App, il sesso senza la paura del “no”

Un reportage sul mondo delle app per incontri, uscito il 21 luglio sul Fatto Quotidiano, insieme a un’intervista al sociologo Davide Bennato. 

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Anche lui è un po’ in anticipo. Occhi scuri, pizzetto: è uguale alle foto che ha messo sul profilo Tinder, l’app di incontri. Si avvicina titubante, qualche secondo di imbarazzo. Ha poco tempo, dice, va di fretta, controlla il cellulare, ma poi resta due ore a chiacchierare, anche se il telefono squilla e continua a segnalare notifiche. È un giovane ingegnere, si esprime bene, ha il pensiero svelto. Sono più di due settimane che usa il servizio fornito da Tinder: l’applicazione, esclusivamente mobile, geolocalizza le persone vicine (di quanto, è chi la usa a deciderlo), e le segnala. Dopo di che, l’utente sfoglia i profili altrui, indicando un cuore (corrispondente allo “swipe” verso destra sullo schermo) se gli piace, o meno (in quel caso sceglierà la crocetta o lo swipe verso sinistra). Se anche l’altra persona, nel suo sfogliare, ha espresso un gradimento, il contatto è attivato. “It’s a match”, dice. Può anche non succedere niente, se nessuno dei due inizia a parlare. O può succedere tutto molto velocemente. E di “match”, questa app, ne faceva, a febbraio scorso, 10 milioni al giorno (a fronte di 750milioni di swipe, cioè il movimento “sì”, “no”). Viaggiava verso il bilione in totale, con il 57 per cento di utenti attivi che usava l’app ogni giorno, più volte.

 

In due settimane J.M., l’ingegnere, ha chattato con una ventina di ragazze. Ne ha incontrare cinque, e con due ha fatto sesso. Niente male come bilancio. Non usa altre app per incontri, anche se ce ne sono a bizzeffe. OkCupid, Tingle, Brenda e Dattch (per lesbiche), la storica Grindr (per gay), la nuova Happn (sostanzialmente identica a Tinder, ma francese), e una sfilza che neanche si contano.
Si stupisce delle domande sulla sicurezza, sui timori di incontrare sconosciuti, sulla modalità randomica di scelta. “Se stai su Tinder, è perché vuoi sesso, e se mi rispondi, è perché in teoria ti può andar bene farlo con me. Così elimini l’unica grande domanda che ti potresti fare in un locale, ovvero “Ti piaccio?””aveva risposto in chat.  Dal vivo, incalzato, continua il ragionamento: “Pensaci: la fortuna di tutte le app o servizi di successo, è che ti risparmiano molte domande. Si azzera la paura del rifiuto”.  Eppure, a prima vista, tutto si potrebbe pensare, meno che uno come lui possa temere un rifiuto. “Beh, ma credi che si possa approcciare qualcuna per strada senza vederla scappare? – replica – È il contesto a essere diverso: se tu sei in una cittadella universitaria e attacchi bottone, nessuno si stranisce. Se superi il cancello dell’ateneo, già le reazioni cambiano”.

 

Anche Dario, che va per i 40 e lavora nella comunicazione, sulla carta non avrebbe il minimo problema a intercettare l’interesse delle ragazze. Di argomenti ne ha quanti ne vuole: “Ero curioso. Mi sono trovato single, e ho deciso di gigioneggiare un po’”. E così anche lui ha incontrato, dopo una settimana di chiacchiere, cinque ragazze. Con un paio è andato fino in fondo. “Se avevano paura? Sì, una continuava a comunicare alle amiche i nostri spostamenti, anche se era pieno giorno, e camminavamo per il centro”. Fa un lavoro che lo espone, conosce persone nuove ogni giorno. E allora? “Perché un’app? In effetti non mi serve. Ma visto che c’ero, ci ho giocato un po’”.

