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	<title>Diparipasso &#187; Senza categoria</title>
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	<description>Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti</description>
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		<title>Social media e giornalismo: chi si fida, chi li snobba, e chi ci prova davvero</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 19:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Come scrivevo in &#8220;Ma in fondo, che tweetimporta?&#8221; i media italiani stanno attingendo a piene mani dal social network più in voga del momento, ma questo non ha modificato le loro abitudini di interazione. O meglio, di non interazione. Parte del mio ragionamento trova conferma nei dati che ho appena ricevuto da Lewis Pr. L&#8217;agenzia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come scrivevo in <a href="http://diparipasso.com/2011/11/30/ma-in-fondo-che-tweetimporta/">&#8220;Ma in fondo, che tweetimporta?&#8221;</a> i media italiani stanno attingendo a piene mani dal social network più in voga del momento, ma questo non ha modificato le loro abitudini di interazione. O meglio, di non interazione.<br />
Parte del mio ragionamento trova conferma nei dati che ho appena ricevuto da <a href="http://www.lewiswire.com/">Lewis Pr</a>. L&#8217;agenzia di comunicazione è andata, come si suol dire, dritta alla fonte, chiedendo ai giornalisti (200) che uso facciano dei social media.<br />
Per capire su che terreno ci muoviamo, i dati sulla presenza online degli intervistati: l’83%  è  su Facebook, il 70% su LinkedIn, e  il 69% su Twitter.   Il 9%, invece, proprio da nessuna parte.</p>
<p>Bene: i giornalisti (del campione) praticano social network site e bazzicano in rete, ma si fidano? &#8220;Il 38% attribuisce ai Social Media il ruolo di fonte di informazione, da utilizzare unitamente a tutte le altre. Il 25% si serve dei vari post per confrontare i diversi punti di vista, mentre il 24%non li tiene nemmeno in considerazione&#8221;.<span id="more-1366"></span></p>
<p>L’11% attinge dettagli e ricami per “farcire” le proprie storie  (uso che a mio avviso va ben oltre l&#8217;11%). Sono fonte primaria solo per il 2% degli intervistati (e figuriamoci).<br />
E poi, dove casca l&#8217;asino: più della metà degli intervistati (51%) considera i social molto importanti per la diffusione, <em>ma solo se affiancati a una veicolazione più tradizionale come quella della stampa</em>. Per il 14% non sono proprio degni di rientrare a pieno titolo del mondo dell&#8217;informazione mentre il 29% non riesce più a farne a meno: questi strumenti sono diventati imprescindibili perché consentono un&#8217;interazione tra i lettori, che avrebbero abbandonato il ruolo passivo a vantaggio del coinvolgimento.<br />
Coinvolgimento. Già. Questo è quello che dicono di fare alcuni dei singoli giornalisti. E nemmeno tutti: il 19% ritiene i social media luoghi inadatti allo sviluppo di dibattiti &#8220;di un certo livello&#8221; (e, attenzione, il 50% si rifiuta di condividere in rete i propri scritti).</p>
<p>Se quindi per i colleghi qualche speranza rimane, per le testate pare proprio di no.<br />
I profili Twitter delle testate nazionali, ad esempio, sono quasi sempre feed. Ogni tweet non è altro che un rimando all&#8217;articolo o alla notizia pubblicati altrove.</p>
<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/rep_bari.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1367" title="rep_bari" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/rep_bari-220x300.png" alt="" width="220" height="300" /></a>Nessuna interazione, nessun contatto con l&#8217;interno. E dire che qualcuno ci prova, ad avviare delle discussioni (che vista la conformazione del sn specifico, potrebbero anche essere brevi). Esempio lo screenshot qui a lato. Repubblica Bari linka un pezzo, e uno dei soggetti coinvolti, l&#8217;assessore regionale, risponde.  Morta lì.</p>
<p>Ora, dato che le risposte non arrivano per nessuno, bene che non sia arrivata nemmeno per il politico (della serie &#8220;la legge di Twitter-feed è uguale per tutti&#8221;), ma era un&#8217;occasione come un&#8217;altra.</p>
<p>Corriere Cinema (@corriere_cinema) ci va pesante con i retweet (ma son quelli di Maria Teresa Veneziani che si occupa per la testata &#8211; come da descrizione &#8211; di società e costume), però a differenza di molti  usa gli hashtag. Per il resto, i favorites non esistono, di mentions nemmeno a pagarne, e via così.<br />
Certo, per seguire un profilo ufficiale servirebbe del personale specifico e regole ben precise (la comunicazione ufficiale online, quando diventa interazione, è una bella gatta da pelare e le aziende lo sanno da parecchio). Resta tuttavia un peccato che il giornalismo, che da anni si arrovella sul citizen journalism, sia il primo ad usare un mezzo fertile come Twitter, senza di fatto usarlo. L&#8217;ennesima vetrina, utile per la sua immediata e comoda fruizione, ma senza alcuno spazio per la scoperta.</p>
<p>Ma attenzione, perché qualcuno ci ha provato con successo. E&#8217; il <a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/">Corriere Fiorentino</a> (@corrierefirenze). Per dovere di cronaca premetto che collaboro con la testata in questione, ovvero la costola locale del Corriere della Sera, e che forse proprio per questo mi sono iscritta al profilo Twitter per  poi mettermi &#8220;in ascolto&#8221; (critico). All&#8217;inizio, calma piatta. Solito meccanismo di cui parlavo sopra. Feed su feed, e via andare. Con la difficoltà ulteriore di essere una testata locale, quindi priva di quell&#8217;appeal che possono avere quelle nazionali (su questo torno più tardi).</p>
