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	<title>Diparipasso &#187; firenze</title>
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	<description>Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti</description>
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		<title>Evviva la ciccia</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Apr 2008 23:09:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nessuno provi ad entrare in un ristorante toscano e chiederla «ben cotta». La fiorentina tra le colline è un culto, più sacra della statua di Dante e del giglio simbolo del capoluogo. Per questo il definitivo via libera della Commissione europea alla bistecca  con l&#8217;osso proveniente da bovini di 30 mesi avrà fatto spuntare diversi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuno provi ad entrare in un ristorante toscano e chiederla «ben cotta». La fiorentina tra le colline è un culto, più sacra della statua di Dante e del giglio simbolo del capoluogo. Per questo il definitivo via libera della Commissione europea alla bistecca  con l&#8217;osso proveniente da bovini di 30 mesi avrà fatto spuntare diversi sorrisi in riva all&#8217;Arno (e oltre). «La decisione di oggi è un&#8217;ulteriore riflessione sui progressi che l&#8217;Europa ha compiuto contro la Bse (morbo della Mucca Pazza, ndr)»  afferma in una nota il commissario europeo alla Salute, Androulla Vassiliou. Nello specifico, il regolamento di Bruxelles prevede di innalzare da 24 a 30 mesi l&#8217;età dei bovini per i quali è consentita la commercializzazione di carne con la colonna vertebrale, dopo che l&#8217;Unione Europea aveva imposto l&#8217;eliminazione della colonna vertebrale prima a 12, poi a 24 mesi, per contrastare il morbo della mucca pazza. E Coldiretti, alla notizia del ritorno in tavola della  carne, già prevede una ripresa dei consumi della carne bovina, in calo del 3,1 per cento nel 2007, anche grazie al rilancio delle antiche razze bovine italiane. È un riconoscimento per gli allevatori che hanno investito sul fronte della qualità,  tracciabilità,  genuinità e sicurezza dei prodotti, dice Coliretti. A seguito dell&#8217;emergenza «mucca pazza» gli allevatori nazionali hanno aumentato nelle stalle gli esemplari di razze autoctone e oggi l&#8217;Italia può contare su circa 120.000 animali riconducibili alle cinque storiche razze italiane, con un aumento di oltre il 20 per cento rispetto al 2001.</p>
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		<title>E&#8217; qui</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Apr 2008 23:12:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; buffo avere due vite. Per una come me poi, a cui le situazione doppie non sono mai piaciute. Questa volta è diverso. Sono due mesi che abito a Roma, ma abito anche a Firenze. Che ci devo fare, questo posto è una droga. E dire che ho sempre pensato di volerla lasciare. Ma forse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>E&#8217; buffo avere due vite. Per una come me poi, a cui le situazione doppie non sono mai piaciute. Questa volta è diverso. Sono due mesi che abito a Roma, ma abito anche a Firenze. Che ci devo fare, questo posto è una droga. E dire che ho sempre pensato di volerla lasciare. Ma forse non è il momento di recidere con quella che sento la mia città. Troppe volte dimentico di avere 23 anni, continuando a pretendere da me stessa un ligio e lineare comportamento su tutto. E invece  teng&#8217;a guerra n&#8217; capa (spero si scriva così). Sempre in bilico tra la mia voglia di rinnovarmi e il morboso attaccamento al mio presente, che si nutre e vive di quello che sono stata. Di cose brutte ne ho passate a Firenze. Quando ci sono arrivata a sei anni è stato uno strazio. E se penso a quando non capivo cosa volessero i miei compagni che chiedevano il &#8220;lapis&#8221; o il &#8220;tony&#8221;, mi viene da sorridere. Ora che nel mio linguaggio inizia a farsi avanti nemmeno troppo timido qualche accento romano, ma fa a cazzotti con il fiorentino che fuori casa (come nelle srasferte), diventa ancora più colorito.</div>
