La camminata della domenica, olfattivamente parlando

C’è il sole, ma non è agosto; sono settimane che non fai una camminata come si deve (ok, solo due, ma non basta). Quindi è il caso, Diletta, che tu decida di riprendere l’asfalto (è lì che sei abituata a zompettare) e vada.
Pessima idea, olfattivamente parlando. La domenica mattina per strada, anche in quelle della periferia (ok, non siamo all’estrema periferia di Roma, ma manco a piazza di Spagna), trovi tutto quello che la notte prima è passato di là. Nell’aria, e per terra.
Un-due, un-due, un-due: il respiro affannoso non lo sento, la musica nei cuffioni è troppo alta. Comincio a sudare quasi subito, paonazza in volto (e sai che novità), per la troppa sedentarietà, le troppe sigarette, il troppo di tutto delle ultime settimane.

Passo il Qube e sento odore di cicche spente. Come se le sigarette fumate all’ingresso da tutti quelli che ci sono stati la notte prima attraversasse le spesse porte di metallo (ferro? boh) dipinte di colori sgargianti. Comincio a pensare che il tratto scelto (Portonaccio/Verano/Tiburtina/Prenestina/Casa) non sia stata una brillante trovata. Ma non mi va mica di cambiarlo ora.
Dietro i cassonetti, che ve lo dico a fare. Passo il cavalcavia della Tiburtina senza essere stirata da nessuna macchina (ma la domenica, non stavano tutti a casa?), e ricomincia il delirio olfattivo. Piscio, e non solo. Non è di cane, questo è certo. Ho quasi la nausea, poi penso che oh, qualcuno è costretto a fare dei piloni del cavalcavia il proprio water.
Non fa passare la nausea, e tiro dritto che quasi corro, per non sentirlo più. Arrivo sulla Tiburtina che costeggia il Verano e mi sembra che l’aria migliori. Sento la puzza degli scarichi, e ancora qualche zaffata, vicino agli alberi.
Ci sono macchine che sono case. Uno ha messo le ciabatte sotto l’auto, come si fa con lo scendiletto, una accanto all’altra. Un altro ancora ha una bacinella, sempre sotto la macchina. Manca poco e pesto una forchetta abbandonata. Una forchetta. Ci sono fazzolettini, fazzolettini ovunque, accanto alle panchine. Pezzi di cartone.

Mi sento quasi a casa d’altri. Senza quasi, ci sono dentro, vestita da ginnastica, con la polo figa di Ichnusa, le scarpe pulite e i cuffioni trendy. E mentre vedo e sento – soprattutto sento, e penso che villa Torlonia due settimane prima non era stata affatto male, a confronto – penso alla disciplina. Quella che non mi riesce tenere praticamente in niente, lavoro escluso. Ma quella è voglia e passione e senso del dovere. Mi sa che non c’entra. La disciplina che è necessaria, ma mi sembra sempre necessaria per gli altri, e io finisco sempre con un chissenefrega.
Almeno fin quando non sento la necessità (ma allora non è disciplina, è bisogno), di indossare gli abiti della camminata (che manco sono professionali) e andare in giro, nei posti dove stanno gli altri. Nelle loro case del sabato sera.

 

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