<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/corrierefiorentino.png"><img class="alignright size-medium wp-image-1444" title="corrierefiorentino" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/corrierefiorentino-300x275.png" alt="" width="300" height="275" /></a>Ad un certo punto però qualcosa è cambiato. Ho cominciato a vedere tweet che erano veri tweet. Hashtag, linguaggio secco &#8211; che spesso lasciava vedere chiaramente la fretta della diretta &#8211;  repliche, foto. Manifestazione degli studenti, consiglio comunale sulla neve (17 dic 2010) e poi ancora gli eventoni Renziani alla Leopolda. Pitti Uomo, di recente. Poi, il banco di prova decisivo e difficile: la tragedia all&#8217;Isola del Giglio. La nave Concordia affonda e comincia la cronaca via Twitter. Tanto serrata da portare qualche lettore a dire &#8220;oh, adesso defollowo, perché basta&#8221;. Eppure funziona. Finalmente un profilo ufficiale &#8220;si sporca le mani&#8221;, entra a pieno nella logica d&#8217;uso del mezzo. E se ne assume la responsabilità: non sei su carta, non hai 8 ore di desk per ribattere all&#8217;ultimo momento la versione giusta, l&#8217;ultima dichiarazione o smentita. Sei in mezzo, con una bella scritta sulla testa che dice che tu sei un organo ufficiale d&#8217;informazione. Ogni volta che parte il live blogging sul sito viene segnalata la &#8220;diretta twitter&#8221;.<br />
Una ricerca che vada oltre il contributo inviato, che richiede tempo e verifica e la costruzione di qualcosa di nuovo. Perché se qualcuno i giornalisti non li manda più &#8220;sul campo&#8221;, o &#8220;per strada&#8221;, evidentemente nemmeno su Twitter.</p>
<p>E finalmente direi. Se questo atteggiamento diventasse buona prassi di ogni testata (non dico per tutto, perché sarebbe impossibile, ma almeno per qualche caso speciale), forse si riuscirebbe a scardinare il meccanismo per cui la reputazione &#8220;social&#8221; delle testate dipende ancora da quella che si sono guadagnate offline.</p>
<p>L&#8217;Osservatorio New Media &amp; New Internet della School of Management del Politecnico di Milano ha fotografato la presenza su Twitter di molte testate italiane, da Italia Oggi a Il Piccolo, da Il Gazzettino a Europa, passando per i soliti noti. La tabella a disposizione registra il periodo che va dal 15 ottobre al 15 novembre 2011.</p>
<p>Volendo fare una breve classifica La Repubblica online (@repubblicait) vince a man bassa (l&#8217;unica che ha il buon gusto di ammettere nella descrizione profilo &#8220;Il <span style="text-decoration: underline;">twitter feed</span> ufficiale delle notizie di repubblica.it&#8221;). 197.546 followers (&gt;269.246 mentre scrivo) seguita da Il Fatto Quotidiano (@fattoquotidiano) con 165.896  (&gt;217.861). Bronzo per la Gazzetta dello Sport (@Gazzetta_it) 131.271 (&gt;210.833).</p>
<p>Sono numeri che sembrano confermare il successo dei diversi presidi online (e di certo ne attestano la giustificata popolarità ) ma difficilmente sono da interpretare come il risultato di un corretto uso di tecnologie e linguaggi della rete. Il seguito che queste testate si sono conquistati online è  figlio di una credibilità conquistata altrove. Facile quindi immaginare quali risultati potrebbero ottenere se riuscissero a fare il &#8220;grande passo&#8221;  entrando realmente nella conversazione dei social media, facendone proprie regole e dinamiche.<br />
Il giornalismo ne trarrebbe benefici, i lettori pure.</p>
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		<title>Pubblicità e informazione: in Media stat veritas (volendo)</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 17:33:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[art 44 contratto nazionale giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe morello]]></category>
		<category><![CDATA[ordine giornalisti]]></category>
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		<category><![CDATA[pubblicità redazionale]]></category>
		<category><![CDATA[qualità dell'informazione e pubblicità]]></category>

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		<description><![CDATA[Dire che la pubblicità non influisce sulla linea editoriale di un giornale è come dire che ad agosto è impossibile girare in bermuda. Negare l&#8217;evidenza mi pare eccessivo. Sostenere che la linea editoriale di un giornale sia totalmente dettata dagli inserzionisti, per contro,  è come ridurre le nostre testate nazionali, grandi e piccole, a un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dire che la pubblicità non influisce sulla linea editoriale di un giornale è come dire che ad agosto è impossibile girare in bermuda. Negare l&#8217;evidenza mi pare eccessivo.<br />
Sostenere che la linea editoriale di un giornale sia totalmente dettata dagli inserzionisti, per contro,  è come ridurre le nostre testate nazionali, grandi e piccole, a un volantino delle offerte del supermercato recapitate nella buca delle lettere (con tutto il rispetto, sono un&#8217;altra cosa).<br />
Il campione intervistato per conto dell&#8217;Ordine dei Giornalisti in collaborazione con il gruppo di lavoro del Consiglio nazionale <a href="http://qualinfo.it/chi-siamo/">“Qualità dell’informazione e pubblicità”</a> coordinato da Pino Rea, si è spaccato in due, come illustra <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2012/01/21/per-un-giornalista-su-due-la-pubblicita-condiziona-la-linea-editoriale/">Giovanni Boccia Artieri</a>. C&#8217;è un 4% di incerti che mi auguro non abbiano sospeso il giudizio, ma siano rimasti in mezzo dopo aver valutato l&#8217;enorme complessità del tema.</p>
<p>Letto il post, ho girato la testa: sulla libreria i manuali del Centro di Documentazione Giornalistica, quelli da studiare per affrontare l&#8217;esame per accedere all&#8217;albo dei Professionisti.  Nel volume &#8220;I doveri del giornalista&#8221;, ho ritrovato il capitolo a cura di Giuseppe Morello intitolato &#8220;Informazione e pubblicità&#8221;: &#8220;E&#8217; stato giustamente rilevato che il &#8216;rapporto tra informazione e pubblicità &#8211; un rapporto difficile  - è uno dei principali problemi della professione giornalistica&#8221;.  Ecco, tanto per cominciare.</p>
<p><span id="more-1432"></span></p>
<p>Vengono citate almeno 8 fonti deontologiche diverse che fanno riferimento al tema specifico: &#8220;il Protocollo di intesa su informazione e pubblicità, il Contratto Nazionale del Lavoro Giornalistico (art. 44), gli statuti de &#8220;Il Sole 24 Ore&#8221;, &#8220;Corriere della Sera&#8221;, &#8220;La Repubblica&#8221; e dei giornalisti Rai, il Codice di comportamento dei giornalisti turistici&#8221;, la &#8220;Carta dei doveri dei giornalisti italiani&#8221;.</p>
