus. Solo che non riproducono fogli, ma oggetti in 3D: di qualsiasi tipo i primi, case il secondo. Sono i makers di «World Wide Rome», gli innovatori che hanno rappresentato la Toscana a pieno titolo nell’ambito del- l’evento dedicato alla Rete a Roma.</p>
<p>La famiglia Cantini è al completo: a presentare il loro lavoro ci sono i due fratelli nerd, padre e zio. Il resto della ciurma è a Firenze, incollata al pc per seguire l’evento in streaming. Sono la «Kent’s Strapper»: progettano e producono macchine per la stampa in 3D. Partiti dall’assemblag gio di un pantografo Cnc, adesso parlano di due diversi «rami d’azienda» (uno per le scuole, l’altro professionale). Lorenzo, 21 anni, è la «pecora ne- ra», quello che ogni tanto in famiglia tira fuori qualche proposta bizzarra. Ha costruito la prima stampante partendo dai Lego, poi si è lanciato, insieme al fratello, a Bologna, dove un signore non riusciva ad attivarne una. «Non siamo inventori, facciamo funzionare le cose» dice, mostrando spade giocattolo, pezzi da modellismo, mezzi busti personalizzati per badge tridimensionali, e molti altri oggetti che riproducono la realtà. Salta fuori persino una statuetta di Saffo. E un (simil) fossile. Gli studenti ne vanno matti. Uno di loro, 14enne, li ha chiamati offrendosi volontariamente di occuparsi della promozione online. «Un giorno ci ha invitati nella sua scuola a Catanzaro, dove nessuno aveva creduto alla nostra storia — racconta Luciano — Siamo stati circondati da 350 ragazzi che volevano conoscere tutti i dettagli». «Lo faccia- mo per passione, non siamo venditori di lavatrici» proseguono i fratelli, sognando una dimostrazione pubblica a Firenze. «Ora il costo della stampante si aggira intorno ai 600 euro, ma il progetto è di scendere sotto i 400, per renderla più accessibile». Per la ricerca serve denaro. «Siamo stati contattati dalla Camera di Commercio, poi abbiamo avuto colloquio con la banca, e insomma, in 6 giorni sono arrivati 300 mila euro».</p>
<p>Enrico Dini invece, è nato a Ponte- dera. Lo chiamano lo «stampatore di case», e lui si definisce un «creativo». Un passato nei «bassifondi dell’automazione», sentenzia: «Il 3D ha dato</p>
<p>un senso a tutto quello che ho fatto in questi 40 anni di formazione eclet- tica». L’ingegnere ha creato, in que- sto caso con tanto di brevetto, una stampante in grado di plasmare for- me di qualsiasi dimensione. In scala 1:1, ovvero a dimensione reale. Con «D-Shape» realizza muri, altari di chiese moderne, «templi laici della bellezza». Come Radiolaria, che aspetta da tempo di essere destinato ad una rotatoria di Pontedera. Il materiale di partenza è la sabbia, la stessa con cui da bambino costruiva sulle spiagge della Toscana, e che adesso, unita ad un bicomponente ecosostenibile, dà vita ai suoi sogni. «Ad oggi il progetto è costato due milioni di euro, ma al 90 per cento è stato costruito con 50mila euro» spiega raccontando i fallimenti iniziali, gli incontri e i consulenti sbagliati, e il grande freno della crisi. Adesso però scorre le mail dallo smartphone: Amsterdam, Cali- fornia, Iran, India, Ucraina. Il mondo si è accorto di lui e a Londra ha studia- to il concept per una casa sulla Luna. «Prima non mi ascoltavano, mentre adesso, anche grazie a iniziative co- me queste (dice riferendosi all’evento romano, voluto da Asset Camera e Tecnopolo ndr) il 3Dd printing non è più un’idea peregrina». Geniacci toscani.</p>
<p>(Corriere Fiorentino)</p>
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		<title>II Sanremo dei vip su Twitter non esiste: tutti a scuola dalla Canalis</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 22:35:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; bene dare per assodata la prassi di commentare sui social network site quello che accade  in tv, specie se quello che accade in tv è il Festival della Canzone Italiana. Così come è assimilato il fatto che in questo 2012  gli occhi siano tutti puntanti su Twitter, il sito di micro blogging che nell&#8217;ultimo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; bene dare per assodata la prassi di commentare sui social network site quello che accade  in tv, specie se quello che accade in tv è il Festival della Canzone Italiana. Così come è assimilato il fatto che in questo 2012  gli occhi siano tutti puntanti su Twitter, il sito di micro blogging che nell&#8217;ultimo anno è diventato centro dell&#8217;attenzione della popolazione e dei media. Dal lato del pubblico, già nel 2011 qualcosa si era mosso, tanto che <a href="http://www.minimarketing.it/">Gianluca Diegoli</a> scriveva nel 2011 <a href="http://www.minimarketing.it/2011/02/ci-voleva-sanremo-per-vedere-gli-italiani-su-twitter.html">&#8220;Ci voleva #Sanremo per vedere gli italiani su Twitter&#8221;</a>. Quest&#8217;anno poi, non ne parliamo. Di italiani lì ce n&#8217;erano parecchi, tanto che la piattaforma editoriale <a href="http://www.u10.mi.it/">U10</a> ne ha fatto un <a href="http://www.u10.mi.it/ebook/sanremo-tweet-book/">tweet book </a>che raccoglie i contenuti dedicati ad uno stesso argomento (in questo caso la rassegna canora). Un&#8217;ottima analisi del mezzo e del suo utilizzo nell&#8217;anno del &#8220;boom&#8221; italiano lo ha fatto Vincenzo Cosenza dopo la prima serata di messa in onda. <a title="sanremo visto da twitter vincos" href="http://vincos.it/2012/02/15/sanremo-2012-visto-da-twitter/">Ha raccolto 47.577 tweet contenenti la parola &#8220;Sanremo&#8221;</a> valutando poi quali fossero gli account più retwittati. Ha vinto <a href="https://twitter.com/#!/fattoquotidiano">Il Fatto Quotidiano</a> che con la coppia Mello/Scanzi ha tenuto banco anche grazie alla creazione, come emerge dalla <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2012/02/15/insopportabile-sanremo-tra-mainstream-pop-e-micro-narrazioni-deboli/">conversazione tra Giovanni Boccia Artieri e Vincos</a> stesso, della creazione di un hashtag che colpiva come &#8220;#occupysanremo&#8221;. <a href="http://www.valigiablu.it/doc/755/sanremo-sui-social-network-tutti-parlano-nessuno-ascolta.htm">Secondo Dino Amenduni</a> tuttavia, la discussione in senso stretto su Twitter non c&#8217;era, ed erano più i monologhi, che i dialoghi.</p>
