Quell’ora a cercare la Superluna in giro per Roma

(Foto: dp)

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La storia dell’esclissi di Superluna io non la sapevo. Non me ne intendo, non sono appassionata, insomma, se non me l’avesse detto Giulio, che lui queste cose le sa, avrei fatto come faccio di solito: “Speriamo di beccarla, altrimenti amen”.
Invece, questa cosa che non si sarebbe più vista una cosa del genere fino al 2033, mi ha colpito. Mi ha messo addosso una curiosità che non so spiegare, ma in fondo neanche devo.

Tra me e la signora, tuttavia, si mette in mezzo una faccenda piuttosto spiacevole. Sabato notte l’ho passata a fare concorrenza all’Esorcista (il film), in un su e giù dal bagno (quando facevo in tempo), per una presunta intossicazione da cibo cinese avariato. Un’esperienza che mi ha dato nuove idee per situazioni da augurare al miglior nemico, e che mi ha fatto chiaramente intendere, tra un conato e l’altro, il concetto di ‘”anima delli mejo”, che qui a Roma è abbastanza un must.

Fiacca e delusa, ho passato tutto ieri tra letto e divano e pastine, senza la forza per muovere un muscolo, con la faccia gonfia a far la conta dei capillari che si erano rotti nello sforzo e cercando di stimare i chili di fondotinta necessari a coprirli. Mandando a monte tutto il lavoro – parecchio – che avrei dovuto fare (sì: la domenica, i weekend, i freelance).

Il piano era: concertino alla Casa del Jazz, poi si prova a tirare le 2 cercando di beccare ‘sta Superluna. Durante la giornata mi è parso chiaro che no, non ci sarei mai riuscita a far serata, e mi viene questa brillante idea: punta la sveglia alle 4.45, fatti un giro, vedi la luna, e prova a dormire qualche altra ora, prima della settimana di delirio che ti aspetta.

Ieri sera ho puntato la sveglia, non troppo convinta di farcela. Poi succede che apro gli occhi sola alle 4.38, prendo il cellulare, trovo anche un messaggio che non aspettavo, che era anche bello, e sai, quella roba delle coincidenze che se non esistono le trovi tu, e boh, occhio sgranato. Dovevo provarci.

Mi sciacquo, mi vesto, e in preda all’entusiasmo, prendo anche la macchina fotografica. Solo quando sono arrivata in strada, deserta e anche piuttosto fredda, ho pensato: “Ma cosa diavolo stai facendo?”. Ancora non lo so, ma lì per lì mi sono anche detta che ormai c’ero, tanto valeva provare.

Tra i palazzi niente, c’erano pure le nubi. “Ma da dove viene sta luce… aspetta… ah no, so’ i lampioni”. Ok, a piedi niente, proviamo in macchina. E giro. E entro in riserva. Evvabbeh ormai. Provo il quartiere, ma non si scorge niente. Mi viene quasi voglia di fermare la gente al semaforo e chiedergli: “Oh, ma sta luna poi? Ma lei l’ha mica vista? Sa, son le 5, se mi desse una mano…”. No, lasciamo stare.

Circo Massimo? Proviamo. Arrivo e niente, vedo anche un gruppo a testa in su, guardo anche io, ma evidentemente  loro la vedono, e io no. Mi gioco l’ultima carta: l’Aventino. È in alto, non ci sono troppe luci. Vado là, giro e rigiro – controllando la riserva – e niente, oh. Mentre la mia rassegnazione viaggia a voce alta nell’abitacolo, la vedo. Lassù in cima, ormai lontana, sul tetto della mia chiesa preferita di Roma, incastrata tra le tegole e un albero.

Mi fermo. Non c’è nessuno. Scendo dalla macchina, c’è solo il rumore della fontana all’ingresso del Giardino degli Aranci. Il nulla fermo. La guardo, faccio qualche scatto, così la vedo meglio, che da quaggiù il rosso era già sbiadito. È bella, non so perché e non so neanche perché sono lì, ma ci sono e diavolo, l’ho beccata. In uno dei posti migliori della città. Senza che niente la rovini.

Mi bastano pochi minuti, risalgo in macchina. Mentre torno a casa pensando che Roma andrebbe girata chiaramente solo alle 5.30 del mattino, sulla strada vicino casa vedo uno con il cellulare puntato in aria, all’angolo della cornetteria. Più avanti, un tizio è sceso dal camion, e anche lui punta il cellulare. Fermo la macchina di nuovo. Scendo. Adesso è alle mie spalle, dietro casa.

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(Foto: dp)

 

Dice a che serve. Forse a niente, ma l’ho vista.
E cosa sia per davvero, lo spiega meglio la Nasa. Io ero lì per guardare.

 

Mentre vivo