<p>A questo punto riprendo in mano il Contratto Nazionale (quello in vigore fino a marzo 2013) e riporto l&#8217;<span style="text-decoration: underline;">art.44</span>, che mi pare costituisca il quadro più netto di riferimento: &#8220;Allo scopo di tutelare il diritto del pubblico a ricevere una corretta <strong>informazione, distinta e distinguibile dal messaggio pubblicitario</strong> e non lesiva degli interessi dei singoli, i messaggi pubblicitari devono essere chiaramente individuabili come tali e quindi distinti, anche attraverso apposta indicazione, dai testi giornalistici.<br />
Gli articoli elaborati dal giornalista nell&#8217;ambito della normale attività redazionale non possono essere utilizzati come materiale publicitario.<br />
I testi elaborati dai giornalisti collaboratori dipendenti da uffici stampa o di pubbliche relazioni devono essere pubblicati facendo seguire alla firma l&#8217;indicazione dell&#8217;organizzazione a cui l&#8217;autore del testo è addetto quanto trattino argomenti riferiti all&#8217;attività principale dell&#8217;interessato.<br />
<strong>I direttori</strong> nell&#8217;esercizio dei poteri previsti dall&#8217;art. 6, e considerate le peculiarità delle singole testate, <strong>sono garanti</strong> della correttezza e della qualità dell&#8217;informazione anche per quanto attiene il rapporto tra testo e pubblicità. A tal fine i direttori ricevono periodicamente i <strong>parare dei comitati di redazione</strong>&#8220;.</p>
<p>Come sempre, se ognuno facesse il suo lavoro, andrebbe tutto liscio: separazione netta e <em>palesata</em> dei contenuti pubblicitari da quelli giornalistici, il direttore che controlla, il cdr che osserva e riferisce. Presupponendo peraltro un ruolo del tutto estraneo dell&#8217;editore in questo meccanismo.<br />
Come <a href="http://qualinfo.it/2012/01/21/la-pubblicita-influenza-la-linea-editoriale-secondo-un-giornalista-su-due-per-il-54-vanno-riviste-le-norme-deontologiche/">scrive Pino Rea</a> tornando alla relazione, tuttavia, &#8220;il sondaggio conferma prima di tutto il sospetto di una sorta di &#8216;doppiezza&#8217; fra livello teorico e realtà dei fatti e fa emergere l’urgenza del problema della possibile influenza degli inserzionisti (o dei soggetti di &#8216;riferimento&#8217;) sulla linea delle testate&#8221;.</p>
<p>Dunque, che posizione prendere. L&#8217;unica netta che si possa tenere è quella deontologica, evitando di essere ingenui. Le cose non funzionano mai in modo categorico, anche se le regole sono l&#8217;unico limite che possa tenere insieme una macchina tanto complessa come quella della pubblicità, ormai unica ancora di salvezza dei giornali.  Che tutto questo debba passare in primis dall&#8217;etica professionale è evidente. Succede già ogni giorno, decine di volte, con il lavoro d&#8217;informazione che si svolge. Ognuno sceglie come raccontare le cose, stabilendo chi scontentare o chi favorire: o  nessuna delle due. Figuriamoci se non si pongono la domanda &#8220;ai piani alti&#8221;.</p>
<p>Come sempre, credo che l&#8217;unica onestà vera che si debba perseguire, è quella nei confronti dei lettori. E&#8217; impossibile evitare le ingerenze di chi paga. Mica solo nel giornalismo.<br />
<span style="text-decoration: underline;">La soluzione è mettere in condizioni chi legge, ascolta, o vede, di capire cosa sta succedendo</span>. Palesandolo nel modo più chiaro possibile il punto di partenza. Utopia? Forse. Ma credo che un&#8217;onestà di intenti premi sempre. Se io so con chi ho a che fare, non è detto che non legga, anzi. Lo farò con interesse, e facendo la tara. Magari sarò pure d&#8217;accordo.</p>
<p>Provo ad essere più chiara facendo un esempio che c&#8217;entra meno con il giornalismo tradizionale. Mettiamo che qualcuno mi invii un prodotto da recensire sul mio blog. Benissimo. Io ho il prodotto, e magari mi piace anche. Che faccio? Scrivo un post dicendo che da quando ho comprato quell&#8217;oggetto la mia vita è migliorata? Sarebbe scorretto. Preferisco dire subito che quel prodotto mi è arrivato con una richiesta, e che io sto assolvendo il compito. A quel punto metterò chi legge in condizioni di valutare le mie parole, siano essere positive e negative.<br />
Questo si dovrebbe fare. <span style="text-decoration: underline;">Essere chiari. Che non significa non prendere posizioni, ma al contrario palesarle</span>. Citare, rimandare a, far capire che ciò che si sta facendo è condizionato da qualcos&#8217;altro. Impopolare? Sì, ma sulla lunga distanza premia.</p>
<p>Alle persone non vanno fornite verità, ma strumenti.</p>
<p>Più il lettore si fida, più pubblico darà al giornale, e più sarà papabile per un inserzionista.<br />
Una questione che mi ha incuriosito è quella che confuta una mia tesi. Venendo da esperienze nelle free press, so quanto conti la pubblicità. Eppure di linee editoriali guidate dagli interessi pubblicitari non ne ho viste (anzi, è capitato di trovare pubblicità che &#8220;cozzavano&#8221; con l&#8217;articolo della stessa pagina). Qualche segnalazione, al massimo. Ma linee editoriali imposte, mai. Forse, mi sono detta, è per via del fatto che mancano investitori così potenti da esercitare chissà quale pressione. Voglio dire: se un giornale invece che 3 investori &#8220;big&#8221;, ne ha 100 tra cui la casa del rasoio di Fucecchio o il negozio di scarpe sulla Cassia, forse è più facile che non subisca diktat.</p>
<p>Quello che leggo e sento, mi spiega però il contrario. Torno a Morello: &#8220;E&#8217; da dire peraltro che si tratta di una tendenza che non tocca le grandi imprese di comunicazione pubblicitaria (le quali hanno sempre possibilità di acquisto diretto di pagine intere, talora con tecniche grafiche e fotografiche di grande pregio ed efficacia), ma fa leva, quasi sempre, su soggetti economici emergenti di piccole e medie dimensioni&#8221;.</p>
