Mancare gli abbracci

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Quel giorno era da scivolare via. Da far finta di non aver detto, di non aver sentito, soprattutto, e scorrere via. Secchiate d’acqua sui gradini.
Non fare quelle cose che faccio io, che piglia e ingrano la marcia ritardando il momento in cui mollo la frizione, così che si senta bene, che me ne sto andando.
A ben vedere, è proprio una roba da maschi. Quando qualcosa non la capisci, può succedere che ti ci confondi. Non che quella cosa confonda te, ma che tu ti confonda con. No, non è una sfumatura.
Ad ogni modo, confusa o non confusa (più participio di questo non lo trovo), quella cosa lì la faccio ancora. Ingrano e vado, come se certe uscite di scena meritassero un sottofondo. Nei film funziona.

Invece, era proprio da scivolare via. Non confondersi tra me e te, tra le ore del giorno e quelle della notte, tra l’esasperazione e la voglia.

Oh, qua ci sono i fuochi d’artificio.  

C’era da non confondere i tempi. Ora che qualcuno me lo sta insegnando, vacca se è difficile azzeccarli tutti.

Intanto, son finiti i fuochi.

Era da non tornare. Da fermarsi prima, da non pensarci proprio. Da non ribadire. Cedere il passo. Facciamo il tuo, che è più lungo.

Ah no, hanno ripreso (con i botti). 

Era da sgusciare zitta, senza far sbraitare me, o la mia frizione. Senza colpi di scena, senza scambi rattoppati. Senza traduzioni.
Era da scivolare sui gesti, da sgusciare sopra e sotto al senso. Col senso non ci puoi giocare a braccio di ferro. Smetti pure, non serve. Hai già perso.

Ok, hanno finito sul serio, fine della festa.

Era da scivolare e sentirsi leggera, da lasciare deserti gradini e serrande, portoni, marciapiedi. Scivolare via dagli abbracci, da sotto, come fanno i bimbi. Non ci saremmo confusi.

Mentre vivo, Penna e calamaio