Primo cuore, secondo cuore: lo yoga che mi sfugge

Photo by Tim Savage from Pexels

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Ho fatto tardi, fisso il programma dei corsi con entusiasmo calante. “Interval Striding” è colorato di rosso e la legenda parla chiaro: rosso significa “INTENSITÀ ALTA”. Occhiata rapida alla sala: preparano pesi e contro pesi per una lezione che odora di morte e sudore.
Riguardo il calendario: “Ginnastica generale con tecniche yoga”.  Tecniche, mica yoga vero. Andata.

Entro, una ragazza gentile distribuisce dei blocchetti – tipo mattoncini – mentre un signore sottolinea a me e un’altra partecipante, che non si usa il tappetino morbido blu, ma la stuoia bassa che con orgoglio mostra i segni d’usura.
“Beh era meglio quello, su questa si vede i’ sudicio” replico io, guardando le chiazze dei passaggi precedenti svettare sul verde acido. Lo spirito yoga non mi ha contaminato, ho anche accentuato la pronuncia toscana, per creare distacco.

L’insegnante non arriva. Mi guardo intorno e mi pento. Il signore in prima fila sembra Luca Giurato e si sente Luca Giurato. Non è simpatico come Luca Giurato. Parla troppo, commenta lo stretching di una ragazza che si allunga con cognizione di causa, nell’attesa. Cammina su e giù, non gli va di stare lì. Ce lo ha trascinato la signora bionda accanto e si prendono in giro come ragazzini che si piacciono durante la ricreazione: “Hi-hi”, “Oh-oh”, volano asciugamani.

Questa è pure in ritardo, quasi quasi me ne vado. Dai, me ne vado. Scopro pure che la lezione dura un’ora e mezzo. Daivado.

Resto. Lei arriva dopo un’altra decina di minuti. È una che insegna yoga che sembra una che insegna yoga. Snella, pantalone un po’ a zampa e maglietta con simboli già visti in giro, ai banchetti degli incensi buoni. Ha i capelli mossi e grigi, alla spalla. Assomiglia tantissimo a una signora che conobbi da ragazzina in treno. Viveva sulle colline umbre senza niente di niente: scaldava il letto con le pietre, coltivava l’orto e non aveva il telefono, figurarsi internet. Era gentile.
Non era uscito da molto “La stanza del figlio” e un ragazzo mi disse che assomigliavo alla giovanissima Trinca. Tutta gente carina, in quello scompartimento Intercity. Non come qui, oggi.

Claudia, l’insegnante, è perentoria. E parla, parla un sacco e dice cose di yoga, non da tecniche di. Ci invita a sentire il cuore, e poi a spostarlo dietro, sulla schiena (ma porello, perché?). L’energia, il filo lungo che tira su dalla testa e allunga la colonna (ma quanto piace agli insegnanti TUTTI questa cosa del filo che ti tira su tipo burattino?) e sentire intorno. Intorno si sentono quelli di sotto che giocano a basket, non esattamente un gorgoglio relax da giardino zen. Ma Claudia insiste e insiste. Non le credo. Non mi convince. Eseguo, ma non ci credo. Come quando ti fai il segno della croce per sport. E quando arriva il momento in cui dobbiamo armonizzare insieme un “oooooom” io penso che la prossima volta vado a morire sullo step, quello del bollino rosso. Armonizzo e non armonizzo, e poi mi fa male lì, in quel punto. Sarà una roba brutta? Sto male? Vabbè dai, ho il controllo lunedì.

Dopo un po’, i movimenti si fanno più vivi. Dai signori che il cane a testa in giù, scopro, è il mio forte. Antonio, accanto, non l’ha presa bene, questa mia scioltezza alla prima lezione (“ma lei ci riesce”, dice).

Gli esercizi vanno scivolando verso un nuovo senso che ha del ritmo, le parole si riducono, riesco a concentrarmi sui movimenti e ad accettare di aver anche dovuto togliere i calzini su questa stuoia dove in molti, evidentemente, hanno tolto i calzini. Dai, ci sono dentro. Si distende la schiena, facciamo persino esercizi in coppia o a gruppi di tre, per favorire le pressioni che ti fanno allungare i muscoli.

L’accento di Claudia che dietro, in fondo (dove sta il secondo cuore?), ha un profumo di Campania, ci porta alla parte finale della lezione. Abbassa le luci, ci fa stendere e dopo qualche movimento ci riporta alla concentrazione sulla respirazione. Arieccolo, il doppio cuore. Sentitelo, rivolgetevi a lui, dice. Io respiro e penso che a me, questa cosa del doppio cuore, non convince proprio per niente: se avessimo dovuto possedere un altro, ce lo avrebbero messo in dotazione.

Respiro ancora e mi scende una lacrima.
È decisamente un magone quello che sento e quella è acqua salata che mi sta uscendo dall’occhio destro. Non ho la luce negli occhi, ho gli occhi chiusi. Non è allergia, non ho un bruscolino nella palpebra. Stringo la bocca. Che cazzo mi piango?
Me ne scende un’altra, la lascio fare. Finisce lì.

Non mi ha visto nessuno e questo mi piace ancora di più. È durato un attimo, poco più di un orgasmo, ma erano lacrime.
Claudia ci saluta, mi chiede. “Se vuoi, ci siamo anche il martedì alle 14.30”. “A quell’ora mi è impossibile col lavoro”. “Vabbè, allora se ti va il lunedì sera, qualche volta”. “Sì, qualche volta”. Magari mi compro una stuoia mia.

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