<p>Mentre questa questione resta aperta &#8211; e mi piacerebbe approfondirla con chi ha maggiori risposte in merito &#8211; traggo le mie conclusioni sul resto. La deontologia sui confini tra pubblicità e informazione ci sono, e sono sufficienti. Si può ragionare su un ampliamento degli stessi, tenendo conto della sempre maggiore rilevanza dell&#8217;on line, ma non credo che vadano riviste da zero le linee guida. Non è un semplicistico rimando al buon senso di ognuno, quanto la presa di coscienza che i modi per evadere le regole ci sono, e si rinnovano insieme ai nuovi steccati. I fattori in gioco sono così tanti, che mettere un controllore per ognuno creerebbe solo più confusione.<br />
Se serve una nuova imposizione, è la chiarezza. Di intenti, di mire. Non bisogna vietare alle cose di fare il loro corso (la commistione di linguaggi è sempre più evidente), ma spiegare perché quel nuovo corso ha senso e vita.<br />
A rischio di essere impopolari. Non serve fare i paladini. E&#8217; molto più onesto spiegare perché non lo si è.</p>
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		<title>Muro del Canto: il romanesco che non senti in tv (Extended version)</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 20:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Quel che si dice “fare di necessità virtù”. Daniele Coccia, già voce dei Surgery, era alle prese con un pezzo che proprio non riusciva ad arrangiare come avrebbe voluto. L’unica formazione con la quale è nata una versione convincente è stata quella con Alessandro Pieravanti, Ludovico Lamarra, Eric Caldironi, Giancarlo Barbati, Alessandro Marinelli. A quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/murodelcanto_fotoufficiale.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1394" title="murodelcanto_intervista" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2012/01/murodelcanto_fotoufficiale-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>Quel che si dice “fare di necessità virtù”. Daniele Coccia, già voce dei Surgery, era alle prese con un pezzo che proprio non riusciva ad arrangiare come avrebbe voluto. L’unica formazione con la quale è nata una versione convincente è stata quella con Alessandro Pieravanti, Ludovico Lamarra, Eric Caldironi, Giancarlo Barbati, Alessandro Marinelli.<br />
A quel punto, la lampadina si è accesa: perché non sfruttare le capacità del gruppo? Ed ecco fatti i “Muro del Canto”, che dopo  singolo ed ep arrivano allo scoglio del primo album  intitolato “L’ammazzasette” (Goodfellas), che sarà presentato sabato 14 gennaio all’Init di Roma per poi partire in tournée.<br />
<strong>Non proprio una band costruita a tavolino, diciamo.</strong><br />
Ci siamo accorti che funzionava e abbiamo preso la palla al balzo.<br />
<strong>Folk rock popolare, cantato in romanesco: perché funziona? </strong><br />
Io credo che a Roma ci sia attenzione perché dopo i grandi nomi del passato come Gabriella Ferri e Lando Fiorini, c’è stato un vuoto totale.<br />
<strong>A riempirlo però ci sono già <a href="http://diparipasso.com/2011/01/13/ardecore-anche-il-rock-e-musica-popolare/">Ardecore</a> e <a href="http://diparipasso.com/?s=mannarino">Mannarino</a> per gli inediti, l’Orchestraccia per la tradizione&#8230;</strong><br />
Io ho scelto il romano perché è l’approccio immediato alla scrittura che ho, quello che riesce a farmi esprimere al cento per cento. Se dovessi fare quest’intervista in italiano, pe’ fa ’n esempio, avrei delle difficoltà.<br />
<strong>Ma no, c’è di peggio. E comunque premia anche il dialetto stretto: Sud Sound System, Van De Sfroos.</strong><br />
Sì, nel secondo ci vedo pure un intento un po’ politico&#8230; ma lasciamo perdere. Il romano bene o male riesci a portarlo ovunque, anche se ormai tra televisione, radio e cabaret se ne fa un uso sbagliato.<br />
<strong>Quello un po’ coatto&#8230; E a chi vi ispirate voi, invece? Gioacchino Belli?</strong><br />
Lui è troppo importante. Un richiamo  chiaro è nel titolo del brano “Chi Mistica Mastica”, ma per il resto tutta la poesia del ’900 è fondamentale: italiana, americana&#8230; Il romano è solo un linguaggio. Parliamo di qualsiasi metropoli, con il rapporto di odio/amore che ha chiunque viva in una città difficile.<br />
<strong>A questo punto chiariamo anche che non è necessario definire “pasoliniano” qualsiasi ragionamento  inerente le difficoltà della  capitale, per favore.</strong><br />
Ma sì! Anche perché la Roma pasoliniana è sparita. Lui dipingeva una realtà della borgata che non esiste più. La periferia di oggi non credo offra grandi spunti.<br />
<strong>Grazie. E il progetto video? </strong><br />
Per la regia di Carlo Roberti usciranno una serie di video-film nei quali si articoleranno  storie che avranno per protagonisti sempre gli stessi personaggi. Sono già stati presentati nel primo videoclip “La spina”.</p>
<p>(DNews, 11.01.2012)</p>
<p><strong>&#8220;BONUS TRACK&#8221;</strong></p>
<p>A margine di questo articolo, una considerazione e un consiglio. La  considerazione &#8211; che mi piacerebbe si articolasse con chi legge &#8211; è che  la risposta sulla composizione in romanesco mi ha fatto venire in mente  quella &#8211; quasi identica &#8211; esposta da <a href="../2011/03/15/mannarino-e-la-pancia-a-farmi-cantare-in-romanesco/">Mannarino in questa intervista</a>. Sull&#8217;&#8221;esportabilità&#8221; del dialetto invece avevo ragionato con <a href="../2011/05/19/sud-sound-system-ecco-i-nostri-primi-ventanni/">Nando Popu dei Sud Sound System</a>,  band mai ostacolata dalla scrittura in salentino stretto. Anzi, son  vent&#8217;anni che portano il loro reggae allegramente in giro. Nello  specifico, i Sud io li capisco anche, ma se penso ad altre composizioni  in un dialetto che non mi è familiare, mi rendo conto di avvertirlo come  un limite. Eppure anche <a href="http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/spettacoli/2011/7-aprile-2011/van-de-sfroos-canzoni-baule-190390787763.shtml">Van De Sfroos</a>,  intervistato per il Corriere Fiorentino, mi ha smentito su tutta la  linea: &#8220;E&#8217; sempre stato un acceleratore, più che un freno a mano. La  gente lo  percepisce come un qualcosa di esotico e se avvertono il sound  genuino e  lo vogliono, fanno propria una canzone comunque. Dopo tutto  quando è  arrivato Bregovic mica ci siamo posti il problema! Che poi lo  stesso  discorso vale per i Metallica o gli U2: non è mica vero che  conosciamo  tutti i testi! E&#8217; una questione che ha a che fare anche la  credibilità&#8221;.</p>
