Ho imparato il tempo

complebicchieri

Tutti gli anni, grossomodo, scrivo un post per il mio compleanno. Quest’anno no. Non subito. Ho aspettato, perché una delle cose che ho imparato, è che mi serve tempo (lascia fare che all’inizio non mi veniva).
Serve tempo per assimilare le cose, per capirle, per gestirle. Per raccontarle. Si fa tutto un gran dire, sul tempo. “Ne avessi avuto”, “c’è tempo” (scusa Ivano, mi serviva), “col tempo passa tutto”, “Eh, ma saaaai, ma queste cose richiedono tempo”.

Ma è solo un gran dire. Io, che campo alla rincorsa del minuto, condividendo di continuo cose all’istante, seguendo un flusso continuo di gente che insegue, come me, il minuto, ho imparato che come te, tempo, nessuno mai.

Mica solo quello che ti fa vedere i capelli bianchi (ispidi, madonna come sono ispidi) che saltano fuori, e pensare che vabeh, finché son pochi, un po’ di sale e pepe, ha il suo perché. Mica quello che ti fa venire l’ansia, che oddio, hai scavallato pure quest’anno, e mo’ tocca capire, che devi fare da grande (grande). Mica quello che “ah, quando andavo io al liceo”, “quando c’era Beverly Hills”, “le prime Converse”, “ah sì, ma lo sai che facevo rap, ma molto tempo fa”.

Penso al tempo sottile. Quello che ti serve ogni giorno, per fare le cose che contano. Quello che chiudi in fretta al telefono, quello che hai mandato la mail troppo presto, quello che si affastella, che la sera avresti voluto averne di più, per dire quella cosa come volevi. Quello che ti fa intendere che un pugno nello stomaco no, non puoi far finta di non averlo sentito. Ti serve sentire i muscoli dolenti anche il giorno dopo, e quello dopo ancora e poi col cazzo, che fai finta che no.
Quello che puoi sapere scrivere in fretta quanto vuoi (col titolo pure), ma se prima non ce n’hai per farti venire un’idea come si deve, lo devi ritrovare. Quello per colmare le distanze, alla faccia dei Frecciaqualcosa. Quello per capire una pagina di libro quando hai gli occhi a pezzi. Quello per un orgasmo buono. Quello per passare le dita da un accordo all’altro, quando capisci che serviranno anni, per suonare una roba decente.
Il tempo della progettazione, che la precarietà cerca di mangiarsi. Ci si abbuffa, la stronza.

Il tempo per arrivare per tempo a una festa, se no resti in coda. Il tempo non per dimenticare, ma per non farsi più tormentare. Il tempo di capire quando evitare la persona sbagliata, che si fa sempre più corto. Quello per lasciare andare quella che è stata giusta per un po’, che diventa sempre più lungo. Per capire che fai la dura, ma sei solo tosta, che è diverso. Il tempo che ti è servito per imparare a chiedere, a dire che hai bisogno.
Quello che ci è voluto per decidere che parte di questa roba non è tua. Che qualche cosa la darai via. Che vuoi fare ordine.
Che te ne serve un po’, per raccogliere le energie. Ma non sempre. Alcune faccende sono come ricariche immediate, come un pieno di benzina quando la spia arancione stava là da un po’.
Il tempo per un caffè come si deve, davanti a occhi come si deve.
Quello per capire quanto sei diversa, tu, che sarai sempre quella arruffata, perché la rigidità della perfezione ostentata, alla fine, non ti è mai piaciuta. Meglio così, scapigliata, coi colori coordinati solo quando ti va, con lo smalto solo quando vuoi, perché o integro, o niente. Meglio emotiva, col rossore che avvampa (ah, quello ci mette pochissimo), con la risposta pronta se è pronta, e se no tanti cari saluti. Meglio senza guerre, senza lotte. Perché per pettinarsi c’è tempo, e per un abbraccio invece, lo chiederai.

Mentre vivo

  • Simone Gaballo

    Bello :)