<div>Non è stato tutto rose e fiori. Anzi è qui che ho visto separare i miei, è da qui che ho visto partire mio padre. E&#8217; qui che ho posto fine ad una storia  lunga e difficile, che mi ha portato via energie e pezzi di personalità (ritrovate, per fortuna). E qui che ho ricominciato, è qui che ho cominciato. Il lavoro che faccio ora, con un entusiasmo che oggi è un po&#8217; appannato. E&#8217; qui che ho visto arrivare dall&#8217;Alto Adige quell&#8217;amica che conosco da quando avevo sei anni, è qui che ho ritrovato quella con cui sono andata a scuola alle elementari. E&#8217; qui che è arrivata in punta dei piedi quella persona con l&#8217;accento  pieno di sarcasmo dall&#8217;isoletta, e quella che per capirla ci vuole l&#8217;interprete, perché il suo salernitato va un po&#8217; troppo veloce. Quella che sembra non ci sia, ma c&#8217;è, con le sue parole dure e analitiche che pungono nel vivo e si preoccupano per te. E&#8217; qui che &#8220;che s&#8217;ha aspettà di morrto??&#8221;, è qui che &#8220;borda e ariborda&#8221;, è qui che &#8220;l&#8217;è maiala!!!&#8221;, è qui che &#8220;oh bellinooooo!!!&#8221;. E&#8217; qui che dopo un dilivio universale che ti fa svegliare alle 3 di notte per chiudere le finestre poi spunta il sole per tutto il giorno, che l&#8217;Arno ancora è incazzato. E&#8217; qui, è tutto qui. Poco? Chissà. Intanto è la mia doppia vita che si divide correndo veloce quando legge &#8220;Valdarno&#8221; sul cartello, quella che apre gli occhi  assonnati che seguono i binari. Sarò migrante, sarò provinciale. Poco importa, per me è ancora qui.</div>
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		<title>Corro a darle la buonanotte</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Apr 2008 23:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Io lo so che mi tiene il broncio. Me ne accorgo perché quando torno mi sorride nascondendo la testa, per non far vedere la bocca che tradirebbe l&#8217;atteggiamento serio e corrucciato. Abbraccia la gamba di qualcuno che conosce, qualcuno di più grande di lei, e ci fa strusciare i capelli. Ma lo vedo che sotto sotto sorride. Fa così perché le piace farmi pesare che sono mancata. O almeno a me piace pensarlo. Io la guardo, la osservo, anche se appena arrivo sono stanca, che per vederla ho fatto la mia macchinina grossa anche se non lo è, per farsi valere con i tir. Tutti in fila, un esercito di instancabili gomme enormi e nere. Se volesse una storia prima di dormire, gliele racconterei quelle gomme enormi come orchi, due volte più grandi delle mie. Le racconterei del buio, della notte che si fa più notte mano mano che la macchina semina fumo come le briciole di Pollicino. Le racconterei della foresta di lampioni, degli occhiali che come uno scudo difendono dalle insidie sul cammino. Delle prove da superare per arrivare alla casetta di marzapane. Dove non c&#8217;è nessuna strega. Lei farebbe finta di non sentire, ne sono sicura. Mi dà ancora un po&#8217; le spalle girata sul fianco, con gli occhi che si socchiudono sulle mie parole. Mentre le rimbocco le coperte vedo quante cose sono cambiate intorno, e stringo i denti per il magone. Ma poi, quasi nel sonno si gira di colpo e mi abbraccia. La stringo forte e la respiro fino a farle solletico con il naso. Così mi sorriderà di nuovo.</p>