<p>Il consiglio è il brano &#8220;San Lorenzo&#8221; dell&#8217;album &#8220;L&#8217;ammazzasette&#8221;, di cui sopra.</p>
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		<title>Le cose che</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Jan 2012 19:19:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le cose che non vuoi le vedi prima degli altri. Perché la paura fa guardare avanti, non indietro. Quelle cose lì le nascondi, le schiacci come i piumoni messi via per il cambio di stagione, le spingi sul fondo di una borsa e quando saltano fuori  dopo mesi dici: &#8220;No no, ma questa non è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #333333;">Le cose che non vuoi le vedi prima degli altri. Perché la paura fa guardare avanti, non indietro.<br />
Quelle cose lì le nascondi, le schiacci come i piumoni messi via per il  cambio di stagione, le spingi sul fondo di una borsa e quando saltano  fuori  dopo mesi dici: &#8220;No no, ma questa non è mica roba mia e chissà  qui come ci è finita no-no-no&#8221;.<br />
Ti torturano i pensieri e così tu poi  ti torturi-le-mani-apri-e-chiudi-  le-penne-serri-i-denti-stropicci-il-cuscino-getti-le-cose-sbatti  le-porte-e-i-telefoni-alzi-il-volume-stringi-i-pugni-urli-nella-cornetta-trattieni-la-nausea-mordi.  Mordi forte il labbro inferiore. Nella lotta rabbiosa per la difesa,  nel tentativo di oppore loro una qualche resistenza.<br />
Fin quando non sanguinano: i tuoi pensieri, e il tuo labbro inferiore.</span></p>
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		<title>&#8220;Year in Hashtag&#8221;, quello che i giornali non sanno della rete</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 16:27:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sul ruolo della rete nell’informazione, il citizen journalism, la cronaca attraverso i social network sites, si legge di tutto. Poi, in mezzo a discussioni-fuffa e  progetti-farsa, salta fuori qualcosa di estremamente chiaro ed efficace: “Year In Hashtag” (yearinhashtag.com) è un archivio delle notizie dell’anno che sta per finire. Non una semplice raccolta, ma  la selezione, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/year.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1372" title="year" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/12/year-300x132.jpg" alt="" width="300" height="132" /></a>Sul ruolo della rete nell’informazione, il citizen journalism, la cronaca attraverso i social network sites, si legge di tutto. Poi, in mezzo a discussioni-fuffa e  progetti-farsa, salta fuori qualcosa di estremamente chiaro ed efficace: <a href="http://yearinhashtag.com/">“Year In Hashtag”</a> (yearinhashtag.com) è un archivio delle notizie dell’anno che sta per finire. Non una semplice raccolta, ma  la selezione, come spiega l’ideatrice Claudia Vago (@tigella) «delle notizie che sono arrivate prima dalla rete,     o che su internet sono state affrontate in un modo specifico, un taglio particolare». <span id="more-1371"></span></p>
<p>Per questo, divisi per Paesi e mesi,  si trovano i contenuti riguardanti della cattura di Gheddafi (#Gaddafi), la morte di Steve Jobs (#iSad), l’occupazione di Wall Street (#OccupyWallStreet), il matrimonio di William e Kate (#Royalwedding), la “giornata della collera” in Libia (#feb17),  le dimissioni di Silvio Berlusconi (#aeiouy &#8211; dalla canzone “disco samba”). L’hashtag (#) al fianco di una parola, serve a rintracciare tutti i contenuti pubblicati su uno stesso argomento in rete. Ogni notizia sul sito è corredata da un testo che illustra il materiale raccolto sulle varie piattaforme, con foto e video da Luca Alagna (@ezekiel), Marina Petrillo (@alaskaRP), Maximiliano Bianchi (@strelnik) e Mehdi Tekaya (@mehditek): «Abbiamo scelto immagini da Flickr, qualcosa da G+ e anche Facebook, per quanto la ricerca lì sia più difficoltosa» continua la Vago. Tutto nato dalla condivisione delle informazioni in rete. E la verifica delle fonti? «Non è sempre facile. Dalla Siria ad esempio escono molti video, ma per verificarne la veridicità seguiamo Ahmed, che per la Npr si occupa di questo».</p>
<p>A questo articolo che ho scritto per DNews, aggiungo qualche considerazione ancora più personale. Nel corso della breve chiamata per qualche informazione in più, Claudia mi spiegava che aveva ricevuto molti complimenti per la passione che traspariva da questo progetto: &#8220;Se fosse stato fatto come lavoro in una redazione, non sarebbe venuto fuori uguale&#8221;.<br />
Credo che sia vero. Il fatto è che il progetto affianca la notizia al racconto della notizia stessa. Dà la reale misura di come la rete &#8211; attraverso i suoi protagonisti più autorevoli, e non solo  -  costruisce, apprende, rilancia e commenta i fatti di cronaca, dal costume alla politica. Questo rende finalmente protagonista &#8220;la rete&#8221;, quella che di solito viene solo citata per riempire i tagli bassi e le spallette dei quotidiani (sì, scusate, questa è una mia fissa).<br />
Ufficializza l&#8217;hashtag come strumento di ricerca, e chi non lo conosce sarà quantomeno costretto, leggendo il titolo o l&#8217;url, a chiedersi cosa sia (perché mica crederete che sia scontato, vero?). E&#8217; un lavoro della rete, che non serve però solo alla rete. Va nella direzione opposta all&#8217;autoreferenza diffusa in più ambiti, giornalismo incluso.</p>
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		<title>Ma in fondo, che tweetimporta?</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 14:50:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il mondo dell&#8217;informazione ama i tormentoni. Segue ciò che reputa innovativo come il pubblico fa con la canzone dell&#8217;estate: per qualche mese, quando va bene parecchi, sembra che non esista altro. Poi, come scade la stagione, arrivederci e grazie. Succede così con le notizie vere e proprie, figuriamoci con ciò che è in grado di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo dell&#8217;informazione ama i tormentoni. Segue ciò che reputa innovativo come il pubblico fa con la canzone dell&#8217;estate: per qualche mese, quando va bene parecchi, sembra che non esista altro. Poi, come scade la stagione, arrivederci e grazie.<br />