<p>Io mi sono chiesta invece cosa razza avrebbero fatto su Twitter i veri protagonisti di questo Festival, ovvero i concorrenti (ok, ok, i veri protagonisti tolto il Molleggiato). Sarebbe stato bello vedere loro, i cantanti, fare &#8220;la differenza&#8221;, riportando online i backstage, i retroscena, e magari qualche replica. Un&#8217;ottima occasione per scrivere di loro pugno (polpastrello) qualche opinione, senza l&#8217;intermediazione (spesso sott&#8217;accusa) dei giornali. E invece, se non calma piatta, poco ci manca. La maggior parte degli artisti hanno account &#8220;official&#8221;, e sono più le comunicazioni che arrivano dallo staff, e quindi promozionali, che altro. Dolcenera (@ManuDolcenera) bilancia a sufficienza e si lamenta anche delle rassegne-tipo che si trovano all&#8217;ultimo piano dell&#8217;Ariston, in sala stampa (in effetti è roba da fare invidia ai faldoni dei tribunali): <a href="https://twitter.com/#!/ManuDolcenera/media/slideshow?url=http%3A%2F%2Fyfrog.com%2Focsqcwtj">&#8220;3/4 lanci ogni giorno per migliaia di copie. Ma quanti alberi sono stati abbattuti? Ma un pdf no?&#8221; </a>. Qualche video in albergo, o sulla via del ritorno, e poi la notizia del rientro a Firenze nella casa umida e in affitto. Francesco Renga (@RengaOfficial), è un bollettino di ospitate, e &#8220;grazie&#8221;, e interviste.</p>
<p>Nina Zilli (@ninazilli) invece, <span id="more-1473"></span>ne ha fatto buon uso proprio il giorno dopo l&#8217;inizio del Festival, quando ha spiegato i problemi che aveva avuto: &#8220;ecco, per tutti quelli che me lo chiedono: guardavo il fonico, avevo le spie fuori uso. praticamente ho cantato a cappella le prime 2 strofe&#8221;. Oggi invece cerca uno scambio con i suoi compagni di corsa, chiedendo addirittura a Renga &#8220;un duetto!&#8221; e poi &#8220;ma hai imparato ad usare Twitter?&#8221;. Un&#8217;altra che ha sorpreso è stata la voce dei Matia Bazar, Silvia Mezzanotte (@silmezzanotte) che comunica anche il dispiacere per il risultato in gara (il suo gruppo e Chiara Civello sono stati scartati): &#8220;Inutile nascondere la delusione&#8230;comunque un grazie a tutti gli amici che ci stanno sostenendo&#8230;&#8221;</p>
<p>Il signore del Festival Rocco Papaleo (@Rocco_Papaleo), se la cava alla grande, oppure ha messo in mano il suo account a qualcuno che ne sa (viene molto il dubbio). Risponde, riporta qualche frase detta sul palco dell&#8217;Ariston, riprende le gag fatte (&#8220;Buono il panino con la frittata&#8221;), si fa fotografare con i big (<a title="papaleo bersani" href="https://twitter.com/#!/Rocco_Papaleo/status/170966590844698625/photo/1">qui</a> con Samuele Bersani, <a title="papaleo dolcevita" href="https://twitter.com/#!/Rocco_Papaleo/status/170990372087017472/photo/1">qui</a> solo con il dolcevita nero e <a title="papaleo ercolani andreoli" href="https://twitter.com/#!/Rocco_Papaleo/status/170572944211324928/photo/1">qui</a> con quelli che definisce &#8220;clan&#8221; ovvero Simona Ercolani e <a href="http://www.stefanoandreoli.com/">Stefano Andreoli</a>).<br />
Gigi D&#8217;Alessio(@_GigiDAlessio_) eccetto <a title="d'alessio celentano" href="https://twitter.com/#!/_GigiDAlessio_/status/170989999662178304/photo/1">la foto con Celentano</a> saluta e ringrazia tutti dall&#8217;alto dei suoi oltre 84.500mila follower e gli &#8220;0&#8243; following (e menomale che era un &#8220;social&#8221; network).<br />
Neanche la più giovane di tutte, Emma Marrone (@emma_marrone) trionfatrice del Festival, regala soddisfazioni: un solo  following (la Universal) e poche uscite che non siano quelle del team che annuncia interviste e affini (compare solo lei a scusarsi di non aver girato un video a modo  (&#8220;ehi ragà ora vado ho un po&#8217; di impegni.. Prometto di imparare a fare i video,almeno dritti!!vvb Emma Spielberg&#8221;).<br />
Qualcosa del dietro le quinte lo ha riportato non si sa chi dei Marlene Kuntz (@marlenekuntz): &#8220;Ieri sera il backstage era un discreto delirio. Stasera decisamente meglio&#8221; hanno scritto il 15 febbraio e poi &#8220;Stasera un truccatore ci ha detto che in vent&#8217;anni di militanza sanremese non aveva mai visto nessuno meno agitato di noi prima di esibirsi&#8221;.</p>
<p>Insomma,  il Sanremo dei Vip ancora non esiste. Quando c&#8217;è fa presenza o è molto, molto timido. Molto più attivi i commentatori noti (alcuni sono nella &#8220;classifica&#8221; di Vincos, di cui sopra). Gli altri dovrebbero andare a scuola dalla Canalis (@JustElisabetta): ringrazia i giornalisti per le interviste, fa le foto del <a href="http://yfrog.com/gzx7ypmj">backstage</a>, del <a href="http://yfrog.com/nzns6sphj">trucco e parrucco</a>, si esprime con complimenti agli artisti (&#8220;Ma quanto è bella Nina Zilli?&#8221;)  risponde agli altri utenti.</p>
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		<title>Quanti Valentini, e nemmeno un Santo</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 10:52:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'emisfero giusto]]></category>
		<category><![CDATA[Mentre vivo]]></category>
