Mannarino, brani a rilascio lento

Alessandro Mannarino 2014_foto di Simone Cecchetti

I processi evolutivi richiedono sforzi individuali, da affinare continuamente nel confronto con l’altro. Costano fatica, e tempo. E tempo è, infatti, ciò che richiede il nuovo album di Alessandro Mannarino. “Al monte” (Leave/Universal), in uscita il 13 maggio, è un cammino che il cantautore romano ha fatto da solo, e ora chiede di esercitare con chi ascolta.  Come ogni relazione ben fatta, la fretta va lasciata da parte. Perché Mannarino si allontana dai “Bar della Rabbia” (titolo del suo disco d’esordio) pieni di intenti ad alto tasso alcolico,  di pancia e livore viscerale (anche un po’ generazionale) e diventa più riflessivo.
Un percorso chiaro, che parte dalle osterie, poi passa per le strade delle città (“Supersantos”), e se ne va, fuori. Dal Grande Raccordo Anulare, se vogliamo restare a Roma, ma dalla dimensione urbana tutta, per restare sulla metafora territoriale. C’è aria rarefatta, di quella che costa fiato, in tutti i sensi. Per raggiungerla, e poi per respirarla.

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La sfida, lanciata a se stesso e soprattutto al suo pubblico, è quella di riuscire a staccarsi dall’atmosfera danzereccia e liberatoria che l’ha fatto conoscere (“Me so ‘mbriacato”, per capirsi), per abbracciare una dimensione in cui è rimasto poco da festeggiare. Nessun dramma, per carità, ma una maggiore consapevolezza del proprio cammino – nessun artista dovrebbe restare imbrigliato in se stesso – e di quello che lo circonda. Son tempi in cui non ci si può più permettere di prenderla a bere.
Nove tracce, tanto esercitare il dono della sintesi e assestare bene i colpi. Se all’inizio qualcosa lascia sospesi, riascoltare. Sono brani a rilascio lento. Proprio perché il ritmo che acchiappa il ventre sta sotto, questa volta, a un controllo studiato della composizione. La voce è quella, Mannarino non è diventato altro: propone altro. Uno scarto che lo porta a fare anche un’altra scelta stilistica: il romanesco, sua cifra distintiva (che spesso lo ha anche fatto rimanere sul gozzo a qualcuno), è riservato a parentesi brevissime, quasi impercettibili. Una di queste è messa in bocca al nonno, nel singolo “Gli animali” (già uscito): “Bisogna sape’ distingue’ la luce delle stelle, da quella delle lampare”, dice.  Come bisogna saper riconoscere la cura musicale del prodotto, l’illusione confortante dalla realtà (con “Dejà”, Mannarino torna su un tema caro alla sua produzione, la fede in senso lato),  la giustizia dalle sue contraddizioni (“Scendi giù”), il rumore della “Gente” dal silenzio delle “impronte leggere” lasciate sulla neve.

L’appassionata world music ricca di strumenti è domata in favore di una maggiore pacatezza e derive più propriamente cantautorali.

Per leggere “L’Impero” – brano potente e onirico – bisogna allontanarsi, prendere le distanze, e vederlo crollare dall’alto. Dal Monte, appunto. La title track, penultima prima della dolce “Le Stelle”, è struggente nel suo canto parlato e caldi archi. Chiude con un crescendo che tocca dentro. Alla faccia della razionalità.

(Il Fatto Quotidiano, 09/05/2014)

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  • http://Facebook Alessandra Angotti

    Mannarino non ha cambiato stile..sta solo mostrando le sue mille sfaccettature,sfumature incalcolabili di un anima su una tela definita