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		<title>E di nuovo cambio casa, di nuovo cambiano le cose</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Mar 2008 23:38:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sono ancora riuscita a capire che effetto mi facciano i trasferimenti. Il primo della mia vita, da Modena a Firenze, è stato drammatico. Non avevo nemmeno sei anni, e il distacco dalla felice via Edison di Modena (dove c&#8217;era il mio asilo), fu duro. Mi rivedo nella mia camera fiorentina con il carillon acceso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono ancora riuscita a capire che effetto mi facciano i trasferimenti. Il primo della mia vita, da Modena a Firenze, è stato drammatico. Non avevo nemmeno sei anni, e il distacco dalla felice via Edison di Modena (dove c&#8217;era il mio asilo), fu duro. Mi rivedo nella mia camera fiorentina con il carillon acceso e il cuscino rosa ricamato da mamma sotto il mento, a raccogliere le lacrime. Avevo paura di tutto, il centro mi sembrava invaso da quella gente che nella mia testa di bambina era &#8220;strana&#8221;; e il bagno di casa, stretto e lungo, sembrava un tunnel di insidie. Le tapparelle dovevano essere sempre chiuse, che non passasse un filo di luce e men che meno un eventuale ladro.<br />
Poi è passata.<br />
Dopo 17 anni, Cagliari. Sì, è vero, è stato poco più di un mese. Ma all&#8217;inizio l&#8217;idea era &#8220;parti, chissà quando torni&#8221;. Anche in quel caso è stata dura. Macchina colma al porto di Civitavecchia. In lacrime dalla nave a salutare mamma, tra le mani la lettera della mia cara Sore (Anna per gli altri). Un&#8217;isola difficile, amara, piena di dubbi e pensieri. Come a mio solito ho cercato di mettere radici passando per i bar della zona di redazione, anche se il calore era quello che era. E a me il calore piace, non c&#8217;è niente da fare. La salute mi ha riportato a Firenze.<br />
Poi è passata.<br />
Febbraio 2008, Roma. Il sogno, l&#8217;immensità di respiri a pieni polmoni e architetture da libro di scuola. La C-a-p-i-t-a-l-e-. E hai detto niente. Inizio in grande entusiasmo, una volta passate le turbolenze da fregatura per la prima casa. Lavoro tum-tum-tum, girandola frenetica di impegni, spirale vorticosa di idee e pezzifreddipreparatilasciatilì&#8217;chepoiliusiamo. Torni una volta a Firenze e già ti fa strano. Ce ne torni due, e porca miseria quanto mi manca. Indecisioni e ansie, progetti indefiniti.<br />
Passerà?</p>
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		<title>Andavo a cento all&#8217;ora, mi son fermata</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2008 23:37:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa mattina a Roma c&#8217;era il sole. Volevo mettermi la maglia nera, ma ho deciso di ravvivare con il verde. Tonalità diverse affiancate al marrone. Gonna, stivali e occhialoni a nascondere le perplessità di questi giorni. Certe ombre il sole non è riuscito a farle fuori.  Tutto non si può avere, d&#8217;altronde. A Roma quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina a Roma c&#8217;era il sole. Volevo mettermi la maglia nera, ma ho deciso di ravvivare con il verde. Tonalità diverse affiancate al marrone. Gonna, stivali e occhialoni a nascondere le perplessità di questi giorni. Certe ombre il sole non è riuscito a farle fuori.  Tutto non si può avere, d&#8217;altronde. A Roma quando è caldo è caldo sul serio. E&#8217; stato sufficiente un maglioncino e una giacchetta primaverile a far comparire il rossore sulle gote mentre salivo in metro (oddio,  il mio rossore non che ci voglia un grande impegno a farlo uscire&#8230;), in questo pre-Pasqua anticipato (e gli italiani con le tasche vuote e bla bla bla).  