Succede così con le notizie vere e proprie, figuriamoci con ciò che è in grado di riempire pagine bianche in nome del teorema &#8220;minimo sforzo&gt;massimo risultato&#8221;.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;"><em><strong>Twitter è il nuovo Facebook d&#8217;Italia. Almeno per i media.</strong></em></span></p>
<p>Sono loro ad usare sempre lo stesso metodo: prima sospettano di ciò che non conoscono, poi appena riescono a capire come lo possono sfruttare, se lo fanno amico spremendolo fino al midollo.</p>
<p><strong>Dacci oggi il nostro titolo quotidiano<br />
</strong>C&#8217;è stato un periodo in cui i commenti alle notizie che giravano in rete passando di blog in blog, o le notizie stesse che <em>incredibilmente (siore e siori) </em>arrivavano proprio dalla rete, si sono meritate degli spazi sui quotidiani cartacei (il titolo-tipo corrispondente era &#8220;IL TAM-TAM DELLA RETE&#8221;).</p>
<p><span id="more-1310"></span></p>
<p>Quando quel processo è stato totalmente metabolizzato  - tanto che i blogger competenti sono diventati  a pieno titolo editorialisti  o  punti di riferimento accreditati -, c&#8217;è stata l&#8217;era-Facebook: e via spalle e tagli bassi fitti-fitti riempiti con i nomi dei tanto famosi &#8220;gruppi&#8221; e &#8220;pagine&#8221; nati sul social network e riferiti a qualsiasi argomento (titolo-tipo: &#8221;E LA RETE SI MOBILITA&#8221;/&#8221;LE REAZIONI DELLA RETE&#8221;/&#8221;IL POPOLO DI FACEBOOK&#8221;).</p>
<p>Da qualche mese è <strong>il turno di Twitter</strong>.<br />
In Italia i pionieri &#8211; parliamo del 2007 &#8211; ci sono arrivati per segnalazione, per osservazione del fenomeno all&#8217;estero e comprensione delle sue potenzialità, oppure, più semplicemente e più tardi, perché attratti dalla definizione  di &#8220;anti Facebook&#8221; (fuorviante, perché non nasce certo come  alternativa per chi non andava d&#8217;accordo con le regole di Zuckerberg). Piano piano è stato scoperto da molte più persone senza tuttavia diventare di &#8220;massa&#8221; come la creatura del genietto rossiccio.</p>
<p>Qualche dato per capire gli ordini di grandezza in cui ci muoviamo li riporto dal post di <a href="http://vincos.it/">Vincenzo Cosenza</a> dell&#8217;ottobre 2010 che ha fatto <a href="http://vincos.it/2010/10/10/quanti-italiani-usano-twitter/">qualche considerazione</a> sui dati snocciolati da Salvo Mizzi: si parla di 1.3 milioni di utenti contro i 16.5 (e rotti) di Facebook.</p>
<p>Attenzione però al nuovo traino: i&#8221;vip&#8221;.  Non solo con la semplice presenza, quanto con un&#8217;attività seria e ragionata, nomi come <a href="http://twitter.com/?iid=am-1618412813221689117922272&amp;nid=23+following_user&amp;uid=514723&amp;utm_content=profile#!/frankiehinrgmc">Frankie Hi-Nrg</a>, <a href="http://twitter.com/?iid=am-1618412813221689117922272&amp;nid=23+following_user&amp;uid=514723&amp;utm_content=profile#!/lorenzojova">Lorenzo Jovanotti</a> e <a href="http://twitter.com/?iid=am-1618412813221689117922272&amp;nid=23+following_user&amp;uid=514723&amp;utm_content=profile#!/sarofiorello">Fiorello</a> (moltiplica followers a un ritmo da far spavento a chi lo fece con pani e pesci) sono in grado di trascinare nel regno dei 140 caratteri anche chi lo ignorava.</p>
<p><strong>Twitter su carta e in  tv. </strong><br />
In tutto ciò, i media si danno da fare. Avevo conservato una foto di un box pubblicato sul Corriere della Sera durante l&#8217;ultima festa del Cinema di Venezia. Prima di pensare questo post, lo avevo fotografato perché mi sembrava che i tweet perdessero tutto il loro senso riportati in quel modo su carta e che sembrassero solo una testimonianza alla &#8220;io c&#8217;ero&#8221;.</p>
<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/11/twitter_corriere21.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1324" title="twitter_corriere2" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/11/twitter_corriere21-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" /></a></p>
<p>Il 23 ottobre, è morto il giovane pilota Marco Simoncelli. Il giorno successivo, invece di riportare i virgolettati di cordoglio &#8211; come forse sarebbe successo ad ogni deskista alle prese con le Ansa di reazione a corredo del pezzo solo qualche tempo prima &#8211; nella testatina comparivano i tweet dei personaggi famosi.</p>
<p>Che Twitter fosse arrivato davvero a tutti me l&#8217;ha fatto intuire anche la rubrica apposita all&#8217;interno del programma Verissimo (sì, quello di sabato pomeriggio su Canale5 condotto dalla Toffanin con l&#8217;onnipresente Signorini e tutto il cucuzzaro).<br />
Nell&#8217;ambito della trasmissione Alvin mostra i tweet più interessanti- la puntata che ho beccato io sullo schermo in studio c&#8217;erano quelli di Britney Spears, Melissa Satta e un&#8217;altra che non rammento.<br />
Ho visto poi che la rubrica era stata annunciata per tempo:</p>
<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/11/alvin.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1326" title="alvin" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/11/alvin-300x183.png" alt="" width="300" height="183" /></a></p>
<p><strong>Cosa resterà, di questi tweet &#8217;80</strong></p>
<p>Twitter di qua, Twitter di là. Che il social network sia diverso in tutto e per tutto da Facebook, è cosa piuttosto nota, per cui evito di dilungarmi. Che il secondo sia usato anche da chi in precedenza non aveva nemmeno una mail, mentre il primo costringa a logiche più web based (o quanto meno &#8220;social-web-based&#8221;), pure.<br />
Nell&#8217;ottica di questo post, le domande sono: quando i media tradizionali si stancheranno di lui? Come operano lì sopra, proprio in quanto media? Quanti dei vip (o degli amici dei vip &#8211; colleghi compresi &#8211; che premono &#8220;reply&#8221; solo per rispondersi tra loro, nel teatrino che fomenta curiosità) resteranno attivi dopo le fasi di promozioni varie? E le grandi firme avranno capito che Twitter non è una vetrina e che per leggere i loro editoriali abbiamo già i quotidiani (quindi o interagiscono,  o verranno dimenticati)? Quanti nuovi utenti stanno seguendo i loro idoli e quanti verranno trascinati nel vortice del retweet?</p>