		<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[La festa degli innamorati, dovrebbe in teoria essere ogni giorno. Sono innamorati. Altrimenti che lo sarebbero a fare. San Valentino, piuttosto, dovrebbe essere la festa di quei Valentini che un po&#8217; tutti hanno incontrato, quelli che tutto erano meno che Santi, senza i quali però ognuno avrebbe imparato un po&#8217; meno a stare al mondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La festa degli innamorati, dovrebbe in teoria essere ogni giorno. Sono innamorati. Altrimenti che lo sarebbero a fare. San Valentino, piuttosto, dovrebbe essere la festa di quei Valentini che un po&#8217; tutti hanno incontrato, quelli che tutto erano meno che Santi, senza i quali però ognuno avrebbe imparato un po&#8217; meno a stare al mondo (ci sarebbe comunque stato benissimo, ma qualche vantaggio va pur trovato). E allora i pensieri vanno un po&#8217; a ritroso. Certe volte di poco, altre di moltissimo, e pensi.</p>
<p>Pensi a quello che aveva un modo delicatissimo di trovare i nomignoli che usano quelli che si frequentano,  quelli che si stanno conoscendo, tanto affettuosi. Ricordi com&#8217;era carino quando ti chiamava &#8220;buzzicona&#8221;.<br />
Pensi a tutti coloro che hanno avuto tanto da pensare, così tanto da pensare, da arrovellarsi il cervello di pensieri,  da stancarsi. Insomma così tanto che non potevano certo restare lì con te. Uno aveva bisogno &#8220;di riflettere solo su una spiaggia&#8221;. Un altro aveva avuto tanto da fare con uno stagista. Ma tanto: gli era stato così a lungo a presso, gli aveva dedicato così tante ore di lavoro, che nel contempo questo era diventato amministratore delegato e lui ancora doveva richiamare. Che ci vuoi fare, l&#8217;aveva preso a cuore. Ubi maior.<br />
Pensi a quello che proprio non aveva ben capito cosa voleva: prima pensavi rasentasse l&#8217;autismo, poi hai dovuto cercare un idrante per placargli gli ormoni, poi è sparito, poi è quasi passato alle presentazioni in famiglia e poi è di nuovo sparito. No, davvero, con l&#8217;ultima sparizione io non c&#8217;entro niente. Giuro.<br />
Pensi a quello che ti ha detto &#8220;Dammi due giorni, e te lo faccio dimenticare&#8221; mentre tu pensavi &#8220;vorrei solo dimenticare te, il più presto possibile&#8221;.<br />
Che poi era lo stesso di &#8220;eh, sai, quest&#8217;estate sono uscito con &#8211; <em>nome di ragazza giovane famosa</em>-&#8221; e poi un&#8217;ora più tardi, l&#8217;unica peraltro passata insieme nell&#8217;arco della vita: &#8220;E&#8217; incredibile, era così tanto tempo che non stavo così bene con una donna, davvero, io non ci credo&#8221;. Va detto che c&#8217;era della reciprocità: nemmeno io ci credevo. A niente di quello che diceva. Anche perché credergli avrebbe significato pensare che non parlasse con un essere femminile da quando l&#8217;ostetrica lo aveva tirato fuori, se  una sola cena gli aveva fatto quell&#8217;effetto.<br />
Pensi a quelli di cui avresti potuto approfittare, facendogli credere cose che non erano. Cosa che non hai fatto, perché non è proprio il tuo modus operandi. E dire che ti hanno chiamata &#8220;maleducata&#8221;. Poi pensi a quelli che sembravano mentori, ed erano mentitori (che pure io, potevo pure vederla quella sillaba di troppo).<br />
Pensi a quelli che ti hanno detto &#8220;non esageriamo&#8221; la prima volta che gli hai detto &#8220;ti amo&#8221;, e poi, fatalità, hanno ripetuto il &#8220;non esageriamo&#8221; quando piangevi perché stavano uscendo per sempre dalla tua vita, ad ogni titolo. Un po&#8217; ripetitivi, in effetti.<br />
Pensi a quelli che se ne sono andati e poi sono tornati con un aut aut, mentre tu pensavi prima: &#8220;Oh, ma non te n&#8217;eri andato? &#8221; e poi &#8220;Scusa, ma perché mi dici che se ti voglio, resti? Ma se già non c&#8217;eri e non t&#8217;ho richiamato, boh, forse il messaggio era chiaro&#8230; ah no?&#8221;<br />
Quelli che &#8220;Non sei credibile, non è vero che non mi vuoi&#8221;. Mmm, che dici, proviamo con una cinquina sulla guancia? Un cartone in faccia? Un pugno nello stomaco? Non so, dimmi tu come meglio mi ritieni credibile.<br />
Quelli che &#8216;yeah, divertiamoci&#8217;, e via, divertiamoci. Poi si vogliono divertire  un po&#8217; sempre, a cadenza che loro decideranno spontaneamente senza avvisarti (né nel contempo mantenere &#8220;la priorità acquisita&#8221;). Perdona, devo essermi persa qualche passaggio&#8230; siamo stati bene, o abbiamo fatto un abbonamento dell&#8217;Atac pluriennale?<br />
Pensi a quelli che &#8220;sei carina&#8221;, come massimo complimento per riconquistarti dopo anni. Caro, sono carina come una poltrona Ikea, o come la signora delle Poste che saluta tutti cordialmente? Mentre decidi,  fugo i tuoi dubbi: anche avessi fatto di meglio, non avrei cambiato idea.</p>
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		<title>Social media e giornalismo: chi si fida, chi li snobba, e chi ci prova davvero</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 19:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Come scrivevo in &#8220;Ma in fondo, che tweetimporta?&#8221; i media italiani stanno attingendo a piene mani dal social network più in voga del momento, ma questo non ha modificato le loro abitudini di interazione. O meglio, di non interazione. Parte del mio ragionamento trova conferma nei dati che ho appena ricevuto da Lewis Pr. L&#8217;agenzia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come scrivevo in <a href="http://diparipasso.com/2011/11/30/ma-in-fondo-che-tweetimporta/">&#8220;Ma in fondo, che tweetimporta?&#8221;</a> i media italiani stanno attingendo a piene mani dal social network più in voga del momento, ma questo non ha modificato le loro abitudini di interazione. O meglio, di non interazione.<br />
Parte del mio ragionamento trova conferma nei dati che ho appena ricevuto da <a href="http://www.lewiswire.com/">Lewis Pr</a>. L&#8217;agenzia di comunicazione è andata, come si suol dire, dritta alla fonte, chiedendo ai giornalisti (200) che uso facciano dei social media.<br />