 

 

 

Tinder, in tutto questa sfilza di “hey, come va”,  “di che zona sei”, “parliamo di musica”, e quantità di notifiche da perderci il sonno, sembra quasi un mondo a sé. La maggior parte degli utenti mette a disposizione più foto sul proprio profilo (in automatico prende quelle di Facebook, attraverso cui passa l’iscrizione): si vede il viso, spesso il fisico, e anzi, sembra che la selezione sia fatta con cura (specie per le fasce d’età giovani, abituate a usare i social network). E l’impressione del take it easy, è abbastanza chiara. Non è un caso. Luca Sartoni, Growth Explorer per Automattic / WordPress.com, spiega che sia Tinder che OkCupid, per ragioni diverse, sono considerati degli “standard” nel mondo delle applicazioni mobili. “Sono punti di riferimento per quanto riguarda l’usabilità (user experience, cioè l’esperienza utente) e la capacità di trattenere chi si è appena iscritto – spiega – Per quanto concerne Tinder, già il fatto che nasca solo come app, e quindi che lo studio e lo sviluppo si concentrino sull’esperienza mobile, è già indicativo”. E poi, racconta, è stata portata avanti una lunga campagna di promozione nei campus universitari americani, specialmente nelle confraternite femminili, per creare una massa critica di donne. “È importante anche la forte connotazione territoriale dell’app”. E questo lo confermano vari utenti: le differenze di approccio cambiano da città a città in Italia, e da Paese a Paese. “A Madrid ce l’hanno  tutti, Tinder – scrive Javier – Non è per forza detto che si usi per fare sesso. Anzi, io girando molto, lo utilizzo prevalentemente per prendere birre con qualcuno e conoscerlo. Poi, quel che viene, viene”.
Va meno per il sottile Luigi, professionista (di che settore, preferisce non dirlo), che per lavoro gira il mondo: “Io non ho tempo da perdere, e preferisco chiarire subito gli intenti. Se nelle chat chiedi subito “Facciamo sesso?”, scarti la metà degli interlocutori che non sono interessati. Persino un “no”, avvia una buona conversazione”. Luigi è il primo a seguire qualche dritta di buon senso, nonostante l’approccio one-night-stand, che è un po’ quello dell’app americana “Pure”, creata appositamente per fare sesso con gli sconosciuti (un’ora di tempo per parlare dal momento della geolocalizzazione, senza necessità di fornire nome o altro; basta la foto, e se nei sessanta minuti non si fissa l’appuntamento, il profilo scompare nel nulla). “Non incontro persone se non dopo averci parlato qualche volta – spiega – perché credo che la chat  non sia poi molto distante dalla realtà. Ad ogni modo, il primo incontro si fa in un luogo pubblico, e di giorno: chiunque deve essere libero di andare via quando crede”.

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Roberto, trentenne che lavora nel marketing, usa Grindr da molto tempo, e sfata il mito del nerdone che sta dietro al computer in cerca di millantate identità: “Credo che quello stereotipo sia ampiamente superato, e questo, ancora una volta, è merito di Facebook: in molti lo usano per “rimorchiare”, e ha sfatato un po’ di miti, portando le persone a una maggiore tranquillità nel parlare con gli sconosciuti. Le app sono solo un altro modo di conoscersi”.

E infatti, cambiano i mezzi, ma non la sostanza. Gli approcci possono sono vari.

Durante l’incontro con J.M. il tablet nella borsa scoppia di notifiche delle molte chat attive su OkCupid: a 10 minuti dall’iscrizione almeno 5, anche se le informazioni fornite (la app consente di approntare profili molto dettagliati, e per questo è considerata uno standard) sono pochissime. Eppure, uomini nelle vicinanze iniziano a scrivere subito, e sono piuttosto incalzanti: “Beh, se il tuo punto di forza è il sorriso, perché non me lo fai vedere, davanti a un gelato?”. Anche un altro paio lanciano subito l’idea dell’incontro, dopo appena due scambi di battute (inclusi il “ciao”, e il “che fai nella vita”). Altri chiacchierano amabilmente. Tingle ci mette un po’ a ingranare: la grafica è poco curata, e il meccanismo di funzionamento macchinoso. Ci sono i “punti karma”, e una serie di meccanismi poco chiari di avvio della chat. E infatti, dopo poco, Max scrive “non riesco a mandare altri messaggi, se vuoi, il mio cell è questo, per usare whastapp”. Poi realizza che forse il numero, l’altra persona, non glielo avrebbe dato. Prova con la mail.

 

 

 

 

 

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