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	<title>Diparipasso &#187; esame</title>
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	<description>Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti</description>
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		<title>Gli esami non finiscono mai</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 23:41:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Mentre vivo]]></category>
		<category><![CDATA[esame]]></category>
		<category><![CDATA[sogno]]></category>

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		<description><![CDATA[A una settimana esatta dall&#8217;esame, ho sognato di ridarlo, questa notte. Prima che mi venisse in sonno la maturità ci ho messo anni, giusto per consentire un paragone tra traumi da test. Ci speravo, ma diventare professionista non mi ha reso né più carina, né più simpatica (oh, uno ci spera, non si sa mai), [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A una settimana esatta dall&#8217;esame, ho sognato di ridarlo, questa notte. Prima che mi venisse in sonno la maturità ci ho messo anni, giusto per consentire un paragone tra traumi da test.<br />
Ci speravo, ma diventare professionista non mi ha reso né più carina, né più simpatica (oh, uno ci spera, non si sa mai), e ad una settimana dal giorno posso constatarlo con certezza.<br />
In questo sogno avevo fatto una tesina su Firenze (mentre nella realtà ne ho presentata una sulla piena del Tevere online): era incentrata sul Ponte Vecchio, che nell&#8217;onirico vedevo fluttuare in una foto sul foglio dell&#8217;articolo consegnato, e in qualche immagine ricordo anche Ginny nel bar su suddetto Ponte. Sì, fluttuava, sopra e sotto il livello dell&#8217;acqua. E se non erro qualcuno deve avermi chiesto spiegazioni a riguardo. Ricordo un uomo e una donna, che vagamente avevano le sembianze dei due commissari più accaniti (nella verità).<br />
Il tutto era piuttosto confuso, io mi arrampicavo in giri di parole impossibili, ed era pieno di gente che entrava e usciva dalla stanza. Insomma, un casino. Se non erro c&#8217;erano anche mia madre e mio padre, e il tutto si svolgeva davanti ad un banco di quelli piccoli, a due posti soli.<br />
Non ricordo la fine, ma solo che quando ho aperto gli occhi, è stato tutto molto più bello. Iuuf, ce l&#8217;ho fatta. Ho pensato. Poi però mi sono anche detta che una che presenta una tesina sul ponte vecchio che fa il sub, mica se lo merita di passare. Ma non ero io. Evvai.</p>
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		<title>Chiamate(la) collega&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 00:03:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[esame]]></category>
		<category><![CDATA[albo dei professionisti]]></category>
		<category><![CDATA[esame di idoneità professionale]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[ordine dei giornalisti]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconti dalla Capitale]]></category>
		<category><![CDATA[via parigi]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Gtalk Amica in ansia: &#60;Oh, ma tu l&#8217;hai sentita?&#62; Amico e mentore:&#60;No&#8230;Vabbuò magari è tra gli ultimi&#8230;&#62; Amica in ansia: &#60;La chiamiamo? E&#8217; tardi&#8230;&#62; Amico e mentore: &#60;No no, lascia perdere, poi ci chiama lei&#62; Skype Amica e collega: &#60;Oh, ma si sa nulla?&#62; Coinquilino e collega: &#60;Macchè&#62; Amica e collega: &#60;Chiamiamo?&#62; Coinquilino e collega: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="text-decoration: underline;">Gtalk</span></p>
<p>Amica in ansia: &lt;Oh, ma tu l&#8217;hai sentita?&gt;<br />
Amico e mentore:&lt;No&#8230;Vabbuò magari è tra gli ultimi&#8230;&gt;<br />
Amica in ansia: &lt;La chiamiamo? E&#8217; tardi&#8230;&gt;<br />
Amico e mentore: &lt;No no, lascia perdere, poi ci chiama lei&gt;<br />
<span style="text-decoration: underline;">Skype</span></p>
<p>Amica e collega: &lt;Oh, ma si sa nulla?&gt;<br />
Coinquilino e collega: &lt;Macchè&gt;<br />
Amica e collega: &lt;Chiamiamo?&gt;<br />