Per capire su che terreno ci muoviamo, i dati sulla presenza online degli intervistati: l’83%  è  su Facebook, il 70% su LinkedIn, e  il 69% su Twitter.   Il 9%, invece, proprio da nessuna parte.</p>
<p>Bene: i giornalisti (del campione) praticano social network site e bazzicano in rete, ma si fidano? &#8220;Il 38% attribuisce ai Social Media il ruolo di fonte di informazione, da utilizzare unitamente a tutte le altre. Il 25% si serve dei vari post per confrontare i diversi punti di vista, mentre il 24%non li tiene nemmeno in considerazione&#8221;.<span id="more-1366"></span></p>
<p>L’11% attinge dettagli e ricami per “farcire” le proprie storie  (uso che a mio avviso va ben oltre l&#8217;11%). Sono fonte primaria solo per il 2% degli intervistati (e figuriamoci).<br />
E poi, dove casca l&#8217;asino: più della metà degli intervistati (51%) considera i social molto importanti per la diffusione, <em>ma solo se affiancati a una veicolazione più tradizionale come quella della stampa</em>. Per il 14% non sono proprio degni di rientrare a pieno titolo del mondo dell&#8217;informazione mentre il 29% non riesce più a farne a meno: questi strumenti sono diventati imprescindibili perché consentono un&#8217;interazione tra i lettori, che avrebbero abbandonato il ruolo passivo a vantaggio del coinvolgimento.<br />
Coinvolgimento. Già. Questo è quello che dicono di fare alcuni dei singoli giornalisti. E nemmeno tutti: il 19% ritiene i social media luoghi inadatti allo sviluppo di dibattiti &#8220;di un certo livello&#8221; (e, attenzione, il 50% si rifiuta di condividere in rete i propri scritti).</p>
<p>Se quindi per i colleghi qualche speranza rimane, per le testate pare proprio di no.<br />
I profili Twitter delle testate nazionali, ad esempio, sono quasi sempre feed. Ogni tweet non è altro che un rimando all&#8217;articolo o alla notizia pubblicati altrove.</p>
<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/rep_bari.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1367" title="rep_bari" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/rep_bari-220x300.png" alt="" width="220" height="300" /></a>Nessuna interazione, nessun contatto con l&#8217;interno. E dire che qualcuno ci prova, ad avviare delle discussioni (che vista la conformazione del sn specifico, potrebbero anche essere brevi). Esempio lo screenshot qui a lato. Repubblica Bari linka un pezzo, e uno dei soggetti coinvolti, l&#8217;assessore regionale, risponde.  Morta lì.</p>
<p>Ora, dato che le risposte non arrivano per nessuno, bene che non sia arrivata nemmeno per il politico (della serie &#8220;la legge di Twitter-feed è uguale per tutti&#8221;), ma era un&#8217;occasione come un&#8217;altra.</p>
<p>Corriere Cinema (@corriere_cinema) ci va pesante con i retweet (ma son quelli di Maria Teresa Veneziani che si occupa per la testata &#8211; come da descrizione &#8211; di società e costume), però a differenza di molti  usa gli hashtag. Per il resto, i favorites non esistono, di mentions nemmeno a pagarne, e via così.<br />
Certo, per seguire un profilo ufficiale servirebbe del personale specifico e regole ben precise (la comunicazione ufficiale online, quando diventa interazione, è una bella gatta da pelare e le aziende lo sanno da parecchio). Resta tuttavia un peccato che il giornalismo, che da anni si arrovella sul citizen journalism, sia il primo ad usare un mezzo fertile come Twitter, senza di fatto usarlo. L&#8217;ennesima vetrina, utile per la sua immediata e comoda fruizione, ma senza alcuno spazio per la scoperta.</p>
<p>Ma attenzione, perché qualcuno ci ha provato con successo. E&#8217; il <a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/">Corriere Fiorentino</a> (@corrierefirenze). Per dovere di cronaca premetto che collaboro con la testata in questione, ovvero la costola locale del Corriere della Sera, e che forse proprio per questo mi sono iscritta al profilo Twitter per  poi mettermi &#8220;in ascolto&#8221; (critico). All&#8217;inizio, calma piatta. Solito meccanismo di cui parlavo sopra. Feed su feed, e via andare. Con la difficoltà ulteriore di essere una testata locale, quindi priva di quell&#8217;appeal che possono avere quelle nazionali (su questo torno più tardi).</p>
<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/corrierefiorentino.png"><img class="alignright size-medium wp-image-1444" title="corrierefiorentino" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/corrierefiorentino-300x275.png" alt="" width="300" height="275" /></a>Ad un certo punto però qualcosa è cambiato. Ho cominciato a vedere tweet che erano veri tweet. Hashtag, linguaggio secco &#8211; che spesso lasciava vedere chiaramente la fretta della diretta &#8211;  repliche, foto. Manifestazione degli studenti, consiglio comunale sulla neve (17 dic 2010) e poi ancora gli eventoni Renziani alla Leopolda. Pitti Uomo, di recente. Poi, il banco di prova decisivo e difficile: la tragedia all&#8217;Isola del Giglio. La nave Concordia affonda e comincia la cronaca via Twitter. Tanto serrata da portare qualche lettore a dire &#8220;oh, adesso defollowo, perché basta&#8221;. Eppure funziona. Finalmente un profilo ufficiale &#8220;si sporca le mani&#8221;, entra a pieno nella logica d&#8217;uso del mezzo. E se ne assume la responsabilità: non sei su carta, non hai 8 ore di desk per ribattere all&#8217;ultimo momento la versione giusta, l&#8217;ultima dichiarazione o smentita. Sei in mezzo, con una bella scritta sulla testa che dice che tu sei un organo ufficiale d&#8217;informazione. Ogni volta che parte il live blogging sul sito viene segnalata la &#8220;diretta twitter&#8221;.<br />
