Amore di fulmine

tavolo

Io non ci ho mai creduto troppo, ai colpi di fulmine. Che siano successi ad altri, non dubito. I miei amori non lo sono stati mai. E dire che l’occhio, per me, vuole sempre la sua parte. Ma si vede che se la prende come vuole. Questa volta mi sono innamorata di colpo. Mezza coperta dal cappellino, trascinata fino all’isola pedonale in cerca di vinili (mi ci mancavano quelli), vestita anche carina, ma un po’ a forza, col torpore della domenica appiccicato male con lo scotch che non regge, perché devi lavorare: mi son girata e l’ho visto.

Bello, ma bello. Il piano in formica color aragosta, il sotto (la parte dove c’è anche il cassetto porta posate) bianco, e le gambe di metallo. Anni Sessanta, ti dico massimo Settanta. Lo so, è da cucina. Ma io l’ho subito immaginato messo lì, nell’angolo che da mesi (ma fai pure un anno) volevo rendere uno studio, e poi ce n’era sempre una, e non l’ho fatto mai. Quando uno ti piace poi i limiti, pure che li vedi, ti stanno bene lo stesso. Non è adatto al lavoro, l’angolo stesso della casa è troppo buio per scriverci durante il giorno, e poi che fai, una spesa in più, ora come ora. Ma quando una cosa la vuoi, te la prendi. E infatti.

Mi son data il tempo di tornare a casa a misurare il muro (che va bene piacersi, ma un minimo di incastri adeguati vanno considerati) e ho confermato l’acquisto.

Adesso succede che ho un nuovo angolo studio. Visto che da un anno e mezzo la mia redazione non esiste più, e un ufficio non me lo dà nessuno, me lo sono fatta io. Così la smetto di mangiare col piatto appiccicato alla tastiera appositamente inclinata a 45 gradi per far capire che è ora di pranzo, e poi ora non è mai. Il tavolo quello grande sarà il luogo deputato ai pasti, quello aragosta al lavoro/studio. Ci ho messo sopra una lampada che manco a farlo apposta ha lo stesso colore del tavolo (più il nero), e la radio che aveva mio padre in casa, quando studiava (lui per davvero) la sua Giurisprudenza (che invece io no, perché come si è capito, mi piaceva scrivere). Tempo un giorno e sopra c’è già un gran casino, e dischi da ascoltare, e fogli di appunti e morsi di cartelle stampa. Posacenere, occhiali da sole, biglietti da visita, post it. Eh oh, si vede che lavoro. E si vede anche che io ordinata proprio non ci riesco.

Ma non divaghiamo. Per fare spazio al suddetto colpo di fulmine, è accaduto che io abbia dovuto spostare un altro mobile che stava nel posto prescelto, e che in questo girar di mobili si sia reso d’intoppo un già mal digerito altro tavolo (di precedente locazione), che stava là giusto a tenermi la stampante, all’ingresso. In realtà, il tavolo, nel tempo, ha fatto anche il suo dignitosissimo dovere. Ampissimo, apribile su due lati diversi. Si è reso così amabile che me lo sono portato dietro da una casa all’altra, pur avendo quello da pranzo nuovo-bellissimo-Ikea-col-vetro-che-levati-e-proprio-bello-e-già-ispira-cene-e-ci-possiamo-scrivere-in-sei-se-vogliamo.
Eppure, inspiegabilmente, nei miei spazi nuovi, riusciva a essere ingombrante anche quando chiuso, adeso al muro, con una bella tovaglia sopra, a coprirlo (perché oggettivamente, un tavolo di quel genere all’ingresso, non c’entrava proprio una ceppa).

È stato lì per un po’, il vecchio tavolo bianco, sempre più prossimo alla porta. Era il mio modo di dirgli che se ne doveva andare. Oggi sono venuti a prenderlo due amici, che lo porteranno, pare, in un’altra città (“ti presento un vecchio amico mio, in ricordo di me”). Stasera torno e il tavolo non c’è. Ovvio, sono pure scesa con loro mentre lo portavano via. È che si vede, adesso entrando, uno spazio vuoto che prima non c’era. In nessuna delle precedenti formazioni. Fa ancora effetto, altrimenti non ne parlerei. E io me le acchitto le cose, e prendo anche degli accessori nuovi, e butto carte vecchie, e rinnovo gli ambienti perché deve sembrare che non c’è più quel che c’era. E invece si vede. Prima era perfetto in una casa, poi era in dubbio tra un angolo e l’altro della nuova, fin quando non è rimasto che un goffo tavolo in una posizione che non era la sua. Sulla porta. Ora è fuori. Quel muro bianco, per adesso può restare così. Riordinerò un altro paio di cose, che non si veda troppo casino entrando, e proseguirò a sistemare le altre stanze. E quando ci sarà un bel mobiletto adeguato, robusto e preciso, sarà così perfetto che nemmeno sembrerà aver preso un posto vacante. Intanto, di qualcosa mi sono innamorata.

 

Nota a margine: nella foto il colore non si vede, ed è una palese scelta editoriale. Le ragioni della scelta, sono fatti miei.

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