Ho cercato una sede Cobas per un quarto d&#8217;ora: il mio proverbiale anticipo qui a Roma è una qualità sprecata: conferenza ore 11? Sono le 11.30. Ore 12? No problem, facciamo 12.15. E vabbè. Insomma questa sede Cobas era nascosta al terzo piano di una palazzo, senza insegna, senza campanello. Ho girato e ho chiesto, e mi sono sentita un po&#8217; scema a ricapitare due volte davanti alla faccia dell&#8217;edicolante all&#8217;angolo di Viale Manzoni: &lt;Mi scusi, sono sempre io&#8230; E&#8217; che lì sulla sinistra a 5 metri, dove mi ha detto lei, c&#8217;è solo un centro europeo giovanile&#8230;&gt;. Ho scorto l&#8217;espressione &#8220;te l&#8217;avevo detto&#8221; da sotto gli occhiali con le lenti a goccia marroncine: &lt;Eh, infatti sta là&#8230;&gt;. &lt;Ok, allora provo ad entrare&#8230;.&gt;.  Sono entrata. Davanti al palazzo c&#8217;era un gruppone di ragazzi, tra i quali il ragazzino dei Cesaroni (al quale pochi minuti prima avevo chiesto informazioni) nascosto sotto un cappellino verde militare. Sono entrata e finalmente, scavalcando l&#8217;operaio  che traccheggiava al secondo piano e rispondendo all&#8217; &#8220;Hi!&#8221; di una ragazza con un fagottino che sballonzolava sul suo petto scendendo le scale, sono arrivata al portone. Driiiiiin. Apre un ragazzo, capelli rossicci e maglietta con scritto &#8220;Stalingrad&#8221; (e relativa stella rossa), tanto per entrare nell&#8217;atmosfera. Aspetto, scrivo, conosco due colleghi, una di E Polis, mi fa strano ancora. Come quando vedo &#8220;il Firenze&#8221; e non so cosa c&#8217;è in pagina. Rimetto gli occhialoni e riprendo la metro. Inchiodata con l&#8217;auto sulla Tiburtina per appena 4.5 km verso la redazione. Adesso è sera, ho la notte, e aspetto domani, per fuggire nel silenzio, tra le facce amiche e respirare odore di vecchie novità.</p>
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		<title>Sulla riva del fiume (Capitolo II)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Feb 2008 23:43:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Firenze chiama Firenze è come una relazione pericolosa: sai che ti farà male, ma la vuoi tenere con te. Solo con il tempo impari a prendere le giuste distanze e gustarti solo il meglio. E allora vedi oltre quell’acqua stagnante che parte limpida da Falterona e si sporca via via mentre scorre. Ti sembra chiara [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="MsoNormal"><strong>Firenze chiama</strong></p>
<div>Firenze è come una relazione pericolosa: sai che ti farà male, ma la vuoi tenere con te. Solo con il tempo impari a prendere le giuste distanze e gustarti solo il meglio. E allora vedi oltre quell’acqua stagnante che parte limpida da Falterona e si sporca via via mentre scorre. Ti sembra chiara quell’acqua, di notte, illuminata dalle piccole stelle messe in fila sui lungarni. E lasci che ti entri dentro, che ti penetri fino in fondo. La testa si gira a guardarla, mentre attraversa i ponti nuovi, tutti uguali. Passerelle che portano dall’antico squallore alla vita nuova. Le piazze nascoste, come quella del Limbo, della Passera. Come Santo Spirito dimenticato dopo le cronache cittadine. Diventa un amante che si ritrae nei vicoli antichi e pieni di storia che ormai odora di stanze chiuse. Si fa inseguire quando risplende di sole. Si fa annusare quando s’imbelletta per il prossimo incontro. Riflessa nei raggi caldi, che penetrano i rami e cadono a terra. Elegante e presuntuosa si fa ammirare mentre sfugge dalle mani. La riconosci nei ciottoli dell’Oltrarno, ancora così vero. La puoi rincorrere affannando su per il viale Poggi, fino a respirarla a pieni polmoni dal Piazzale alto e generoso. Ne saprai riconoscere le zone semplici e poco tortuose che si dispongono ai lati delle strade, quando le percorri con l’auto sicura. Lascerai che la musica la canti all’aria che esce ed entra dal finestrino. La vedrai piccola e indifesa laggiù, da Fiesole, e vorrai solo abbracciarla come una bimba che piange malinconica.</p>