Una ricerca che vada oltre il contributo inviato, che richiede tempo e verifica e la costruzione di qualcosa di nuovo. Perché se qualcuno i giornalisti non li manda più &#8220;sul campo&#8221;, o &#8220;per strada&#8221;, evidentemente nemmeno su Twitter.</p>
<p>E finalmente direi. Se questo atteggiamento diventasse buona prassi di ogni testata (non dico per tutto, perché sarebbe impossibile, ma almeno per qualche caso speciale), forse si riuscirebbe a scardinare il meccanismo per cui la reputazione &#8220;social&#8221; delle testate dipende ancora da quella che si sono guadagnate offline.</p>
<p>L&#8217;Osservatorio New Media &amp; New Internet della School of Management del Politecnico di Milano ha fotografato la presenza su Twitter di molte testate italiane, da Italia Oggi a Il Piccolo, da Il Gazzettino a Europa, passando per i soliti noti. La tabella a disposizione registra il periodo che va dal 15 ottobre al 15 novembre 2011.</p>
<p>Volendo fare una breve classifica La Repubblica online (@repubblicait) vince a man bassa (l&#8217;unica che ha il buon gusto di ammettere nella descrizione profilo &#8220;Il <span style="text-decoration: underline;">twitter feed</span> ufficiale delle notizie di repubblica.it&#8221;). 197.546 followers (&gt;269.246 mentre scrivo) seguita da Il Fatto Quotidiano (@fattoquotidiano) con 165.896  (&gt;217.861). Bronzo per la Gazzetta dello Sport (@Gazzetta_it) 131.271 (&gt;210.833).</p>
<p>Sono numeri che sembrano confermare il successo dei diversi presidi online (e di certo ne attestano la giustificata popolarità ) ma difficilmente sono da interpretare come il risultato di un corretto uso di tecnologie e linguaggi della rete. Il seguito che queste testate si sono conquistati online è  figlio di una credibilità conquistata altrove. Facile quindi immaginare quali risultati potrebbero ottenere se riuscissero a fare il &#8220;grande passo&#8221;  entrando realmente nella conversazione dei social media, facendone proprie regole e dinamiche.<br />
Il giornalismo ne trarrebbe benefici, i lettori pure.</p>
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		<title>Pubblicità e informazione: in Media stat veritas (volendo)</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 17:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<category><![CDATA[art 44 contratto nazionale giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe morello]]></category>
		<category><![CDATA[ordine giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità informazione]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità redazionale]]></category>
		<category><![CDATA[qualità dell'informazione e pubblicità]]></category>

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		<description><![CDATA[Dire che la pubblicità non influisce sulla linea editoriale di un giornale è come dire che ad agosto è impossibile girare in bermuda. Negare l&#8217;evidenza mi pare eccessivo. Sostenere che la linea editoriale di un giornale sia totalmente dettata dagli inserzionisti, per contro,  è come ridurre le nostre testate nazionali, grandi e piccole, a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dire che la pubblicità non influisce sulla linea editoriale di un giornale è come dire che ad agosto è impossibile girare in bermuda. Negare l&#8217;evidenza mi pare eccessivo.<br />
Sostenere che la linea editoriale di un giornale sia totalmente dettata dagli inserzionisti, per contro,  è come ridurre le nostre testate nazionali, grandi e piccole, a un volantino delle offerte del supermercato recapitate nella buca delle lettere (con tutto il rispetto, sono un&#8217;altra cosa).<br />
Il campione intervistato per conto dell&#8217;Ordine dei Giornalisti in collaborazione con il gruppo di lavoro del Consiglio nazionale <a href="http://qualinfo.it/chi-siamo/">“Qualità dell’informazione e pubblicità”</a> coordinato da Pino Rea, si è spaccato in due, come illustra <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2012/01/21/per-un-giornalista-su-due-la-pubblicita-condiziona-la-linea-editoriale/">Giovanni Boccia Artieri</a>. C&#8217;è un 4% di incerti che mi auguro non abbiano sospeso il giudizio, ma siano rimasti in mezzo dopo aver valutato l&#8217;enorme complessità del tema.</p>
<p>Letto il post, ho girato la testa: sulla libreria i manuali del Centro di Documentazione Giornalistica, quelli da studiare per affrontare l&#8217;esame per accedere all&#8217;albo dei Professionisti.  Nel volume &#8220;I doveri del giornalista&#8221;, ho ritrovato il capitolo a cura di Giuseppe Morello intitolato &#8220;Informazione e pubblicità&#8221;: &#8220;E&#8217; stato giustamente rilevato che il &#8216;rapporto tra informazione e pubblicità &#8211; un rapporto difficile  - è uno dei principali problemi della professione giornalistica&#8221;.  Ecco, tanto per cominciare.</p>
<p><span id="more-1432"></span></p>
<p>Vengono citate almeno 8 fonti deontologiche diverse che fanno riferimento al tema specifico: &#8220;il Protocollo di intesa su informazione e pubblicità, il Contratto Nazionale del Lavoro Giornalistico (art. 44), gli statuti de &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221;, &#8220;Corriere della Sera&#8221;, &#8220;La Repubblica&#8221; e dei giornalisti Rai, il Codice di comportamento dei giornalisti turistici&#8221;, la &#8220;Carta dei doveri dei giornalisti italiani&#8221;.</p>
<p>A questo punto riprendo in mano il Contratto Nazionale (quello in vigore fino a marzo 2013) e riporto l&#8217;<span style="text-decoration: underline;">art.44</span>, che mi pare costituisca il quadro più netto di riferimento: &#8220;Allo scopo di tutelare il diritto del pubblico a ricevere una corretta <strong>informazione, distinta e distinguibile dal messaggio pubblicitario</strong> e non lesiva degli interessi dei singoli, i messaggi pubblicitari devono essere chiaramente individuabili come tali e quindi distinti, anche attraverso apposta indicazione, dai testi giornalistici.<br />
