Always on: “Non è dipendenza”

 

Intervista al sociologo Davide Bennato, all’interno del reportage pubblicato il 21 luglio sul Fatto Quotidiano
bennato

Inserire codice di sblocco. Controllare mail, controllare notifiche Facebook e meteo, prima di uscire; Gmaps o Waze, per verificare distanze e traffico. Bella la canzone in radio, chissà chi è, via con Shazam. Sarà qui vicino quel bar carino? Controllare Foursquare, o Tripadvisor: dieci minuti di ordinaria amministrazione, o dipendenza cronica da device mobile (leggi smartphone)? “Non si può parlare di dipendenza senza considerare un’altra domanda – risponde Davide Bennato, autore di “Sociologia dei media digitali” (Laterza) e docente all’Università di Catania – E cioè quali siano le ragioni del nostro legame con gli smartphone”. La valutazione non può prescindere da due parametri: “Il primo, è il modello culturale dell’accesso. Insieme a una serie di strumenti chiave, che vanno dal denaro alla carta di credito, fino alle chiavi di casa e quelle della macchina, i telefoni sono strumenti che ci permettono di accedere a qualcosa. In questo caso, alla nostra rete di contatti. Un aspetto caratteristico della telefonia mobile che è andato intensificandosi quando i cellulari hanno iniziato a fare molto altro (quasi tutto: ormai di “telefono” hanno poco e nulla), diventando così la controparte mobile della nostra identità digitale”. Il punto non è l’attaccamento al mezzo in sé, ma a cosa quel mezzo permette di fare. “Il secondo sistema che interviene è quello classico delle aspettative. Facciamo un passo indietro: quando si conosce una persona, si tendono a dare per scontate una serie di cose. Un esempio banale: do per scontato che sappia leggere e scrivere, o che abbia la patente. Traslato in ambito digitale, il sistema di aspettative fa dare per scontato che una persona sia “always on”, cioè sempre raggiungibile (e/o connessa)”. Un meccanismo che si individua facilmente nei corto circuiti, come ad esempio la ricezione di un messaggio su Whatsapp. Nel sistema di messaggistica istantaneo che ha soppiantato di gran lunga l’invio di sms (e mail), la grafica segnala quando il messaggio è arrivato a destinazione. Arrivato, non per forza letto. E anche qualora l’utente risultasse connesso, non è detto che sia impegnato nella lettura del messaggio in questione: potrebbe essere alle prese con un’altra conversazione. “A volerla dire in maniera meno luddista possibile, non siamo dipendenti dal mezzo, ma dai nostri amici. Se il telefono non ci facesse accedere alle nostre reti di contatti, varrebbe quanto un Tamagotchi, e anzi meno”.
Detto questo, è chiaro che atteggiamenti di overload esistano. “I sociologi hanno sempre difficoltà a parlare di dipendenze – continua Bennato, docente alla Lipari School on Computational Social Science – perché ogni nuovo media, o nuovo uso di esso, si porta dietro l’effetto “corruttore di nuove generazioni” e “generatore di patologie”, ma sono entrambe, in modo diverso, costruzioni ideologiche. Ci sono nevrosi che si rafforzano attraverso l’uso intensivo, ma queste attecchiscono su profili psicologici predisposti a sviluppare un certo tipo di reazioni. È come quella che viene definita road rage, cioè la tendenza a essere aggressivi alla guida. La domanda è: vale sempre?”.
Insomma, è come sostenere che i tradimenti siano incentivati dall’uso di Facebook: “Anche in quel caso, la questione è la possibilità di incontro nella quale si inserisce il social network. Ma il cambiamento lo noti sull’effetto di scala: si possono avviare più tentativi contemporaneamente”. La differenza, secondo Bennato, sta nell’“industrializzazione del sistema di rimorchio”. “Anche i selfie  -provoca – non sono interessanti di per sé: lo diventano quando cominciano ad essere milioni”.

E sull’industralizzazione del rimorchio, si ritorna facilmente al tema del successo delle app per incontri: “Hanno istituzionalizzato il sistema di incontri (istituzione intesa in senso sociologico come rapporto che serve a far fare qualcosa alla società, qualcosa che si concretizza dando forma a un’esigenza)”. Ognuno ha le sue ragioni per usarle, che vanno dalla maggiore agilità nel dietrofront relazionale, alla gestione di un diverso approccio, fino alla legge dei grandi numeri. In ogni caso, sono diventate vere e proprie infrastrutture: “Prendi Tinder, appunto (vedi articolo a lato, ndr). La geolocalizzazione li fa diventare dei veri e propri stabilimenti balneari, nei quali uno arriva e cerca relazioni, in base al grado di impegno che vuole investire. Flirt, ricerca del partner, etc: “Stabilimento balneare Tinder””.

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