Tieni, comprati un gelato alla resistenza non violenta

Photo by Alex Robert on Unsplash

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“Cioccolato e mango”
“Buongiorno” (sorriso)
“Cioccolato e mango”
“Buongiorno” (sorriso)
“…Sì… (cenno del capo) cioccolato e mango”
” Buongiorno” (sorriso)
“Buongiorno”
“Cono, o coppetta?”

Quanto lavoravo in gelateria ero spietata. Spietata di sorrisi accompagnai da “Buongiorno”, a ripetizione. Non importava il numero: ne avrei detti tanti quanti necessari a ottenere una risposta. L’unica risposta plausibile era “buongiorno”, ovviamente. Perché chi lavora al pubblico deve essere gentile, ma chi è il pubblico, anche. Il cliente avrà pure ragione per statuto, ma non vuol dire che debba trattare chi ha davanti come fosse una macchina, alla quale non si deve rivolgere lo sguardo.

Iniziai a lavorare in gelateria nella primavera dell’anno della maturità. Pomeriggi e serate da Pasqua in poi, per potermi assicurare il posto durante la stagione estiva, quando avrei potuto concedermi il tempo pieno.
Nessuna pietà per quelli che entravano dritti, senza nemmeno alzare lo sguardo, ordinando gusti sempre con gli occhi rivolti al bancone. Era giusto che mi sorbettassi scenate per cose che non rientravano nelle mie responsabilità: compresi la signora che urlava “LATROCINIO!” davanti al conto (e davanti a tutti), i mal di schiena per la pedana assassina e la donna che mandava avanti i ragazzini stropicciati sperando di non pagare i 4 coni (per poi tirar fuori 20 euro dal reggiseno).

Andava bene tutto, ma la mancanza di rispetto per l’altro, no. Resistenza non violenta, la mia, dei sorrisi. Roba da farsi venire una paresi.

Qualche giorno fa Nadia Mohammedi, una ventenne in prova in una gelateria di Rozzano, si è rifiutata di servire un gelato a Matteo Salvini. Lo ha fatto mandando avanti un collega e mettendosi a fare altro – come riporta il Corriere. Lui è razzista e lei non vuole servirlo, perché con tutto che il padre è proprio un suo elettore e la madre è di Forza Italia, lei è uscita di sinistra. Non è neanche per il fatto che sia figlia di coppia mista (il padre è algerino, la madre italiana), è proprio che oh, no, non ha piacere ad avere a che fare con Salvini, “uno che semina odio”.
Apriti cielo. Non è ben chiaro (le tesi sono opposte) se sia stata la proprietaria a rimproverare la ragazza di sua spontanea volontà, o se previa lamentela di Salvini: fatto sta che a quel punto Nadia Mohammedi ha preso il grembiule, se l’è tolto, e basta, fine della prova.

In questo caso, nessuno è stato scortese. Né Salvini (non in questo contesto), né la ragazza. Lei operava la sua resistenza non violenta. Personale, intima, forse financo inutile, prima che qualcuno se ne accorgesse. Ma era una scelta politica, che poco ha a che fare con la discriminazione alla quale hanno urlato subito i sostenitori della Lega.
A nessuno è stato negato il servizio: lei ha chiesto a un collega di farlo al posto suo. Se esistesse un giuramento d’Ippocrate dei gelatai, non avrebbe violato neanche quello. Il suo è stato un gesto politico, con se stessa, prima di tutto (Giulia Blasi l’ha giustamente chiamata “disobbedienza civile”).
Tutti hanno avuto il loro gelato. Forse Salvini ha solo ricevuto, insieme alla cialda, una vaga idea di cosa rappresenta l’immaginario che evoca ogni sei secondi, ogni volta che parla. In video, sui social network, ovunque compaiano lui e le sue felpe.  Non è stato sbattuto fuori, ma costretto a vedere il frutto della sua, di discriminazione.

Nadia ha operato la resistenza non violenta. Solo che lei non poteva sorridere.

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