Il cambio di stagione

scarperosse

Ci son tutte le cose che ti ricordi. E quelle che non ti ricordi, chissà dove stanno. Come il cambio di stagione, che quando sei incasinata come me, finisce per essere perenne. Metti via due magliette giusto per far scena, ma poi sta tutto insieme. Quello che ricordi, con quello che non ricordi. La canotta sotto al maglione, la gonna leggera appesa con quella pesante, tanto poi ci metti sotto le calze spesse e buona notte. Gli stivali? Ma che ne so, io li metto pure d’estate, dopo che ho sfilato le Birkenstock, la sera. Ecchissenefrega dei “ma non hai caldo?”. Se ce l’avessi, non li metterei. Se ne avessi quel tanto che me le li fa comunque preferire ai sandali sotto i vestiti, li metterei. E infatti.
Li metterei anche adesso, per uscire e sentire questa notte che mi pare dica qualcosa che non riesco a capire. Come una lingua che non parli.
Sta là al gate di un aeroporto lontano ad urlare qualcosa e tu la guardi e pensi: “Mabboh?”. Poi qualcosa la afferri anche se, tipo, è russo. E finisce che ti accorgi che il senso lo avevi pure capito, con l’aiuto di un gesto della mano e qualche mimica facciale buttata là per eccesso d’ansia. Resta pur sempre una lingua che non parli, e quindi la base è che non la capisci. Punto.

C’è un’aria fresca che dice qualcosa. È tutto il giorno che cerco di capire cosa, e mi fermo a pensare, ma è una lingua che conosco poco. Qualche parola, forse, ma neanche saprei scriverla. E io, quando le cose non le posso scrivere, mi incazzo come una biscia.
E sto col malumore strisciante di chi si è vestito di corsa e siccome non ha la buona abitudine di farli bene, questi maledetti cambi di stagione, si è messo addosso delle cose un po’ raffazzonate. E poi c’è il suono di qualcosa che non mi torna. Le parole devono suonare bene, se no non mi piacciono.
Ho persino pensato di restare fuori a camminare sola, con la musica nelle cuffie, in quest’arietta che non capisco, per sentirla parlare meglio nella sua lingua che io non ho studiato. Poi si è fatto buio buio, e dove vuoi andare sulla Prenestina e tornar tardi a piedi, e lascia perdere.
No, non ho gli stivali. Oggi ho messo le scarpe rosse. Come quelle di Dorothy. Vabeh, diciamo la versione urbana. Anche perché non le voglio mica sbattere l’una con l’altra per andare chissà dove. “La voglio fare tutta questa strada, fino al punto esatto in cui si spegne”, dice Ivano. Insomma ho messo le scarpe rosse, che per me sono un po’ il cambio di stagione, quella fase di passaggio prima delle scarpe di tela.
È tutto insieme, quello che ricordi e quello che non ricordi, quello che indossi nelle stagioni. È tutto addosso, tutto insieme, anche quando ti sembra di aver dimenticato tutto. E lo decidi sempre tu, quello che ti metti addosso. Non so a che età ho iniziato. Non me lo ricordo.

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