Gli articoli elaborati dal giornalista nell&#8217;ambito della normale attività redazionale non possono essere utilizzati come materiale publicitario.<br />
I testi elaborati dai giornalisti collaboratori dipendenti da uffici stampa o di pubbliche relazioni devono essere pubblicati facendo seguire alla firma l&#8217;indicazione dell&#8217;organizzazione a cui l&#8217;autore del testo è addetto quanto trattino argomenti riferiti all&#8217;attività principale dell&#8217;interessato.<br />
<strong>I direttori</strong> nell&#8217;esercizio dei poteri previsti dall&#8217;art. 6, e considerate le peculiarità delle singole testate, <strong>sono garanti</strong> della correttezza e della qualità dell&#8217;informazione anche per quanto attiene il rapporto tra testo e pubblicità. A tal fine i direttori ricevono periodicamente i <strong>parare dei comitati di redazione</strong>&#8220;.</p>
<p>Come sempre, se ognuno facesse il suo lavoro, andrebbe tutto liscio: separazione netta e <em>palesata</em> dei contenuti pubblicitari da quelli giornalistici, il direttore che controlla, il cdr che osserva e riferisce. Presupponendo peraltro un ruolo del tutto estraneo dell&#8217;editore in questo meccanismo.<br />
Come <a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/">scrive Pino Rea</a> tornando alla relazione, tuttavia, &#8220;il sondaggio conferma prima di tutto il sospetto di una sorta di &#8216;doppiezza&#8217; fra livello teorico e realtà dei fatti e fa emergere l’urgenza del problema della possibile influenza degli inserzionisti (o dei soggetti di &#8216;riferimento&#8217;) sulla linea delle testate&#8221;.</p>
<p>Dunque, che posizione prendere. L&#8217;unica netta che si possa tenere è quella deontologica, evitando di essere ingenui. Le cose non funzionano mai in modo categorico, anche se le regole sono l&#8217;unico limite che possa tenere insieme una macchina tanto complessa come quella della pubblicità, ormai unica ancora di salvezza dei giornali.  Che tutto questo debba passare in primis dall&#8217;etica professionale è evidente. Succede già ogni giorno, decine di volte, con il lavoro d&#8217;informazione che si svolge. Ognuno sceglie come raccontare le cose, stabilendo chi scontentare o chi favorire: o  nessuna delle due. Figuriamoci se non si pongono la domanda &#8220;ai piani alti&#8221;.</p>
<p>Come sempre, credo che l&#8217;unica onestà vera che si debba perseguire, è quella nei confronti dei lettori. E&#8217; impossibile evitare le ingerenze di chi paga. Mica solo nel giornalismo.<br />
<span style="text-decoration: underline;">La soluzione è mettere in condizioni chi legge, ascolta, o vede, di capire cosa sta succedendo</span>. Palesandolo nel modo più chiaro possibile il punto di partenza. Utopia? Forse. Ma credo che un&#8217;onestà di intenti premi sempre. Se io so con chi ho a che fare, non è detto che non legga, anzi. Lo farò con interesse, e facendo la tara. Magari sarò pure d&#8217;accordo.</p>
<p>Provo ad essere più chiara facendo un esempio che c&#8217;entra meno con il giornalismo tradizionale. Mettiamo che qualcuno mi invii un prodotto da recensire sul mio blog. Benissimo. Io ho il prodotto, e magari mi piace anche. Che faccio? Scrivo un post dicendo che da quando ho comprato quell&#8217;oggetto la mia vita è migliorata? Sarebbe scorretto. Preferisco dire subito che quel prodotto mi è arrivato con una richiesta, e che io sto assolvendo il compito. A quel punto metterò chi legge in condizioni di valutare le mie parole, siano essere positive e negative.<br />
Questo si dovrebbe fare. <span style="text-decoration: underline;">Essere chiari. Che non significa non prendere posizioni, ma al contrario palesarle</span>. Citare, rimandare a, far capire che ciò che si sta facendo è condizionato da qualcos&#8217;altro. Impopolare? Sì, ma sulla lunga distanza premia.</p>
<p>Alle persone non vanno fornite verità, ma strumenti.</p>
<p>Più il lettore si fida, più pubblico darà al giornale, e più sarà papabile per un inserzionista.<br />
Una questione che mi ha incuriosito è quella che confuta una mia tesi. Venendo da esperienze nelle free press, so quanto conti la pubblicità. Eppure di linee editoriali guidate dagli interessi pubblicitari non ne ho viste (anzi, è capitato di trovare pubblicità che &#8220;cozzavano&#8221; con l&#8217;articolo della stessa pagina). Qualche segnalazione, al massimo. Ma linee editoriali imposte, mai. Forse, mi sono detta, è per via del fatto che mancano investitori così potenti da esercitare chissà quale pressione. Voglio dire: se un giornale invece che 3 investori &#8220;big&#8221;, ne ha 100 tra cui la casa del rasoio di Fucecchio o il negozio di scarpe sulla Cassia, forse è più facile che non subisca diktat.</p>
<p>Quello che leggo e sento, mi spiega però il contrario. Torno a Morello: &#8220;E&#8217; da dire peraltro che si tratta di una tendenza che non tocca le grandi imprese di comunicazione pubblicitaria (le quali hanno sempre possibilità di acquisto diretto di pagine intere, talora con tecniche grafiche e fotografiche di grande pregio ed efficacia), ma fa leva, quasi sempre, su soggetti economici emergenti di piccole e medie dimensioni&#8221;.</p>
<p>Mentre questa questione resta aperta &#8211; e mi piacerebbe approfondirla con chi ha maggiori risposte in merito &#8211; traggo le mie conclusioni sul resto. La deontologia sui confini tra pubblicità e informazione ci sono, e sono sufficienti. Si può ragionare su un ampliamento degli stessi, tenendo conto della sempre maggiore rilevanza dell&#8217;on line, ma non credo che vadano riviste da zero le linee guida. Non è un semplicistico rimando al buon senso di ognuno, quanto la presa di coscienza che i modi per evadere le regole ci sono, e si rinnovano insieme ai nuovi steccati. I fattori in gioco sono così tanti, che mettere un controllore per ognuno creerebbe solo più confusione.<br />