Coinquilino e collega: &lt;No, ma si&#8217; pazz&#8217;&#8230;&gt;</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Nella cucina della casa delle fave</span>:<br />
Migliore amica: &lt;Oh, ma la Sore?&gt;<br />
Pierina amica cara, quasi contemporaneamente: &lt;Oh, ma la Piera?&gt;</p>
<p>Da lontano, molti in preghiera (si narra che qualcuno abbia fatto un voto).</p>
<p>Di lei, non si avevano notizie dalla sera prima, qualche fortunato dalla mattina. Si aggirava in via Parigi con un&#8217;ora d&#8217;anticipo rispetto alla convocazione, fosse mai che avessero deciso di anticipare. Niente, non avevano anticipato niente. Bar, cappuccino e appunti.<br />
Alle 14, si apprestava a varcare la soglia di quella porta. C&#8217;era Fabrizio, da Palermo, due posti davanti a lei nei banchi della prova scritta, il 30 ottobre 2008. Lo scorse e si avvicinò. La tensione trapelava dai sorrisi disinvolti. Si registrarono i nomi, si vide la lista: ultima dei candidati interrogati dalla Commissione. Tra lei e la fine, circa 5 lunghissime ore. Avrebbe stretto fogli, sarebbe scappata dalle frotte di esaminandi che andavano ad ascoltare le prove altrui, non riuscendo ad evitare di sentire qualche domanda dai corridoi. Sarebbe rimasta seduta, con lo sguardo fisso e il piede tremulo. Avrebbe controllato nervosamente tramite Google sul black berry qualsiasi cosa, da Garibaldi ai numeri delle leggi. Avrebbe temuto di vedersi il cuore in mano quando l&#8217;ultima candidata prima di lei sarebbe entrata nella stanza.<br />
Fino a quando non ci sarebbe stato più tempo. Più nessun istante.</p>
<p>Mentre lontano da lei si consumava il dilemma sulla riuscita della giornata, da Torino a Modena, da Firenze a Roma, lei entrò nella stanza. Sospesa in un infinitesimo di secondo lungo quanto il replay di una goccia che cade. Seduta in banchi disposti a ferro di cavallo, la Commissione. Due donne, sì, c&#8217;erano due donne. Qualche volto visto all&#8217;esame, qualcuno nei dvd di lezione per la preparazione. Non riusciva a collegare nessuna faccia ad un nome, nemmeno la sua ai tratti che cominciavano a prendere colore. La prima domanda sul curriculum che riportava esperienze in &#8220;cronaca bianca&#8221;. La seconda sulle 4 &#8220;S&#8221;. Poi la tesina, a raffica il quesito sul ruolo del giornalista in un sempre più compenetrato meccanismo di citizen journalism nel sistema d&#8217;informazione. Il caldo, il cuore che batteva, le parole che non uscivano articolate come avrebbero voluto. Storia del giornalismo, il ruolo del sindaco Domenici nell&#8217;Anci, media ed economia, il ruolo degli stessi nell&#8217;opinione pubblica, la verità putativa, la titolazione, il distico che sapeva e non voleva uscire dalla testa e dalla bocca, le sanzioni disciplinari dell&#8217;Ordine, le priorità di Obama, il Pil, e la Vigilanza Rai, che il panico le fece leggere come Agcom (si sarebbe chiesta a lungo secondo quale nesso logico fosse avvenuto l&#8217;inghippo). E poi altro, che continuò a non ricordare. Alcune risposte decise, rispolverate da studi universitari (ancora incompiuti) e alcune da letture extra tesina. Il resto, tutto quello riuscito ad assimilare in giorni di clausura forzata e abbrutimento fisico e morale.<br />
&lt;Altre domande?&gt; disse il commissario davanti a lei. Silenzio&#8230; &lt;No&gt; &lt;No&gt;, &lt;No&gt;. &lt;Si accomodi fuori signorina&gt;. Interminabili minuti, lunghi, concitanti. Dalla stanza le voci dei commissari. Qualcuno ad alta voce &lt;Perché quella ragazza&#8230;&gt; . L&#8217;agitazione saliva mentre il seguito della frase si perdeva nell&#8217;aria indistinguibile. Saliva l&#8217;ansia, le lacrime nervose. Cominciò a pensare di non avercela fatta. E le lacrime a salire. Tentava di buttarle giù, guardava Fabrizio, disperata. Un commissario uscì per andare in un&#8217;altra stanza: &lt;E&#8217; preoccupata?&gt; disse incrociando il suo sguardo. &lt;Sì&gt; rispose lei, con le lacrime alla gola. &lt;Non si preoccupi, è andata&gt;. &lt;E&#8217; sicuro?&gt; &lt;Ma sì&#8230;&gt;. Non era convinta, e lui giustamente diplomatico. Il Segretario si avvicinò: &lt;Guardami, com&#8217;è andata? Tu lo sai dentro di te com&#8217;è andata&gt;. Silenzio. La ragazza venuta a vedere l&#8217;orale un giorno prima del suo: &lt;Ma scherzi? Sei andata benissimo&#8221;&gt;. &lt;No, no&#8230;.&gt; quasi le mancava il respiro. Poi, ad un tratto, la porta aperta alle sue spalle. &lt;Chiamate la collega&#8230;.&gt;. Era lei, era lei.<br />
