Cristina Donà: nella musica e online, prendiamoci il tempo

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Chi ha ben presente chi è, non avendo paura di pensarsi diverso (magari ogni volta), si riconosce subito. Cristina Donà non gesticola compulsivamente, non ha il tono di chi detiene le verità assolute sulla musica – figurarsi sul mondo -, non ha fretta. Nessuna spocchia da “Madonna della musica indipendente” (così la chiama Arisa).
Trasmette la calma di chi ha cambiato pelle molte volte e può farlo altrettante, restando riconoscibile. Racconta la nascita del suo nuovo disco –  autoprodotto e scritto con Saverio Lanza –  “Così vicini” (Qbl/Believe Digital), come la necessità di narrare uno spazio intimo: “Ho scelto non di ‘rinchiudermi’, ma di guardarmi dentro. Non per isolarmi, ma per recuperare una parte quasi umanistica che ormai si fatica a trovare. E non voglio fare la nostalgica che si lamenta”. Sarebbe facile infatti, cadere nel tranello dell’interpretazione del ritiro scettico, dell’analogico contro il digitale, della calma contro la frenesia, e mille altri stridori di quella “società liquida” che, dice, a volte la angoscia, a volte la incuriosisce. “Sono la prima ad andare a vedere condivisioni e like, a leggere i commenti di dissenso, e perché no, a sbirciare le pagine degli altri. Ma ci tengo che i contenuti siano miei”. E si vede, perché è riuscita a rendere coerente la sua identità anche online, su Facebook in primis. Post lunghi, con un linguaggio curato, e temi mai buttati lì per caso. “È la stessa modalità che uso per le mie canzoni: vuoi sentirle? Devi prenderti il tuo tempo”. Non sopporta l’idea di finire nel calderone della musica di sottofondo (“la musica è emotività, e l’emotività non può stare in sottofondo”), di quella studiata per poter girare nei locali tutto il giorno. “È facile cadere nella dipendenza, come più semplice prendersi cura di una causa qualsiasi piuttosto che ascoltare le persone che hai accanto. La possibilità di avere a disposizione tutte le informazioni può dare l’illusione di essere in pace perché si è preso coscienza delle cose, ma spesso è una coscienza superficiale. Da questo cerco una distanza”. La giusta distanza, quella che consente di abitare da 22 anni in un paese di montagna, senza restare fuori dal mondo e scegliendo quando tenerlo fuori, scientemente, come sembra aver fatto in questo album. Se in “Torno a casa a piedi” (2011, Emi), c’era ancora qualche brandello di rigurgito urbano, in queste nuove – bellissime – dieci tracce sembra tutto destinato a uno sguardo interiore, raccolto, e spesso volutamente cantato a bassa voce, come nel caso del singolo e title track. “Il disco precedente è una carrellata fatta con un grandangolo, mentre questo è una continua zoommata sui particolari”. Un po’ come la copertina, che ritrae i suoi piedi a passeggio nella natura e l’ariosa “Senza parole”, il brano dedicato al territorio dove vive. E anche la distanza – questa volta logistica – che la allontana da Saverio Lanza, con cui ormai collabora da qualche anno, e con il quale ha sancito un perfetto equilibrio nella scrittura di questo disco (quattro mani per la parte musicale, e per un testo, quello del singolo). Una bella sfida per l’ego di una cantautrice, decidere di lavorare in tandem. “Una grande virtù, e uno dei pochi casi in cui 1+1 non fa due, ma qualcosa di più” conferma Lanza. “Il bello di collaborare è affidarsi – conferma lei – Dipende da quello che la musica ti ha dato e cosa vuoi restituirle: io voglio restituirle la musica”.
Perché non serve ribadire che si sa fare tutto da soli quando si ha coscienza di sé. Cristina Donà è la giovane donna che, chitarra alla mano, apriva i concerti agli Afterhours, è la dark lady di “Tregua”, è madre (è sposata con Davide Pazienza): tutto dentro, tutto assimilato, uno strado sull’altro in quello che adesso si mostra come un concetrato di classe rock.

“È un disco su cui sto scommettendo tutta me stessa – ammette – L’ho autoprodotto perché volevo che il master fosse mio, perché ci tenevo a produrre anche dei vinili, e un digipack come dicevo io. In passato è successo di avere idee che poi sono rimaste irrealizzate non perché le persone non volessero venirmi incontro, ma perché spesso nelle grandi strutture esistono degli ‘standard’ che vanno rispettati, e così deve essere”. E parlando di vinili, viene fuori il suo contrario, lo streaming: “Sul tema mi viene in mente la posizione che ha espresso Rosanne Cash, che raccontava quanto questa nuova modalità di fruizione della musica danneggiasse gli addetti al settore, perché gli introiti non sono per niente alti, anzi. Ma la cosa che più mi stupisce, sono certi spot che ho sentito. Dire “Tutta la musica gratis”, anche se dietro c’è un abbonamento, lo trovo un messaggio dannoso per il settore. Equivale a dire “e da stasera, tutta la pizza gratis che vuoi!”. Sostenere la musica è importante, e non si dia per scontato che ‘tanto l’artista i soldi li prende altrove’, perché non è cosi”.

(Il Fatto Quotidiano, 03/10/2014)

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