Facciamoci pazienti

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Inga Seliverstova/Pexels

La costrizione fa scalpitare, l’ignoto immobilizza. Sono giorni sospesi, di tentativi abbozzati, di grande spinta vitale che si infrange con i dati di realtà. Dobbiamo farci pazienti. Non dell’abusato “eh, che vuoi, porta pazienza, così è la vita”, slabbrata banderuola di chi ha perso la voglia di fronteggiare anche il più piccolo fastidio. Ma in ogni senso e origine dall’essere paziente. Quella della “disposizione alla pazienza”, quella “dell’operare con cura. Che esprime pazienza”, e quella che ci rende “affidati alle cure di un medico”. Ci si può affidare, senza esserne affetti. E se ne siamo affetti, a maggior ragione.

Che sia la “sopportazione” del latino (pati ) o il provare, il ricevere, l’accogliere del greco (πάσχειν, paskein). Treccani la riconduce al latino e lì mi fido, mi affido.

Tutto ciò che sappiamo sul Coronavirus è che ci sono molte, davvero un sacco di cose che non sappiamo. E non le sanno – le stanno studiando – nemmeno quelli deputati a farlo. Non sono incapaci: la Scienza si muove per dialettica e per tentativi, spesso fallimentari. Ma chi ha le competenze per provare, lo sta facendo.

Dal canto nostro, dei non scienziati e non medici, possiamo fare però della cernita. Non rivolgendosi alle indicazioni che arrivano da catene WhatsApp, cioè varianti dello stesso inutile testo firmato fintamente a caso da operatori sanitari, onlus, e anche il baracchino sotto casa che vende il gratta e vinci.

Ma seguendo le fonti ufficiali  che non hanno un titolo a caso (“fonti ufficiali”): l’Istituto Superiore di Sanità, per esempio.

Poi ci sono le testate giornalistiche specializzate, come Scienza in Rete. Fine? No, ci sono tutte le altre, quelle che non hanno alzato i toni, ma hanno fatto, e fanno, cronaca. Quelle che non mettono nel titolo “morto per coronavirus” e dentro il pezzo, molte righe più in basso, specificano condizioni di pazienti gravemente compromessi. Per un’analisi socio-linguistica di come la scelta delle parole incide sulla percezione che ne abbiamo, consiglio Vera Gheno su Treccani.

Esistono le fonti di ogni singola regione o comune (visto che stiamo riscoprendo i confini, tanto vale per una volta guardare il proprio orto in accezione positiva) che ci raccontano le iniziative sul campo (vedi i beni di prima necessità consegnati gratuitamente agli over 75 a Firenze).

Per il resto, facciamoci pazienti. Il modo in cui questo genere di eventi risuona in ognuno di noi, è diverso. Usiamo questa situazione – oggettivamente fuori dall’ordinario – per capire chi davvero vogliamo abbracciare e baciare e anche con loro, quando lo riteniamo necessario e quando no. L’atmosfera è cupa ovunque, lo racconta Simonetta Sciandivasci descrivendo bene Roma sull’orlo dello scoppio della bomba che deve esplodere, in guardinga attesa.

Facciamoci pazienti con chi ha più paura, non minimizziamo, prestiamo attenzione. Facciamoci pazienti, ma fermi, con chi ci sembra incosciente. Lì rivendichiamo, “operando con cura”, ciò che non ci sentiamo di fare. Salutiamoci toccando i piedi – mi par di capire da un post di Federico Mello, che sta succedendo – se ci fa sorridere e ci fa sentire meno distanti. O col gomito, come insegnano i fermo immagine che girano di Frankenstein Junior.

Frequentiamo con pazienza i luoghi pubblici rispettandone le regole (al cinema, dove sono aperte le sale, con le sedie alternate). Laviamoci queste benedette mani e sfruttiamo l’occasione per conoscerci meglio: quante volte e perché ci tocchiamo il naso, la bocca e gli occhi? Può essere un diversivo interessante, che dirotta l’attenzione su chi siamo. Rispettiamo chi non se la sente di partire, rivendichiamo chi ci sembra sfruttare l’occasione come la crisi del 2008-2009, cavalcata da qualche truffaldino come quelli che adesso si sono finti medici per abbindolare povere anziane a domicilio. Proviamo a farci pazienti senza diffidare, ma rispettando.

Il clima è difficile, abbiamo tutti – con le dovute proporzioni – ansia. Noi partite Iva perdiamo occasioni di lavoro e siamo l’ultima catena della filiera: stanno soffrendo tutti, rispettiamoli. Aiutiamoci come possiamo. Diffondiamo le iniziative di chi pensa ai genitori con i figli a casa – penso a Lezioni sul Sofà – di chi sta facendo programmazione di didattica a distanza, del librario che ha portato i libri a domicilio ai suoi clienti, pedalando (Mattia Garavaglia, a Torino).
Sorridiamoci con gli occhi, ché ci guardiamo troppo poco.

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