Entrò, e le facce distese confermarono la qualifica &#8220;collega&#8221;, preludio del successo. Il magone cominciava a sciogliersi, e non riusciva a frenarlo. La stretta di mano del commissario, un rapido sguardo, le labbra  che cominciavano a tremare. &lt;Grazie, grazie&gt;. L&#8217;uscita urlando &lt;Siiiiiiiii&gt;, l&#8217;abbraccio a Fabrizio dopo essergli saltata al collo. L&#8217;aveva aspettata, nonostante avesse finito. E ce l&#8217;avevano fatta entrambi.<br />
Le lacrime non stavano più al loro posto. Le prime chiamate ai genitori. Il commissario che le aveva dato fiducia, incontrato vicino all&#8217;ascensore. &lt;Complimenti&gt;. &lt;Grazie, grazie&#8230;&gt; &lt;E mi raccomando&#8230; si ricordi la Vigilanza Rai&#8230;.&gt;. Sorrise, e ancora non ci credeva.</p>
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		<title>l&#8217;esame inizia molto prima di prendere la penna in mano</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Nov 2008 08:24:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta</dc:creator>
				<category><![CDATA[esame]]></category>
		<category><![CDATA[ergife]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>

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		<description><![CDATA[Stamattina sveglia ore 6. Rapido check delle mail dal blackberry. C&#8217;è un&#8217;anagramma che mi mette carica. Procedo alla vestizione. Gonna jeans scura con pieghe, maglioncino nero come pantacollant e stivali (colore sobrio, che non guasta mai). Sulla spalla destra ho borsa verde grande, su quella sinistra altra borsa contenente pc, panini, due bottigliette d&#8217;acqua, due [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamattina sveglia ore 6. Rapido check delle mail dal blackberry. C&#8217;è un&#8217;anagramma che mi mette carica.<br />
Procedo alla vestizione. Gonna jeans scura con pieghe, maglioncino nero come pantacollant e stivali (colore sobrio, che non guasta mai). Sulla spalla destra ho borsa verde grande, su quella sinistra altra borsa contenente pc, panini, due bottigliette d&#8217;acqua, due banane, due brioche (no che non ho mangiato tutto, uff!). Esco di casa. Porto anche un kway della mia era rap, che il cielo è plumbeo. Spesa in edicola.<br />
Vado al bar, colazione, due camel light, due biglietti metro, ciao, ciao bella, ciao dilè. Ciao.<br />
Arrivo a un passo dalla metro (UNO), e mi accorgo di aver dimenticato la lettera di convocazione per l&#8217;esame.  Imprecazione mentale di circa 5/6 minuti, il tempo di rientrare a casa dopo aver riattraversato parco Kolbe e Casal de&#8217; Pazzi. Penso che ne posso approfittare per segnarmi la fonte di quei dati che ho preso in corsa dal Corriere Magazine. Rientro già paonazza: il cielo fa schifo, ma si muore di caldo. Entro in camera, prendo la lettera, lascio gli allegati di Repubblica e Corriere che pesano e basta. Esco, chiudo. Decido di passare dal parcheggio del Tuodì, che così taglio, ma arrivo al cancello ed è chiuso. Torno indietro, e aridaje con Casal de&#8217; Pazzi e Kolbe, di nuovo alla metro. Mentre oblitero mi accorgo di aver dimenticato sia i dati che la pastiglia. Eccheccazzo. Vabbè, appena scendo dalla metro scrivo mex a babbo e amico, uno dei due avrà il corriere di ieri. Rebibbia-Termini. Termini-Cornelia. Esco all&#8217;aria: &#8220;Scusi, via Aurelia&#8221;? Di là, ok.<br />
Comincio a mandare appelli cifrati (ma nemmeno troppo), per la famosa fonte dei dati: se capita la traccia su Obama e la faccio, non è che posso citare i dati senza fonte. Eddai, sono le prime regole Dile, come hai fatto a non pensarci?<br />
