Un primo maggio che sia l’ultimo

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Domani è il mio primo Primo Maggio da cassintegrata. Disoccupata, se preferite. Quando devo darmi un tono dico “cassintegrata freelance”, perché mi do da fare come libera professionista, non essendo più la dipendente di nessuno.

In effetti, da quando ho perso il lavoro (a luglio scorso hanno messo in liquidazione DNews, testata di cui ero redattrice dalla sua nascita, nel 2008), non mi sono fermata praticamente mai. Embeh? E allora cosa dannazione è il lavoro?  Il lavoro, per me, è quello con cui riesci a campare. Ti va di lusso se è pure una cosa che ti piace, ma il concetto, di base, è che ci devi poter campare.
Perché altrimenti fai un sacco di cose, cerchi di variare le competenze riversandole in tutte le applicazioni e declinazioni possibili, ma non è esattamente il tuo lavoro. È quello che sai fare, e quello per cui ti pagano (più o meno bene, più o meno in tempi ragionevoli, più o meno provando a fartelo fare gratis).

Mi scuso sin da ora (dovevo farlo prima?), se parlo del mio piccolo orticello: per professione racconto sempre gli orti degli altri, e ora, qui, mi faccio gli orti miei (quindi perdonate se sembro poco illuminata, sensibile, attenta, empatica bla bla bla).
Al lavoro mi sono abituata bene, e presto. Al liceo facevo le stagioni nei fast food, la commessa nei negozi (vari ed eventuali), la maturità lavorando la sera in una gelateria, il baby sitting, l’università (quella ancora da finire) come cameriera nel bar di “amici miei” (giuro, mo’ si chiama Negroni). Poi puff, dopo qualche mese di prova in un giornale, raccattata dai banchi di un corso facoltativo, è arrivato il praticantato in un giornale. Fortuna della sfilza di persone che in me hanno creduto (il grande Antonio e l’immensa Daniela, e altri due Antoni, uno dei quali il direttore, che mi disse al tel: “oh, noi ti prendiamo, da novembre contratto”). Poi la prima cassa integrazione, poi la ripresa, poi i due trasferimenti, e poi un altro contratto di nuovo, e poi la gioia, e poi di nuovo le riduzioni nello stipendio (contratti di solidarietà), e poi via, la parabola discendente di una testata che va a morire, lentamente, nel caldo di un’estate insopportabile.
L’estate in cui hai scelto pure di fare il sindacato interno (cdr), per essere in prima linea, vedere com’è.

I sindacati, quelli che rappresentano i lavoratori (quella sarebbe la funzione, no?). Come la festa dei lavoratori, che è festa se hai un lavoro da cui far festa, in teoria.
Ma qui siamo tutti spezzettati, mosaici con troppe tessere da assemblare in un tempo risicato con la clessidra che scorre, come i pagamenti messi in fila per capire che figura viene fuori (“unisci i puntini”). E siamo parecchi, parecchi assai, a ondeggiare in queste competenze acquisite che non si sa bene chi, un giorno, dovrebbe fare sue regalandoci un foglio con le trattenute e i contributi (oh, se dobbiamo sogna’, sognamo bene).

Poi dice “eh, ma ormai ci dobbiamo abituare, che faremo tutti tante cose, per racimolare lo stipendio”: e chi si tira indietro. Ma quante cose? Dove? In quante ore del giorno (ne metto 12, facciamo 14?)?

Non credo che la natura dell’essere umano preveda una forma così frammentata di vita professionale. Lo prevede nella misura in cui il mercato offre abbastanza possibilità da riempirgli il frigo, pagare l’affitto, e possibilmente (ove volesse), procreare.
Non credo che l’uomo sia nato per svendersi pur di sentirsi occupato, di non riposarsi mai, di arrivare a non curarsi perché non può fermarsi, o perché non ha abbastanza risparmi (ok, sono finita negli orti altrui).

E possono raccontarmela come meglio credono, ma fin quando non vedrò le persone intorno a me (e i loro orti), che si impossessano di nuovo delle loro vite, attraverso un lavoro che li sostiene e li impegna, e non li sentirò manifestare un minimo di fiducia nei confronti dei colloqui che fanno, senza la naturale ritrosia di chi è stato fregato troppe volte, io continuerò a credere che non sia naturale.
La natura dell’uomo prevede costruzione. Di se stessi, di un progetto, di un percorso insieme a qualcun altro, di un’idea. Poi la si può distruggere, ribaltare, radere al suolo e rifarne un’altra, all’infinito. Ma resta la costruzione la natura dell’essere umano, non il continuo vivere accanto a un sismografo che segnala quanto forte è la scossa che gli sta, per l’ennesima volta, mandando tutto all’aria, contro la sua volontà (e a sua insaputa, in questo caso credibile).

Buon Primo Maggio ai pochi lavoratori rimasti (ps. Io, se mi comprano un pezzo, domani lavoro volentieri).

(foto credit: Chiara Di Giambattista che l’ha intitolata “Ascolto Bucolico”. Durante la conferenza stampa, per l’appunto, del Primo Maggio)

pensieri

  • corrado

    Buon primo maggio a te. Per la qualità della tua scrittura e’ un delitto non farti lavorare

  • Diletta Parlangeli

    Ti ringrazio Corrado, davvero!