Le lavagne di sughero

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Da quando mi sono trasferita in questa casa, ormai anni, non avevo ancora levato dagli imballaggi le lavagne di sughero alle quali, nella vecchia tana, avevo appeso qualsiasi cosa. Ho buttato alcuni dei ritagli fissati con le puntine, quelli di cui mi sfuggiva il significato. Così, mi dico, ci sarà spazio per i nuovi.
Mentre le toglievo dagli imballaggi sono cadute cose. Certa plastica si era corrosa.
Quei pannelli, che mi seguono da quando mi sono trasferita, fanno un po’ cameretta del liceo. Per quello sono finite in cucina, che può essere uno spazio neutro, senza troppe pretese. Boh, forse cambierò idea.
C’è un’intervista a quello che era il rettore dell’Università di Firenze, con uno degli attacchi più accademici che abbia mai fatto (e chi mi conosce lo sa, quanto io possa odiare gli attacchi accademici). Ce l’ho lasciato, perché gli inizi nella (cronaca) bianca ancora me li porto al petto come medaglie d’onore.
C’è una Selma, che è ancora il mio nome su Skype, ricordo della mia prima redazione. Biglietti da visita di locali e ristoranti. Ho tenuto solo quello di Agaev, il kebabbaro in Santa Croce sulla cui fine ancora si narrano leggende, e dal quale io e i miei colleghi trascorremmo leggendarie serate.
C’è un cartellino dei giorni magici in Libia con mio padre – Khairi, chissà dove sarete tu e il tuo impeccabile italiano – e la foto di un Capodanno con mia madre, in centro a Firenze.
Molta Toscana, in effetti, ché quando sono arrivata qui, nel cuore d’Italia, avevo bisogno viscirale di tenere sott’occhio. Appesa, presente. Che non se ne andasse.

Sono venute fuori cose, oggi, mentre sistemavo casa col mio metodo “butta giù tutto”, che da anni produce il medesimo risultato:  tutto a terra,  buste di roba da buttare all’ingresso, il caos che regna sovrano, più di prima. Devo decidermi a leggere “Il magico potere del riordino”, che sta sul comodino da quest’estate.
Insomma, cos’è venuto fuori. Decine di calamite, il volantino di “Momenti di trascurabile felicità” con Aprea, alcune foto fondamentali: me a Antonio ritratti da Enrico, che aveva scattato anche la mia foto mentre mangio un cornetto, sempre a Urbino. Io e Valeria riflesse in un pregiato oggetto di design a Roma. Le fototessera con Anna. Quella più divertente era spaiata. Io tutta guance e occhiali (nessuno ha mai capito perché mi avessero detto di portarli), lei con la linguaccia.
Poi c’è un bellissimo ritratto della corrente sofiana dello “sfocatismo”, alla celebre “Cena dell’armadietto”, prima del mio trasloco a Cagliari: le mie amiche ed io. Fui la prima, tra noi, a lasciare Firenze. E chi se lo dimentica. Mia madre a Civitavecchia, che mi salutava da sotto la nave, io con più fazzoletti che capelli, il capitano gentile della Tirrenia con cui ci scrivemmo per anni, solo per sapere come stessimo (più che altro, ero fidanzata e lui accettò di buon grado di fare solo il cavaliere). La lettera di Anna, che al tramonto mischiò il sale nel mio orizzonte visivo.

Scartoffie e ricordi imprescindibili, tutto assieme. Nessuna banale lettura pseudo-filosofica degli scatoloni, per carità. Ne abbiamo piene le case. La mia, mi dicono, è tra le più rappresentative.
Da quasi un anno però, ogni tanto, metto mano agli scaffali. Faccio il punto, mentre qualche oggettino fa gli occhi dolci cercando di salvarsi dall’ineluttabile fine nel dimenticatoio di un cassonetto stracolmo.
Mi serve. Prima che io viva in un ambiente minimal, credo, passeranno degli anni. Forse non succederà mai. Prima vediamo che fine faranno le lavagne di sughero.

Mentre vivo