<p><strong>Cagliari risponde<span> </span></strong><br />
Sì sì, “relazione pericolosa”…come quella che si instaura con le zanzare tigre, che tra l’altro popolano la città molto più dei fiorentini…anche se questo potrebbe essere considerato un pregio! E’ vero, “solo con il tempo impari a prendere le distanze”…tempo che si risparmierebbe a palate se i fiorentini appoggiassero il fiaschetto di Chianti prima di affiggere i cartelli stradali! “L’acqua sembra limpida di notte”…verbo più che appropriato, dato che di giorno si colora di un simpatico colorito tendente al marrone… ma soprattutto, chi le ha mai viste le stelle a Firenze? E il sole? Un antico ricordo perso tra quelle piazze nascoste…ma poi…piazza della Passera? Bè…qui qualunque commento risulterebbe superfluo! “Fino a respirarla a pieni polmoni dal Piazzale alto…l’aria che esce ed entra dai finestrini”…ah! ora capisco cos’è quel piacevole mix di umidità e smog che ti regala un bel colorito da tubercolotico! Le sue strade? Si, “l’auto è sicura” ma l’ultimo urbanista degno di nota a Firenze è stato un certo Leonardo da Vinci, per non parlare dei parcheggi e dei fiorentini al volante che, MAREMMA, la patente l’hanno vinta nelle patatine! Firenze “vorrai solo abbracciarla”…più forte, di più, ancora un po’…COFF!COFF!&#8230; forse troppo!!!</p>
<p><strong>Cagliari chiama</strong><br />
Cagliari racchiude in se l’essenza delle piccole città separate dal resto del mondo; così lontana da tutto ciò che c’è oltre il suo mare, così vicina al cuore di chi quel mare l’ha solcato per cercare quello che la sua terra gli ha negato. Non ci sono grandi monumenti, né luoghi indimenticabili; la sua storia si perde in quella dei popoli che l’hanno occupata, senza mai cambiarne l’anima, così testarda e così istintiva, come la sua gente. L’asfalto brucia, il caldo stordisce, la sua monotonia è soffocante…tanto da farti desiderare di allontanartene il più possibile. Eppure c’è qualcosa della sua terra che ti tiene indissolubilmente legato a lei. Si, perché a Cagliari quando sollevi gli occhi in alto, il cielo è sempre azzurro e il sole non gli si nega mai, nemmeno nei giorni d’inverno; a Cagliari le onde del mare cullano ritmicamente i tuoi pensieri, la voce del vento abbraccia i silenzi, la sabbia è lo specchio del sole e le sue notti sono sempre piene di stelle…i suoi colori sembrano usciti dal pennello di un artista, i suoi sapori sanno di casa e di genuino, la sua gente, anche quando si veste del suo provincialismo snob, è comunque legata alle piccole cose, come i bambini lo sono alle proprie fantasie…Cagliari è proprio questo: quel gioco che hai amato tanto da piccolo ma che crescendo hai conservato dentro un armadio e che ogni tanto tiri fuori, quel gioco che non hai più tante occasioni di rispolverare e che a volte metti in disparte, ma dal quale, ne sei certo, non potresti mai separarti…</p>
<p><strong>Firenze risponde</strong><br />
Sì, sì, “il sole non si nega mai”, come no. Chiedilo a chi c’è stato nell’ottobre 2007, a Cagliari. L’asfalto bruciava al massimo per le bestemmie degli automobilisti che cercavano parcheggio in Viale Trieste. In quella città non c’è traffico da nessuna parte, tranne che lì. Hanno fatto il calcolo per i posteggi con il numero di cittadini di Iglesias e come se si trattasse di un’area patrimonio dell’Unesco. La ztl segue regole che farebbero impazzire anche Archimede: fino alle 10.30 puoi lasciare la macchina dove ti pare, pure in mezzo alla strada. Poi scatta il divieto per qualsiasi mezzo a motore non isolano, e fino alle 17 paghi come se lasciassi la macchina in Piazza di Spagna (sui gradini). Poi di nuovo free. Strade per lo shopping, una. E attenzione: la prima è la fine dell’altra. Un vento che farebbe volar via pure la donna cannone “e senza dire parole”, che è meglio. Buoni i sapori, ma la gente più che legata alle piccole cose è legata ai… vabbè, torniamo ai sapori che è sempre meglio.</div>