Se serve una nuova imposizione, è la chiarezza. Di intenti, di mire. Non bisogna vietare alle cose di fare il loro corso (la commistione di linguaggi è sempre più evidente), ma spiegare perché quel nuovo corso ha senso e vita.<br />
A rischio di essere impopolari. Non serve fare i paladini. E&#8217; molto più onesto spiegare perché non lo si è.</p>
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		<title>Muro del Canto: il romanesco che non senti in tv (Extended version)</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 20:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quel che si dice “fare di necessità virtù”. Daniele Coccia, già voce dei Surgery, era alle prese con un pezzo che proprio non riusciva ad arrangiare come avrebbe voluto. L’unica formazione con la quale è nata una versione convincente è stata quella con Alessandro Pieravanti, Ludovico Lamarra, Eric Caldironi, Giancarlo Barbati, Alessandro Marinelli. A quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/murodelcanto_fotoufficiale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1394" title="murodelcanto_intervista" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/murodelcanto_fotoufficiale-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Quel che si dice “fare di necessità virtù”. Daniele Coccia, già voce dei Surgery, era alle prese con un pezzo che proprio non riusciva ad arrangiare come avrebbe voluto. L’unica formazione con la quale è nata una versione convincente è stata quella con Alessandro Pieravanti, Ludovico Lamarra, Eric Caldironi, Giancarlo Barbati, Alessandro Marinelli.<br />
A quel punto, la lampadina si è accesa: perché non sfruttare le capacità del gruppo? Ed ecco fatti i “Muro del Canto”, che dopo  singolo ed ep arrivano allo scoglio del primo album  intitolato “L’ammazzasette” (Goodfellas), che sarà presentato sabato 14 gennaio all’Init di Roma per poi partire in tournée.<br />
<strong>Non proprio una band costruita a tavolino, diciamo.</strong><br />
Ci siamo accorti che funzionava e abbiamo preso la palla al balzo.<br />
<strong>Folk rock popolare, cantato in romanesco: perché funziona? </strong><br />
Io credo che a Roma ci sia attenzione perché dopo i grandi nomi del passato come Gabriella Ferri e Lando Fiorini, c’è stato un vuoto totale.<br />
<strong>A riempirlo però ci sono già <a href="http://diparipasso.com/2011/01/13/ardecore-anche-il-rock-e-musica-popolare/">Ardecore</a> e <a href="http://diparipasso.com/?s=mannarino">Mannarino</a> per gli inediti, l’Orchestraccia per la tradizione&#8230;</strong><br />
Io ho scelto il romano perché è l’approccio immediato alla scrittura che ho, quello che riesce a farmi esprimere al cento per cento. Se dovessi fare quest’intervista in italiano, pe’ fa ’n esempio, avrei delle difficoltà.<br />
<strong>Ma no, c’è di peggio. E comunque premia anche il dialetto stretto: Sud Sound System, Van De Sfroos.</strong><br />
Sì, nel secondo ci vedo pure un intento un po’ politico&#8230; ma lasciamo perdere. Il romano bene o male riesci a portarlo ovunque, anche se ormai tra televisione, radio e cabaret se ne fa un uso sbagliato.<br />
<strong>Quello un po’ coatto&#8230; E a chi vi ispirate voi, invece? Gioacchino Belli?</strong><br />
Lui è troppo importante. Un richiamo  chiaro è nel titolo del brano “Chi Mistica Mastica”, ma per il resto tutta la poesia del ’900 è fondamentale: italiana, americana&#8230; Il romano è solo un linguaggio. Parliamo di qualsiasi metropoli, con il rapporto di odio/amore che ha chiunque viva in una città difficile.<br />
<strong>A questo punto chiariamo anche che non è necessario definire “pasoliniano” qualsiasi ragionamento  inerente le difficoltà della  capitale, per favore.</strong><br />
Ma sì! Anche perché la Roma pasoliniana è sparita. Lui dipingeva una realtà della borgata che non esiste più. La periferia di oggi non credo offra grandi spunti.<br />
<strong>Grazie. E il progetto video? </strong><br />
Per la regia di Carlo Roberti usciranno una serie di video-film nei quali si articoleranno  storie che avranno per protagonisti sempre gli stessi personaggi. Sono già stati presentati nel primo videoclip “La spina”.</p>
<p>(DNews, 11.01.2012)</p>
<p><strong>&#8220;BONUS TRACK&#8221;</strong></p>
<p>A margine di questo articolo, una considerazione e un consiglio. La  considerazione &#8211; che mi piacerebbe si articolasse con chi legge &#8211; è che  la risposta sulla composizione in romanesco mi ha fatto venire in mente  quella &#8211; quasi identica &#8211; esposta da <a href="../2011/03/15/mannarino-e-la-pancia-a-farmi-cantare-in-romanesco/">Mannarino in questa intervista</a>. Sull&#8217;&#8221;esportabilità&#8221; del dialetto invece avevo ragionato con <a href="../2011/05/19/sud-sound-system-ecco-i-nostri-primi-ventanni/">Nando Popu dei Sud Sound System</a>,  band mai ostacolata dalla scrittura in salentino stretto. Anzi, son  vent&#8217;anni che portano il loro reggae allegramente in giro. Nello  specifico, i Sud io li capisco anche, ma se penso ad altre composizioni  in un dialetto che non mi è familiare, mi rendo conto di avvertirlo come  un limite. Eppure anche <a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/spettacoli/2011/7-aprile-2011/van-de-sfroos-canzoni-baule-190390787763.shtml">Van De Sfroos</a>,  intervistato per il Corriere Fiorentino, mi ha smentito su tutta la  linea: &#8220;E&#8217; sempre stato un acceleratore, più che un freno a mano. La  gente lo  percepisce come un qualcosa di esotico e se avvertono il sound  genuino e  lo vogliono, fanno propria una canzone comunque. Dopo tutto  quando è  arrivato Bregovic mica ci siamo posti il problema! Che poi lo  stesso  discorso vale per i Metallica o gli U2: non è mica vero che  conosciamo  tutti i testi! E&#8217; una questione che ha a che fare anche la  credibilità&#8221;.</p>
