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	<title>Diparipasso &#187; fotografia</title>
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		<title>Laurea horis causa a Gianni Berengo Gardin, Dnews Milano (05/05/09)</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2009 20:56:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
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		<description><![CDATA[Diletta Parlangeli&#62;Roma Si muove senza troppo clamore, incisivo come il suo bianco e nero. Ha fatto parlare di sè l’ultima volta ad ottobre scorso, quando fu insignito di uno dei più importanti premi fotografici al mondo, il Lucie Awards alla carriera. Per fortuna qualcuno in Italia non solo lo ricorda, ma gli rende merito. Gianni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Diletta Parlangeli&gt;Roma<br />
Si muove senza troppo clamore, incisivo come il suo bianco e nero. Ha fatto parlare di sè l’ultima volta ad ottobre scorso, quando fu insignito di uno dei più importanti premi fotografici al mondo, il Lucie Awards alla carriera. Per fortuna qualcuno in Italia non solo lo ricorda, ma gli rende merito. Gianni Berengo Gardin riceverà, il prossimo 11 maggio alle 16 all’Università degli Studi di Milano una laurea honoris causa in Storia e critica dell’arte. Per chi non lo conoscesse (troppi, purtroppo) le motivazioni che arrivano dall’ateneo, dove riceverà la corona d’alloro dal rettore Enrico Decleva nella sala Napoleonica, sono più che esaustive: «Maestro del neorealismo fotografico, è tra le maggiori  personalità della fotografia internazionale ed è punto di riferimento  fondamentale anche per il mondo della comunicazione visuale». Ha pubblicato oltre 200 libri fotografici e «il suo lavoro è  stato esposto in centinaia di mostre personali che ne hanno celebrato  creatività e straordinario talento» prosegue la nota accademica. Nato a Santa Margherita ligure nel 1930 ha iniziato a scattare foto a 24 anni. Paragonato spesso a Henri Cartier-Bresson,  con cui condivideva, oltre alla famosa agenzia Contrasto, lo stile radicato in una ricerca sociologica che non è mai diventata morbosa, ma ha raccontano i Paesi e cambiamenti con delicata oggettività. Anche se in realtà, la mano del fotografo, oggettiva non lo è mai.  Esordì con un reportage su «Il Mondo» di Mario Pannunzio nel 1954, ma si è occupato di fotografia sociale (del 1968 i suoi servizi che raccontano la vita nei manicomi),  reportage, e indagine ambientale. Senza far mancare  ritratti, baci appassionati, e quei passaggi perfetti nella loro solitudine, come la macchina davanti al mare della Gran Bretagna, del 1977. Fotografare, diceva il collega-alter ego Cartier Bresson, «è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore». Berengo Gardin, su quella linea, è sempre rimasto perfettamente in equilibrio.</p>
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		<title>Lucie Awards per il &#8220;fanatico&#8221; del bianco e nero (DNews Milano 21 ottobre 2008)</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 07:43:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta</dc:creator>
				<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Berengo Gardin]]></category>
		<category><![CDATA[lucie awards]]></category>

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		<description><![CDATA[Bianco. E nero. Cos&#8217;altro poteva servire alla mano che ha ritratto il lento oscillare dell&#8217;Italia, se non le luci e le ombre che delineano i contorni. Gianni Berengo Gardin ha ricevuto uno dei più importanti riconoscimenti fotografici, il «Lucie Awards» alla carriera. Nato a Santa Margherita ligure nel 1930 ha iniziato a fare foto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bianco. E nero. Cos&#8217;altro poteva servire alla mano che ha ritratto il lento oscillare dell&#8217;Italia, se non le luci e le ombre che delineano i contorni. Gianni Berengo Gardin ha ricevuto uno dei più importanti riconoscimenti fotografici, il «Lucie Awards» alla carriera. Nato a Santa Margherita ligure nel 1930 ha iniziato a fare foto a 24 anni. Ha lavorato al fianco di industrie come Olivetti, Alfa Romeo, Fiat, Ibm e Italsider e spalla a spalla con importanti designer e architetti come Renzo piano.  Il 1990 ha consacrato il suo ingresso in Contrasto, e benché abbia commentato il riconoscimento con un umile «Proprio non me l&#8217;aspettavo» ai premi, Berengo, ci è abituato.   Prima di  ricevere  al Lincoln Center di New York il  riconoscimento internazionale  istituito nel 2002 per  individuare tra i fotografi e addetti al settore le persone che maggiormente hanno riscontrato successo di pubblico e critica in diverse categorie (fotogiornalismo, ritratto, moda, pubblicità e fine arts), ha messo nel cassetto il World Press Photo (1963) e il premio Scanno (1981), solo per dirne alcuni. E  nei suoi cinquant&#8217;anni di attività non è mancato il &#8220;Recontres Internationales de la Photographie in Arles&#8221; per il volume &#8220;La disperata allegria: Vivere da zingari a Firenze&#8221;. Gli stessi gitani che ha immortalato a Palermo, e poi a Trento. E la stessa Firenze avvolta nel velo di una sposa al Piazzale Michelangelo, nello scatto del 1962. Esordì con un reportage su «Il Mondo» di Mario Pannunzio nel 1954, si è occupato, durante la sua carriera, prevalentemente di fotografia sociale (del 1968 i suoi servizi che raccontano la vita nei manicomi), di reportage (ha scandagliato il mondo del lavoro dalle fabbriche tessili alla banche), di indagine ambientale. Ma non mancavano i ritratti, e i baci appassionati, e quei passaggi perfetti nella loro solitudine, come la macchina davanti al mare della Gran Bretagna, del 1977. Il suo stile è stato paragonato a quello di Henri Cartier-Bresson e del suo colore ha detto in una recente intervista: «Fin da bambino ho succhiato latte fotografico in bianco e nero. Non solo. Sono fermamente convinto che per il mio tipo di fotografia sia molto più efficace il bianco e nero». E di quei toni ha riempito oltre duecento esibizioni tra l&#8217;Italia e l&#8217;estero. E se agli annali passano le grandi mostre di Milano, o New York, lui si può trovare anche così, ai lati di una Festa dell&#8217;Unità (a Modena, nel 2006). Senza far rumore. Perché è uno di quelli «che non se lo aspetta proprio».</p>
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