<p class="MsoNormal"><span style="text-decoration: underline;">Asia e Irene*</span></p>
<p>* Questa volta la categoria presa in analisi dalle &#8220;quattro mani&#8221; è la città. Asia proviene da Cagliari e vive a Firenze, Irene proviene da Firenze ed ha vissuto a Cagliari. Hanno voluto giocare con pregi e difetti delle loro città che entrambe amano e odiano con la stessa intensità.</p>
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		<title>Firenze-Roma: non era solo andata</title>
		<link>http://diparipasso.com/2008/02/03/firenze-roma-non-era-solo-andata/</link>
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		<pubDate>Sun, 03 Feb 2008 23:45:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[600 chilometri. Tre corsie, poi di nuovo due, poi di nuovo tre. Ho guardato il casello di Firenze sud e mi stavo per commuovere. Volevo baciare terra tipo Cristoforo Colombo (comunque non c&#8217;ero, non so se l&#8217;abbia baciata o meno). In realtà avevo solo voglia di piangere. Di commozione, al massimo, immaginavo  quella cerebrale che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>600 chilometri. Tre corsie, poi di nuovo due, poi di nuovo tre. Ho guardato il casello di Firenze sud e mi stavo per commuovere. Volevo baciare terra tipo Cristoforo Colombo (comunque non c&#8217;ero, non so se l&#8217;abbia baciata o meno). In realtà avevo solo voglia di piangere. Di commozione, al massimo, immaginavo  quella cerebrale che ho augurato a quel gran truffatore di ipotetico proprietario di casa romano e affiliata agenzia immobiliare. Ieri è stata una giornata da incubo. E pure stanotte ho sognato gente che non volevo vedere, proseguendo l&#8217;incubo. Chianti ovest, autogrill. Arezzo, Fabro, Orte. Uscita Roma e80, prosegui per Tiburtina. Grande raccordo, un mare magnum. Tir, gente persa come me sulle immense corsie della Capitale. Tutto per ritrovarmi in mano l&#8217;assoluto niente. Imbottita di farmaci per resistere a questa influenza che questo inverno si è presentata 3 volte. Ma ne avessi passata una sola a casa, sul divano, come merita di essere fatta passare la febbre con mal di gola. Fazzoletti nel porta bottiglie della macchina. Uno starnuto ogni tot chilometri. Parevo la spia di quando non allacci le cinture,  o il ticchettio di quando inserisci la freccia. Andata. Ritorno. Sembra una barzelletta, è la realtà. Mia madre con 39 di febbre seduta al posto passeggero, trasportata dalla Toscana al Lazio e ritorno che parevamo E.R, peccato che non è uscito dal cofano quel gran dottore di George Clooney. Tutti i soldi che avevo messo da parte e buttato via in queste inutili trasferte. Che giornata da dimenticare. La disperazione mista a rassegnazione negli sguardi tra me e Gianluca. E&#8217; scorpione anche lui,  con la sfiga c&#8217;ha a che fare. Io di sicuro se continuano a succedermene tante tutte insieme, ci sta che finisca o in galera, per aver appeso qualcuno al muro, o al Lourdes, per farmi benedire (aiuto, questa cosa l&#8217;avevo già detta). Comunque, pioggia ho lasciato, e pioggia ritrovo. Ma almeno non mi perdo il compleanno di Ginny. E poi la casa che troverò sarà più bella di quella che volevano rifilarmi.  E forse la pagherò anche meno. E forse sarà un quartiere pieno di gente per bene e simpatica. E forse sarà tutto di quel luminoso colore romano che è l&#8217;ocra. E forse&#8230; si, forse va bene l&#8217;ottimismo, ma starò mica esagerando? Intanto ieri è passato, e oggi il sorriso delle mie amiche mi ha riportato alle cose che contano nella vita.</p>
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