<p>Parlando di rapporto tra le testate giornalistiche e il loro modo di usare Twitter, gli unici dati che ho trovato riguardano gli Usa, ma sono ben articolati da Lsdi <a href="http://www.lsdi.it/2011/11/18/twitter-per-i-media-mainstream-e-ancora-solo-un-megafono/">qui</a>. Cito: &#8220;Una ricerca appena realizzata dal <a href="http://www.journalism.org/analysis_report/how_mainstream_media_outlets_use_twitter?src=prc-twitter">Pew Research</a> – dice <a href="http://it.ejo.ch/?p=5259">Piero Macrì</a> sull’ Osservatorio europeo di giornalismo (Ejo) – ha accertato che il  93% dei tweet fanno riferimento a contenuti pubblicati sul proprio sito.  I link esterni sono praticamente inesistenti, così come rari sono i  tweet privi di link. La logica con cui si utilizza Twitter è, quindi,  associata indissolubilmente a un contenuto distribuito in prima istanza  attraverso il proprio giornale online&#8221;.</p>
<p>Come volevasi dimostrare.</p>
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		<title>Fiorello, mattatore su Twitter e in tv (il video)</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 12:06:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Probabilmente nella casa del Grande Fratello ieri sera la terra ha tremato. Fiorello con la sua prima puntata de #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend ha registrato 9 milioni 796 mila spettatori con uno share del 39.18 per cento. L&#8217;artista è tornato  in Viale Mazzini  come si suol dire &#8220;col botto&#8221; (il direttore di Rai1 Mazza lo ha definito &#8220;mattatore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Probabilmente nella casa del Grande Fratello ieri sera la terra ha  tremato. Fiorello con <a href="http://diparipasso.com/2011/11/09/stregato-da-twitter-lo-porta-in-tv-il-ritorno-di-fiorello/">la sua prima puntata</a> de  <strong>#ilpiùgrandespettacolodopoilweekend</strong> ha registrato 9 milioni 796 mila  spettatori con uno share del 39.18 per cento.</p>
<p>L&#8217;artista è tornato   in Viale Mazzini  come si suol dire &#8220;col botto&#8221; (il direttore di Rai1  Mazza lo ha definito &#8220;mattatore assoluto&#8221;), anche se la prima rete non è  l&#8217;unica che lo ha acclamato. E&#8217; sul suo amato (dice) web che ha tenuto  banco &#8220;#weS&#8221;, l&#8217;hashtag selezionato per indicare lo show  (il titolo era  troppo lungo per i 140 caratteri di Twitter). Tanto che un altro  artista che il social network lo usa assai bene, Frankie Hi -Nrg,  ha  scritto  &#8221;Dove c&#8217;è @sarofiorello c&#8217;è Twitter&#8221;.</p>
<p>Il suo rapporto con la rete Rosario Fiorello lo ha raccontato ad <a href="http://www.thewebobserver.it/2011/11/15/rosario-fiorello-i-social-network-mi-hanno-reso-piu-forte/">Alessio Jacona </a>in un video che abbiamo realizzato insieme.</p>
<p>Come promesso, eccolo qui:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="315" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/VpXK5KsSbmU?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/v/VpXK5KsSbmU?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Presta e Corradi insieme: la satira e &#8220;il Ruvido&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 10:15:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diletta Parlangeli&#62;Roma Sarà che di materiale su cui fare ironia se ne trova in abbondanza, ma pare proprio che l’Italia stia riscoprendo la satira con entusiasmo. Il nuovo arrivato tra i prodotti editoriali  è “Il Ruvido”.  Creatura di  Roberto Corradi (scrittore, ex “Il Misfatto”) e Marco Presta (“Il ruggito del coniglio”),  sarà in edicola da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/10/1a.jpg"></a><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/10/1a_crop.jpg"><img class="aligncenter size-large wp-image-1244" title="Ruvido1 25ott4_Layout 1" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/10/1a_crop-1024x564.jpg" alt="" width="1024" height="564" /></a></p>
<p>Diletta Parlangeli&gt;Roma<br />
Sarà che di materiale su cui fare ironia se ne trova in abbondanza, ma pare proprio che l’Italia stia riscoprendo la satira con entusiasmo. Il nuovo arrivato tra i prodotti editoriali  è “Il Ruvido”.  Creatura di  <a href="http://www.robertocorradi.com/">Roberto Corradi</a> (scrittore, ex “Il Misfatto”) e Marco Presta (“Il ruggito del coniglio”),  sarà in edicola da sabato prossimo al costo di un euro. Mentre i ragazzi di <a href="http://www.spinoza.it/">Spinoza.it</a> (curato da <a href="http://www.stefanoandreoli.com/">Stefano Andreoli</a> e <a href="http://alessandrobonino.com/">Alessandro Bonino</a>) continuano a padroneggiare sul web, si aggiunge un altro tassello al parterre di riviste e inserti satirici cartacei, ultimi “Il Male” di Vauro e “Il nuovo Male” di Sparagna.<br />
In questo caso però  le nuove sedici pagine, tutte a colori (tranne alcune immagini volutamente in bianco e nero) arrivano senza querelle annesse e connesse e mirano a parlare “della settimana, dei fatti della settimana, ma anche di uomini, di macchine, di gusti di gelati, di favole, di psicanalisi, di arte vista attraverso le somiglianze, di fumetti, di fidanzate cozze da non abbandonare, di pause pranzo tra colleghe, di posta e di oroscopi”, come recita la presentazione.  Partecipano Gianni Fantoni, Bebo Storti, Stefano Ferrante, Daniela Grandi, Stefano Segreto, Alessandro Rossi, Greg, Enrico Vaime e Marco Melloni. Per  immagini e vignette invece ci saranno theHand, Portos, Donald Soffritti e altri ancora. Anteprima della rivista edita da Drimcamtrù Srl questa sera &#8211; 26 ottobre &#8211; a Roma (ingresso gratuito) al Teatro Quirino (Via delle vergini, 7) dalle ore 21 con Marco Presta e Roberto Corradi, Franca Valeri, Enrico Vaime, Ugo Dighero, Gianni Fantoni, Greg, Marco Melloni, Giulio Scarpati, Bebo Storti e tanti altri amici Live della band Greg &amp; i Blues Willies.</p>
<p>(DNews, 26/10/2011)</p>
