Non è questo il punto

Non so nemmeno come mi sono vestito oggi. Ho acchiappato due cose al volo, non avevo voglia – non ho, voglia – di star lì a preoccuparmi. La barba sta bene così, e se pensa che sia trasandato, amen. Se ne farà una ragione (e io?).
Arrivo di corsa. “Di corsa”, sempre considerando il consueto anticipo con cui mi muovo. Preferisco fare quelle 10 chiamate aspettando in piedi per strada, o mandare quelle 5 mail ai semafori rossi o, addirittura quando sono già arrivato. E poi salire.
Mi serve tempo. Mi serve perché tanto tutte le file agli incroci mi faranno pensare che arriverò in ritardo. In questa città sconclusionata non sai mai quello che trovi per strada. Ogni volta, davanti a ogni fila, penso che non arriverò in tempo.
Poi arrivo sempre in anticipo, ma ho sempre qualcosa da fare. Sbrighi un sacco di lavoro mentre ti muovi, con ‘sta storia degli smartphone.
Mi guardo intorno, chissà che pensano. Lo sapranno? Avranno letto sul campanello? E quanta gente vedono aspettare qui come me? Mah, che poi. Mica tutti arriveranno in anticipo. Mica tutti lavorano con gli smartphone.
Boh, vabeh. Certo che questo maglione ce l’avevo pure l’altra volta, avrei potuto essere più creativo. Ma mica per niente: quando ripeto gli abbinamenti nel vestiario ci sono solo due ragioni: a) ho fatto un abbinamento a caso e mi è piaciuto così tanto, a sorpresa, che lo ripeto a oltranza, come a dire “avete visto cosa vi acchitto con du’ straccetti?”; b) non ho alcuna voglia di pensarci, e bona così.
Direi che siamo nell’ambito del “bona così”. Vabeh, fumo. Il caffè l’ho preso, la bottiglietta d’acqua sta nella borsa. Mentina? No.

Guardo gli aggiornamenti Facebook, nelle pause tra le mail. Ah, ecco un link interessantissimo che conserverò e non leggerò mai. Mancano 10 minuti. Giro su Twitter, check della mail, controllo di Whatsapp. Uhmmadonna, ancora questa. Che palle. Mo’ vede che sono online. Beh, io sto online quando mi pare e piace.
Meno cinque minuti. Rifumo? No, dai. Mi sento un attimo questo brano perché ho pensato a quella frase per il pezzo, ma voglio essere convinto che c’entri davvero. Detesto quei colleghi che sparano frasi d’effetto nel nullo cosmico del non senso (e non del nosense, che quello ci sta sempre).

Oh, meno tre minuti. L’altro giorno pensavo che il mondo si divide in due: quelli che quando leggono 15.16 sul display pensano “e-venti”, e quelli che pensano “e-quindici”. Guarda che è uno spartiacque essenziale, che credi.

Ok, meno due, posso salire.
Entro, “Ciao-salve”. Mi siedo. No, non è vero, inizio a parlare prima di sedermi. Sono un fiume in piena, non mi tengo: “Illavoro-miamadremiopadre-ilvuotoaffettivo-ilweekenddepressivo-noquellatiziainrealtàmipiace-misentostranononsoneancheio-leresposabilitàdelfigliounico-l’ansiahopaurachesuccedaquesto-noilNatalevipregono-nonsocosadovreifare-èunproblemaburocratico-capirailaspartizionetraillatoemotivoequellopragmatico-adessounsecondoetilasciolaparola-oddiodevoberenonstomancoprendendofiato-questasituazionevarisolta-iononpossofaretutto-madovestoandandoaparare-nonsononcapiscoèdifficile”.
Stop. Non so cosa ho detto. Perché e come l’ho detto. Mi vergogno.
Pausa, silenzio.
La guardo. Che pensa? Io penso di aver fatto un gran casino.
Ecco, adesso mi cazzia, ne sono sicuro. Questo tavolo mi piace. Hai bevuto un goccio d’acque? Sì, ho bevuto.
Mi guarda.

“Non è questo il punto”.

 

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