<p>Il consiglio è il brano &#8220;San Lorenzo&#8221; dell&#8217;album &#8220;L&#8217;ammazzasette&#8221;, di cui sopra.</p>
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		<title>Le cose che</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 19:19:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le cose che non vuoi le vedi prima degli altri. Perché la paura fa guardare avanti, non indietro. Quelle cose lì le nascondi, le schiacci come i piumoni messi via per il cambio di stagione, le spingi sul fondo di una borsa e quando saltano fuori  dopo mesi dici: &#8220;No no, ma questa non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #333333;">Le cose che non vuoi le vedi prima degli altri. Perché la paura fa guardare avanti, non indietro.<br />
Quelle cose lì le nascondi, le schiacci come i piumoni messi via per il  cambio di stagione, le spingi sul fondo di una borsa e quando saltano  fuori  dopo mesi dici: &#8220;No no, ma questa non è mica roba mia e chissà  qui come ci è finita no-no-no&#8221;.<br />
Ti torturano i pensieri e così tu poi  ti torturi-le-mani-apri-e-chiudi-  le-penne-serri-i-denti-stropicci-il-cuscino-getti-le-cose-sbatti  le-porte-e-i-telefoni-alzi-il-volume-stringi-i-pugni-urli-nella-cornetta-trattieni-la-nausea-mordi.  Mordi forte il labbro inferiore. Nella lotta rabbiosa per la difesa,  nel tentativo di oppore loro una qualche resistenza.<br />
Fin quando non sanguinano: i tuoi pensieri, e il tuo labbro inferiore.</span></p>
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		<title>&#8220;Year in Hashtag&#8221;, quello che i giornali non sanno della rete</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 16:27:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul ruolo della rete nell’informazione, il citizen journalism, la cronaca attraverso i social network sites, si legge di tutto. Poi, in mezzo a discussioni-fuffa e  progetti-farsa, salta fuori qualcosa di estremamente chiaro ed efficace: “Year In Hashtag” (yearinhashtag.com) è un archivio delle notizie dell’anno che sta per finire. Non una semplice raccolta, ma  la selezione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/year.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1372" title="year" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/year-300x132.jpg" alt="" width="300" height="132" /></a>Sul ruolo della rete nell’informazione, il citizen journalism, la cronaca attraverso i social network sites, si legge di tutto. Poi, in mezzo a discussioni-fuffa e  progetti-farsa, salta fuori qualcosa di estremamente chiaro ed efficace: <a href="http://yearinhashtag.com/">“Year In Hashtag”</a> (yearinhashtag.com) è un archivio delle notizie dell’anno che sta per finire. Non una semplice raccolta, ma  la selezione, come spiega l’ideatrice Claudia Vago (@tigella) «delle notizie che sono arrivate prima dalla rete,     o che su internet sono state affrontate in un modo specifico, un taglio particolare». <span id="more-1371"></span></p>
<p>Per questo, divisi per Paesi e mesi,  si trovano i contenuti riguardanti della cattura di Gheddafi (#Gaddafi), la morte di Steve Jobs (#iSad), l’occupazione di Wall Street (#OccupyWallStreet), il matrimonio di William e Kate (#Royalwedding), la “giornata della collera” in Libia (#feb17),  le dimissioni di Silvio Berlusconi (#aeiouy &#8211; dalla canzone “disco samba”). L’hashtag (#) al fianco di una parola, serve a rintracciare tutti i contenuti pubblicati su uno stesso argomento in rete. Ogni notizia sul sito è corredata da un testo che illustra il materiale raccolto sulle varie piattaforme, con foto e video da Luca Alagna (@ezekiel), Marina Petrillo (@alaskaRP), Maximiliano Bianchi (@strelnik) e Mehdi Tekaya (@mehditek): «Abbiamo scelto immagini da Flickr, qualcosa da G+ e anche Facebook, per quanto la ricerca lì sia più difficoltosa» continua la Vago. Tutto nato dalla condivisione delle informazioni in rete. E la verifica delle fonti? «Non è sempre facile. Dalla Siria ad esempio escono molti video, ma per verificarne la veridicità seguiamo Ahmed, che per la Npr si occupa di questo».</p>
<p>A questo articolo che ho scritto per DNews, aggiungo qualche considerazione ancora più personale. Nel corso della breve chiamata per qualche informazione in più, Claudia mi spiegava che aveva ricevuto molti complimenti per la passione che traspariva da questo progetto: &#8220;Se fosse stato fatto come lavoro in una redazione, non sarebbe venuto fuori uguale&#8221;.<br />
Credo che sia vero. Il fatto è che il progetto affianca la notizia al racconto della notizia stessa. Dà la reale misura di come la rete &#8211; attraverso i suoi protagonisti più autorevoli, e non solo  -  costruisce, apprende, rilancia e commenta i fatti di cronaca, dal costume alla politica. Questo rende finalmente protagonista &#8220;la rete&#8221;, quella che di solito viene solo citata per riempire i tagli bassi e le spallette dei quotidiani (sì, scusate, questa è una mia fissa).<br />
Ufficializza l&#8217;hashtag come strumento di ricerca, e chi non lo conosce sarà quantomeno costretto, leggendo il titolo o l&#8217;url, a chiedersi cosa sia (perché mica crederete che sia scontato, vero?). E&#8217; un lavoro della rete, che non serve però solo alla rete. Va nella direzione opposta all&#8217;autoreferenza diffusa in più ambiti, giornalismo incluso.</p>
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