L’incOntatore

Io, di lavoro, entro nelle case della gente. Che c’entra, ho anche altri compiti, ma quando mi mandano a leggere i contatori del gas, quello faccio.

Il punto è che non mi aspettano. Anche quando li avvisano il giorno prima che un “incaricato” (che sarei io) arriverà a leggere i consumi per emettere poi le giuste bollette, pensano “ah sì, a quell’ora sarò in casa, mo’ me lo segno”. E poi se ne dimenticano.

C’è la nonnina che arriva piano, e passano quei 5 minuti da che suoni il campanello a che arrivi alla porta. Prima apre solo un po’, ti scruta, perché non si sa mai, magari sei uno di quelli che con la scusa della lettura ti sta propinando un nuovo contratto con un altro gestore. Ci è già cascata, e non vuole. Anche perché i figli si sono pure incazzati, quando si è fatta abbindolare. Ma lei che ne sapeva, la ragazza era tanto caruccia. Ti fa strada, un passettino alla volta, e si guarda intorno, per verificare che il centrino sia al posto giusto. C’è odore di brodo, e non è nemmeno domenica. Non si preoccupa di come vedrai la sua casa: non ha molte forze ormai, ma è sempre in ordine. Pulizia e cucina, quelle sono le sue giornate. La tv, per riposarsi.

Poi ci sono quelli che sembra che tu gli stia rubando del tempo. “Sìsì-entri-di-là-sa-dov’è-arrivederci”. Simpatici.

Ma i più divertenti sono sempre quelli che avevano completamente rimosso la questione “addetto del gas”. Si scapicollano allo spioncino, sentono chi è, e ti chiedono un minuto. Senti rumore dietro la porta, capisci che si stanno andando a mettere qualcosa addosso (qualsiasi cosa, dagli accappatoi alle felpe alle pashmine raccattate dall’attaccapanni). Ti aprono con terrore. “Salve-mi-scusi-prego-prego-entri”. E tu sei lì, che ti sembra quasi di importunarli e vorresti dirgli “Guardi, non si preoccupi, mica sto lì a guardare cos’ha indosso, sapesse come giro io in casa”.
Sono impacciati, si muovono di fretta, come se il loro movimento caotico distraesse dal casino che hanno intorno. Che non lo guardo mai, giuro, ma da certe stanze ci devi passare per forza, per arrivare al contatore. E loro “mi-scusi-sa-sono-appena-tornata/o-da-un-viaggio-le-offro-un-caffè-tanto -sa-lei-dove-deve-andare-per-la-lettura, no?”. Lo sai, certo. E pure se non ne avessi idea, non gli chiederesti niente in più, ché già sono abbastanza agitati. Al caffè dici no, grazie, non ho tempo, come avessi accettato, però te lo prenderesti volentieri. In piedi e in cucina, per non farli preoccupare di come hanno lasciato in disordine anche il salotto. E ogni volta vorresti dirgli: “Guardi, non si preoccupi. Ma mi vede, con che aria da condanna che giro? Guardi che zainetto da boy scout mi sono messo oggi, che per strada ho pure incontrato una carina che conoscevo, e mi sono vergognato. E poi, lei casa sua la terrà un po’ come le pare. Io ho la stanza che sembra un panorama post atomico, con mia madre che anche se ho trent’anni mi deve ancora venire a stressare su dove metto questo e quello. Ma chi la guarda casa sua, ma stia sereno/a. Ha pure una faccia simpatica”.
Non glielo puoi dire, perché allora davvero sembrerebbe che di lavoro vai a rovistare nelle case della gente. E il problema te lo poni quanto loro, di disturbare. Perché l’elettricista lo aspetti: deve aggiustarti qualcosa. L’idraulico lo attendi a gloria, dopo che l’hai inseguito i mesi interi per un intervento di mezzora. A te, invece, che leggi i numerini e li appunti, non ti aspetta mica nessuno. Che gliene viene.

racconti