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	<title>Diparipasso &#187; e polis</title>
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	<description>Non rimanere mai indietro, non proiettarsi troppo avanti</description>
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		<title>Andavo a cento all&#8217;ora, mi son fermata</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Feb 2008 23:37:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diletta Parlangeli</dc:creator>
				<category><![CDATA[e polis]]></category>
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		<category><![CDATA[Racconti dalla Capitale]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina a Roma c&#8217;era il sole. Volevo mettermi la maglia nera, ma ho deciso di ravvivare con il verde. Tonalità diverse affiancate al marrone. Gonna, stivali e occhialoni a nascondere le perplessità di questi giorni. Certe ombre il sole non è riuscito a farle fuori.  Tutto non si può avere, d&#8217;altronde. A Roma quando è caldo è caldo sul serio. E&#8217; stato sufficiente un maglioncino e una giacchetta primaverile a far comparire il rossore sulle gote mentre salivo in metro (oddio,  il mio rossore non che ci voglia un grande impegno a farlo uscire&#8230;), in questo pre-Pasqua anticipato (e gli italiani con le tasche vuote e bla bla bla).  Ho cercato una sede Cobas per un quarto d&#8217;ora: il mio proverbiale anticipo qui a Roma è una qualità sprecata: conferenza ore 11? Sono le 11.30. Ore 12? No problem, facciamo 12.15. E vabbè. Insomma questa sede Cobas era nascosta al terzo piano di una palazzo, senza insegna, senza campanello. Ho girato e ho chiesto, e mi sono sentita un po&#8217; scema a ricapitare due volte davanti alla faccia dell&#8217;edicolante all&#8217;angolo di Viale Manzoni: &lt;Mi scusi, sono sempre io&#8230; E&#8217; che lì sulla sinistra a 5 metri, dove mi ha detto lei, c&#8217;è solo un centro europeo giovanile&#8230;&gt;. Ho scorto l&#8217;espressione &#8220;te l&#8217;avevo detto&#8221; da sotto gli occhiali con le lenti a goccia marroncine: &lt;Eh, infatti sta là&#8230;&gt;. &lt;Ok, allora provo ad entrare&#8230;.&gt;.  Sono entrata. Davanti al palazzo c&#8217;era un gruppone di ragazzi, tra i quali il ragazzino dei Cesaroni (al quale pochi minuti prima avevo chiesto informazioni) nascosto sotto un cappellino verde militare. Sono entrata e finalmente, scavalcando l&#8217;operaio  che traccheggiava al secondo piano e rispondendo all&#8217; &#8220;Hi!&#8221; di una ragazza con un fagottino che sballonzolava sul suo petto scendendo le scale, sono arrivata al portone. Driiiiiin. Apre un ragazzo, capelli rossicci e maglietta con scritto &#8220;Stalingrad&#8221; (e relativa stella rossa), tanto per entrare nell&#8217;atmosfera. Aspetto, scrivo, conosco due colleghi, una di E Polis, mi fa strano ancora. Come quando vedo &#8220;il Firenze&#8221; e non so cosa c&#8217;è in pagina. Rimetto gli occhialoni e riprendo la metro. Inchiodata con l&#8217;auto sulla Tiburtina per appena 4.5 km verso la redazione. Adesso è sera, ho la notte, e aspetto domani, per fuggire nel silenzio, tra le facce amiche e respirare odore di vecchie novità.</p>
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