La vecchia casa, tutto insieme

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L’altro giorno camminavo su via Giovenale, con la mia consueta camminata da maratona, ma  un po’ appesantita dal pc in borsa, che cercavo di portare (svogliatamente) verso Necci (il bar).
Proprio sul lato della strada dove ho abitato per quasi due anni (o più?), sotto il cancelletto sovrastato dall’edera (mi innamorai subito, all’epoca), c’era uno dei miei ex vicini che parlava con una coppia di persone. Erano i nuovi proprietari della casa, denominata “attichetto” dalle innumerevoli agenzie che la presero in consegna dopo la mia dipartita da affittuaria. “Dai, vieni a vedere come l’abbiamo cambiata”. Una dei due doveva andare, ma poi ha deciso di restare perché voleva vedere che faccia facessi.
Di quella casa ho sempre amato la configurazione “modello tana” ben rimarcata in ogni dettaglio. Dopo la ripida rampa (solo una, e breve), la scala a chiocciola dietro la porta, per accedere. No, non esterna, ma interna. Non è al livello dell’ingresso, ma è l’ingresso il livello da raggiungere attraverso la scala, tipo giochi senza frontiere o next level di un qualsiasi videogame. O una casa sull’albero (vista solo nei film americani). Un’impresa, una roba ostile, però tanto, tanto caratteristica. Se hai 25/26 anni e ti fanno vedere una roba del genere, te ne sbatti delle leggi della fisica – nonché di quelle del tuo fisico, proprio – che ti impediranno di gestirla agilmente con la spesa, i trolley, ma anche solo con una delle borse con cui sei abituata ad uscire. Ti piace subito, quella roba strana. Ti ritieni strana, vuoi una roba strana. È fatta.
Superata indenne quella, una chicca: cucina subito, archetto quadrato dopo un metro. Varcato quello, l’unico ambiente soppalcato.
Lo hanno davvero reso un bel posto. Ritinteggiato tutto sui toni del bianco e del grigio, tranne il giallo caldo sulla parete del cucinotto all’ingresso. Sono diventate bianche anche le scaffalature in legno che disegnavano la scala del soppalco, bianco un armadio sul lato sinistro, bianco il tavolo. Grigio il divano e il tappeto, e i pochi dettagli aggiunti (molto design, molto attichetto per professionista, molto minimal). Il terrazzo, enorme, adesso è bellissimo. Ripavimentato, così ai vicini non piove più dentro casa, che era oggettivamente una rottura.
Hanno fatto un vano lavatrice esterno, così il piccolo bagno adesso è più spazioso. Ci hanno messo le mattonelle, bianche e grigie e guarda, sulle mensole bianche ci sono delle scatole di latta (molto design, molto tocco di colore, molto nord europa).

È una casa vera. Ok, la scala fa sempre un po’ “ne sopravviverà solo uno”, ma è una casa. L’ho rivista attraverso i miei occhi, per qualche minuto, rimettendoci dentro, nella testa, tutto il casino mio solito. Tutte le mie cose ammassate negli scaffali, i giornali sbilenchi che mi conservo (metti mai che un giorno mi vada di rileggere TUTTI i miei articoli pubblicati su carta), le cartelline dei documenti che sgusciano l’una sull’altra impedendo a una pila di essere una pila, i soprammobili. Le foto incorniciate sulla scala, il soppalco magazzino della cucina straripante di scatole con i cambi di stagione. Le mille calamite al frigo, le borse grondanti appese e sospese sulla scala d’ingresso (quella per i survivor, esatto). La cesta dei panni in bagno, le decine di bottiglie di prodotti inutilizzati sulle mensole. Le mie presine fighe. Il mio letto sfatto, il terrazzo da spazzare. Il freddo freddo d’inverno, il caldo caldo d’estate. All’epoca: “Coibentato il tetto? MAccerto!”. Seh, come no.

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L’ho rivista com’era quando era mia, e mi è piaciuto, ma non mi è dispiaciuto. Come quando pensi alle cose che hai fatto, e sei semplicemente contenta di averle fatte. Non era una liberazione, non era una condanna. Era, e basta. Erano le estati sudatissime abbracciate di notte alla bottiglia presa dal freezer, era il buio col mattarello sotto il letto perché sentivo i rumori (era il Todis di fronte, per la cronaca), erano il netbook dal quale lavoravo e sul quale devo aver lasciato qualche diottria, era il freddo gelido maledetto con 3 maglioni addosso, erano le madonne quando mi cadeva qualcosa dalla scala, erano i tè caldi bevuti e lasciati in giro, con le tazze che cambiavano colore sul fondo. Erano amori rubati e folli, erano madonne per tutti quelli che non rispondevano. Erano storie durate un cambio di lenzuola. Erano ansia per il lavoro che ogni tot ci volevano togliere (riuscendoci, un paio d’anni dopo), erano i dirimpettai deliziosi che averceli, ancora. Erano il tavolo “poi quando non hai gente a cena lo chiudi” che restava sempre aperto perché diventava il quartier generale. Era il silicone della doccia da cambiare continuamente, e i mangia umidità da mettere nel sottoscala del soppalco. Era quel coso assurdo trapanato al muro, che sembrava un serpente, ma non ho mai capito cosa fosse e nel dubbio io ci ho messo i cd infilati. Era la lunga finestra spalancata che con stupore mi mostrava un orizzonte lontano (incredibile, considerata la zona di palazzi). Era la neve a Roma, che quasi mi ci ammazzo sulle strade sotto casa, gelate di un inverno al quale Roma non si è abituata. Era mia madre che si sorbetta ogni mio trasloco, che infarcisce la macchina di scatoloni e si stanca più di me, e pulisce più di me, e incarta roba più di me. Erano i due traslocatori che hanno tirato giù il calendario di santi in rumeno quando me ne sono andata, mentre calavano letto e divano da lassù (eh, la scala non era considerabile, lo capirete bene). Ero io che rimango incastrata nella rampa d’ingresso un primo maggio, salvata dal vicino dell’altro palazzo, raggiunto telefonicamente dall’altra vicina. Erano Michela e Giampero che venivano alla mia prima festa di condominio, per non farmi stare sola. Era il contatore che salta alle 2 di notte, e siccome stava nell’altro palazzo, mi lasciava con i capelli bagnati tutta la notte.

Tutto velocissimo, qualche minuto, mentre guardavo quella bella casetta nuova, dove nessun muro era crollato eppure era così diversa (tranne la scala, mi pare sia chiaro a questo punto). Ci ero passata spesso là sotto, chiedendomi come fosse diventata. La prima volta che entrò il mio amico Marcello mi disse: “Dile’, sta casa è come te: non si capisce un cazzo”. Adesso invece si capisce. Perché è chiaro che siamo tutte le cose insieme.  Tutte le “nostre” case, e pure tutte le stanze, gli armadi, i vestiti ammassati e gli umori, le sfide e le sconfitte. Le robe, persino quelle buttate. Anche adesso che nel mio palazzo c’è l’ascensore.

 

Mentre vivo, pensieri