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		<title>Il potere delle parole è lotta amata: intervista a Frankie Hi-Nrg e Massimiliano Bruno</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 16:39:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="560" height="315" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/WfvfERPYe_Q?version=3&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="315" src="http://www.youtube.com/v/WfvfERPYe_Q?version=3&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p>La &#8220;lotta amata&#8221;, invece che armata: da uno che gioca con le parole da sempre come Frankie Hi-Nrg non ci si poteva aspettare migliore intuizione.<br />
Una speranza pronunciata con la bocca amara, come le tante portate in scena da lui e da Massimiliano Bruno in &#8220;Potere alle Parole&#8221;, fino al 23 ottobre al Teatro Ambra alla Garbatella di Roma. I pezzi storici del rapper riarrangiati in modo magistrale per essere reinterpretati sul palco da Francesco Bruni alla chitarra e Roberto Gatti alle percussioni, si alternano con i monologhi dell&#8217;attore e autore e regista (&#8220;Nessuno mi può giudicare&#8221;).<br />
Questa è l&#8217;intervista realizzata a puro uso e consumo della rete da <a href="http://thewebobserver.com">Alessio Jacona</a> e me. Nel foyer del teatro, mentre la macchina del caffè si scaldava per fare i primi caffè della sera e qualcuno arrivava a ritirare i biglietti comprati online, i due protagonisti hanno raccontato la genesi di questo spettacolo che attinge a piene mani dall&#8217;attualità. O forse dal passato, ché tanto è lo stesso. Così &#8220;Nessuno Tocchi Caino&#8221; fa il paio con un monologo intitolato &#8220;Diaz&#8221; scritto da Bruno, e crea, insieme al pezzo recitato da due attori diversi ogni sera, il pathos necessario a capire che il tutto è accaduto al G8 di Genova, ma poteva essere l&#8217;altro giorno, il 15 ottobre, nella Roma assediata dai Black bloc. E che in fondo &#8220;ci hanno preso in giro e condannati a combattere tra di noi&#8221;</p>
<p>Tranquilli comunque. Bruno appena entra in scena promette che la cosa più di spessore a cui vuole pensare è una robiola. Tiene fede alla promessa con i suoi monologhi: certe volte parecchio (issimo), altre in maniera deliziosa (da incorniciare per una come me il monologo sull&#8217;Aulin).<br />
Frankie dal vivo è notevole (e lo ringrazio anche solo per dimostrare al pubblico che una mimica diversa, nel rap, è possibile).</p>
<p>Le vedrei bene in giro per l&#8217;Italia, queste parole e la loro lotta (amata, ovviamente).</p>
<p><a href="http://www.flickr.com/photos/dilemma/sets/72157627813450747/">Qui le mie foto dello show.</a></p>
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		<title>&#8220;Hanno occupato il Valle, e io il 3d in Italia&#8221; (intervista a Francesco Gasperoni)</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 07:58:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diletta Parlangeli&#62;Roma Milioni su milioni per girare in 3d quando bastavano dei  Lego (sì, la Lego dei mattoncini)  e due webcam. E chi l’avrebbe detto. Di sicuro Francesco Gasperoni, regista del film “Parking Lot”, in sala dal 21  ottobre (prima proiezione il 19 ottobre prossimo a Roma, ore 11, sala 2 del The Space Cinema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/10/PL3D-3demon-Gasperoni.jpg"><img class="alignleft size-large wp-image-1224" title="SONY DSC" src="http://diparipasso.com/wp-content/uploads/2011/10/PL3D-3demon-Gasperoni-682x1024.jpg" alt="" width="298" height="447" /></a> Diletta Parlangeli&gt;Roma<br />
Milioni su milioni per girare in 3d quando bastavano dei  Lego (sì, la Lego dei mattoncini)  e due webcam. E chi l’avrebbe detto. Di sicuro Francesco Gasperoni, regista del film “Parking Lot”, in sala dal 21  ottobre (prima proiezione il 19 ottobre prossimo a Roma, ore 11, sala 2 del The Space Cinema Moderno, piazza Augusto Imperatore).<br />
La protagonista e sceneggiatrice Harriet MacMasters-Green dopo un pomeriggio di compere in un centro commerciale, non riesce più a trovare l’auto nel parcheggio. Nella ricerca si perde ed esausta sviene: questo l’angosciante inizio del thriller psicologico.<br />
<strong>“Il primo film italiano in 3d”: ma non era quello di Ezio Greggio? </strong><br />
Se proprio vogliamo essere precisi, il primo fu un cartone delle Winx, ma stiamo parlando di 3d nativo, girato direttamente in tre dimensioni. Il nostro è il primo in Italia ed è già stato  presentato  a Taormina con pubblico pagante (1500 persone). Credo che non tutti lo sapessero, onestamente.<br />
<strong>Ok. Ora resta  solo la questione “ansia da parcheggio sotteraneo”.</strong><br />
Eheh, ma no. Ogni giorno 3 milioni di persone dimenticano dove hanno lasciato l’auto. A me e alla protagonista è successo  una sera, verso l’ora di chiusura del centro commerciale. Ci siamo detti “senti un po’,  visto che facciamo film e non grattachecche (granite, ndr), perché non penare una storia?”. Lei ha scritto la sceneggiatura ed io ho fatto la macchina.<br />
<strong>Era necessario il 3d?</strong><br />
È come chiedersi se sono obbligatori sonoro e colori. Il tema è questo: al momento è la tecnologia che offre maggior capacità espressiva. Per rispondere alla domanda direttamente: «Sì, ma solo per i bei film»!<br />
<strong>Come ha fatto a realizzarlo low cost?</strong><br />
Volevo spendere di più, ma non ci son riuscito! Sono serviti 400mila euro, ovvero più di dodici volte in meno del 3d più economico girato fin oggi. Sono partito da un’analisi accurata: affittare gli strumenti comportava costi imbarazzanti e per di più le cineprese erano enormi, molto evolute all’interno, ma pesantissime. Mi son detto “oh, ma che è, ’na punizione”?<br />
<strong>E quindi?</strong><br />
Quindi mi sono andato in un negozio, ho comprato un Lego Technic e due webcam e ho costruito il prototipo col saldatore. Poi l’ho brevettato.<br />
<strong>Difficoltà a trovare distribuzione?</strong><br />
I distributori grossi non ci credevano, poi quando siamo arrivati davvero, son rimasti terrorizzati. Sarà in una cinquantina di sale grazie a Microcinema, un network interessante. Vogliamo fare una cosa a tappeto.<br />
<strong>La sento carico. </strong><br />
Sì. È un prodotto a gestione familiare, un “3d off”: abbiamo occupato il 3d come hanno fatto con il  Teatro Valle!</p>
<p>(DNews, 12/10/2011)</p>
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