Ma io

 

Il piumone ha il suo perché. Il pigiama sul termosifone, già lo dissi, patrimonio Unesco. Le lucette, i cappelli, certi maglioni che scivolano fino alle ginocchia, che ti fanno sentire molto casual vamp.
Sì, però.
Però io l’altra sera, quando ho riposto nel cassetto le braghe corte – dicesi shorts, ma io, non avendo la gamba da shorts, li ho presi una taglia sopra e li ho indossati tipo pantaloncino da safari – beh, io. Ho ripensato a quella bella terra che ho conosciuto quest’estate. A cui non ho dedicato un post qui sopra perché mi sembrava di non riuscire a raccontarlo, quanto mi fosse sembrata bella e pazza. Aristocratica, col trucco sbavato.
Quel caldo netto, diretto, a schiaffi in faccia come la cattedrale di Palermo quando te la vedi sbucare davanti che chi se lo sarebbe aspettato. Quella pioggia che diamine però, ma giusto io potevo beccarla ad Agosto, in Sicilia. Durata poco, il tempo di un aperitivo al riparo. Quei pullman che tutti “oh, ma sei matta, a muoverti con i bus laggiù? Non passano mai, non si sa mica se arrivano” e invece oh, presi tutti. All’ora stabilita, nel posto stabilito.

pullmansicilia

 

Lo zaino finto-avventura, che mi ha salvato la schiena nonostante i chilometri percorsi (Decathlon, qualche euro in più di pochi).
Le scarpette da scoglio che parevo l’uomo ragno, ma scogli manco l’ombra e allora ci sono andata fin sotto apposta, a Catania, per poter dire che l’acquisto fosse valsa la pena (è valsa, è valsa).
L’ostello con quella vista che c’era solo da fare l’amore. La mia sagoma proiettata su un palazzo, dietro le persiane, la notte. Le favole persiane.
I mercati. La bocca spalancata – no dai, non solo per mangiare – la macchina fotografica che sì, ce l’ho dietro, ma solo se lo dico io. Giuseppe Basile, detto Rocky, e l’arte del panino alla meuza. Suo figlio, che me l’ha raccontato, e dalle sue parole l’ho riconosciuto, qualche sera dopo, lì all’angolo.

L’amaro rovesciato in quel baretto che “hai capito, perché Palermo?”. La Vuccirìa, che per me era una canzone. Il farmacista che mi ha dato la Paracodina, ché io ad agosto, avevo una tosse che altro che pioggia.

pioggia_palermo
Le chiese chiuse di Catania (eccetto il Duomo, che “semu tutti devoti tutti, W Sant’Agata“).
Ortigia, che sa cos’ha e non ne fa segreto. L’acqua di Favignana, così colorata che io così l’ho vista solo disegnata, le chiacchiere, le facce nuove piene di sfumature.
Quelle infilate di giorni che tutto si sincronizza come se un direttore d’orchestra muovesse gli elementi, e dicesse a ognuno qual è, esattamente, il tempo giusto. Così abile da riportare in linea anche quello che sembra stonato, con un movimento millimetrico e capace.
Giammona. La granita con Davide, il caricabatterie esterno che grazie Angelo del consiglio: mi ha salvato.
“Che figata”, che credo sia l’unica cosa che io riuscissi a dire davanti a qualsiasi cosa (Fabio dovrebbe saperne qualcosa), visibile o commestibile che fosse.
La mia libertà, dopo secoli, presa in braccio e ficcata nello zaino. Che ce l’ho dietro, ma quando dico io.
La collega cinese da Verona, che ho conosciuto perché io avevo il tavolo con vista panoramica, e lei no. Che ok, siediti, che così mi prendo un altro bianco.
La birra e la cipollina seduta in mezzo ai vecchini, e poi il tipo sprint che ha preso troppo sprint e “la mafia è un’invenzione dell’antimafia, ahn”.
I consigli, l’aiuto all’improvviso, gli occhi pieni. La pigrizia raccontata da chi se n’è andato, e là non ci si vede più, ma ha un bel sorriso, anche se lo nasconde bene.
La serata da tour manager, il navigatore impazzito a Favara.
Il cielo mischiato col mare, la notte. Ma per davvero, non per stratagemma letterario. Questo lo sapevo, che non sarei riuscita a raccontarlo. Però l’ho visto.

Mentre vivo, viaggio

  • Davide Bennato

    Felice di aver fatto parte del tuo viaggio :-)

  • DilettaParlangeli

    <3 E' stato bello! anche il commento sul locale che avevo scelto :)