Babbo risponde, non ce l&#8217;ha. Cacchio. Provo con T. Lo chiamo, illustro la situazione e lo ragguaglio sulle ultime novità che potrei aggiungere ad eventuale pezzo. Sulla soglia della sala Ergife adibita all&#8217;esame un messaggio mi riporta il nome della fonte. Evvai, ho tutto. Mi sono preparata. So pure come piffero si chiama il regista dell&#8217; &#8220;inf &#8211; O- mercial&#8221; del democratico, e di chi è parente. E pure il nome del produttore, ce l&#8217;ha La Stampa di oggi (sempre detto che è un gran giornale). Ok. Dai Dile dai, stavolta ce la fai.<br />
Procedure controllo pc, trova il banco con il tuo nome. Caspita, sono 521 banchetti allineati in un immenso capannone bianco.<br />
Dopo un po&#8217; comincio a guardarmi intorno. Qualcuno lo conosco, troviamo anche il modo di fumare una sigaretta mentre restanti 400 si mettono ai posti di controllo. Poi mi siedo, e osservo: il mondo dei giornalisti è davvero quanto di più variegato si possa immaginare. C&#8217;è uno che sembra uscito da una festa reggae, e quella che pensava di venire a un Gala stamattina. C&#8217;è uno che potrebbe essermi padre e quello là con la tipica faccia da secchioncello. Il fighetto, la sfigata. Tutto. Di ogni tipo e forma. C&#8217;è il giornalista sterotipo giacca in velutto che fa figo e non impegna (come direbbe l&#8217;amica Manny), e quella laggiù che potresti incontrarla ad una festa di collettivi univerisitari. Chi se la crede e chi è nel panico.<br />
Dopo solo tre ore ci consegnano le tracce. Non leggo nemmeno le altre, punto al neretto che indica &#8220;ESTERI (1)&#8221;: A quattro giorni dalle elezioni&#8230;. OBAMA. C&#8217;è scritto OBAMA, evvai. Ma viiieni.<br />
Dopo ore e ore di estenuante fatica (i tempi si sono protratti per disguidi tecnici), esco di lì.<br />
E&#8217; sera, metà di quelli che ho conosciuto li ho persi di vista con il passare delle ore. Comincio a fare chiamate su chiamate, fumo, penso. L&#8217;idea di ritornare a casa e cambiare due metro mi devasta, ma non posso certo prendermi una stanza all&#8217;Ergife.  Ok, mi sparo l&#8217;ipod e guardo le persone nella metro. Ah, c&#8217;è anche quella con l&#8217;accento napoletano che era in fila davanti a me alla fine dell&#8217;esame.<br />
Fossati, rapido cenno di Neffa passando per John Leggend e Subsonica.<br />
Esco. Pioviggina, ma mi attacco al telefono. Dopo che ho immortalato con il cellulare la mia sagoma sul muro del parco/parcheggio, parte la sesta chiamata da quando sono uscita. Mi si ribalta l&#8217;ombrello con il vento, chiudo. Passando per Casal de Pazzi penso al lavandino pieno di piatti (ieri giornataccia) e mi fermo a prendere una pizza d&#8217;asporto. Quando esco sono di nuovo al telefono, ma comincia a piovere e richiudo.<br />
Apro l&#8217;ombrello e zompetto verso casa. Prima di evitare il suv che occupa l&#8217;angolo del marciapiede, ad un certo punto sento ribollilrmi la coscia. La deformazione mi porta a pensare al tizzone di sigaretta, ma realizzo che non sto fumando. Nooooo, ma dai! Il liquido della mozzarella della pizza, uscito dal cartone, mi si è riversato su gonna, calze e giacca. Evvabèmaalloraditelo. Entro in casa, butto tutto sul divano (no, la pizza no).<br />
Penso solo una cosa: che se l&#8217;attentato a Obama non c&#8217;è stato, potrebbe essercene uno vero, il mio, se mai dovessi scoprire che dopo una giornata così, mi hanno pure bocciata.</p>
<p>Nota: Tutto ciò inizia due giorni fa con sfilza di parolacce da far impallidire uno scaricatore di porto quando non riuscivo a far funzionare la procedure di verifica per pc dell&#8217;Ordine dei giornalisti. Conquilino anima pia (nonché hacker) Gianlu con santa pazienza ha placato le mie ire trovando l&#8217;origine del problema (che NON ero io, so che lo stavate pensando)<br />
Prosegue ieri, con rassegna stampa che ha coperto pure Liberation e Mean&#8217;s Helth (con Obama in copertina, che avevate capito&#8230;) e lancio di mail da Firenze (da dove sono arrivati consigli e dritte sullo stile) a Torino (da dove è arrivata pedantissima e perciò utilissima risposta).<br />
E tutto si conclude qui, con la cancellazione erronea di post (questo), già redatto a metà (hanno tutti ragione, su Splinder).</p>
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