Come mi rovino con un tweet

(Questo il pezzo uscito su Il Fatto Quotidiano il 20/08/2013, al quale aggiungo il commento di Anna Paola Concia)

Social network che vai, Piras che trovi. La recente “gaffe” dell’ex presidente del Forum dei diritti del Pd Sardegna, che l’ha costretto alle dimissioni, non è che l’ultimo esempio, in ordine di tempo, di una lunga serie di comportamenti scorretti emersi dai social media. L’atleta russa medaglia d’oro Yelena Isinbayeva dichiara il suo appoggio alla legge anti-gay di Putin: Gianluigi Piras, anche assessore di Jertzu, commenta la notizia su Facebook con un “Per me possono anche stuprarti in piazza”. Repliche, polemiche, dimissioni: una prassi, ormai, quella della figuraccia online (che porta il nome di “epic fail”).
Dello stesso tenore le frasi scritte un paio di mesi fa dall’ex consigliera della Lega Dolores Valandro nei confronti del ministro Cecile Kyenge: “Ma nessuno che la stupri così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato? Vergogna!”. Espulsa.
Polverone locale anche a Cascina, prima dell’estate: il consigliere comunale Affinnito (Pdl), accusa il collega Mirko Donati (Federazione di Sinistra), per aver scritto, sempre su Facebook, che “la resistenza ce l’ha insegnato, ammazzare un fascista non è reato”.
Nel 2011 il premio dell’anno andò all’account ufficiale su Twitter di Letizia Moratti, che in preda all’ansia anti-moschea, rispose con dovizia di particolari a un utente che protestava contro una moschea a “Sucate, in via Giandomenico Puppa”. Satira scambiata per realtà, e lo scivolone è servito. Gasparri nel 2012 sbeffeggiava un altro utente perché aveva pochi followers, e nello stesso anno l’assessore al bilancio Stefano Cetica rispondeva al capogruppo del Pd in Regione Lazio, Montino, con un raffinato “ero con tua sorella”. Tre esempi– in uno studio realizzato da Dino Amenduni, responsabile social media e consulente per la comunicazione politica di Proforma – che ben illustrano l’inconsapevolezza, da parte di chi scrive, dell’audience di riferimento. Non chiacchiere da bar, ma parole scritte, quindi si presume ponderate, che hanno un potenziale pubblico infinito.
La Valandro, dopo l’exploit, aveva dichiarato: “E’ stata una battuta detta in un momento di rabbia. Quando ho un momento di rabbia butto lì e mi sfogo così”.  “Lì”, però, è un’arena pubblica. Spesso proprio l’istintività caratterizza la scrittura sui social network, facendo commettere gli errori più banali. Come quello  del sindaco uscente di Genova nel 2012, Maria Vincenzi, che dopo aver perso le amministrative, pubblicò una serie di tweet polemici a breve distanza l’uno dall’altro, tradendo la necessità di uno sfogo poco meditato.

“Bisogna rendersi conto che quando scrivi su un social network, ti rivolgi a un pubblico enorme, che poi è la ragione per cui usi quei mezzi e non altri – commenta Anna Paola Concia (Pd), molto attiva sui social media – Rispondo ogni giorno a parole di una violenza inaudita. Ma dietro quegli account ci siamo noi. Non ha davvero senso distinguere “il popolo del web” da quello inteso come reale. Come se chi sta dietro un account non fosse lo stesso che vive e va a votare”.

Non vale solo per le figure pubbliche: persone in tutto il mondo pagano quotidianamente il prezzo di una cattiva comunicazione sui i social network. Kevin Eckstein, 38 anni, tecnico informatico, ha perso il suo lavoro a New York per chat inappropriate nelle quali si fingeva una 16enne. Stessa sorte per il giapponese dipendente di un fast food che si è fotografato su Twitter sdraiato su sacchi pieni di hamburger.

“I social media obbligano chiunque, dal più influente dei politici all’ultimo dei cittadini, ad accettare una fondamentale regola di condotta: essendo luoghi pubblici, bisogna scrivere solo ciò che si sarebbe disposti a ripetere, senza alcun imbarazzo, in una piazza gremita. Questo vale anche per chi pensa di essere in contatto solo con un gruppo ristretto di persone, o di avere un profilo “protetto” da impostazioni rigide della privacy (nessuno può impedire a un altro utente, anche in buona fede, di copiare e incollare una tua frase, o usarla su Facebook o Twitter)” spiega Dino Amenduni  di Proforma. Il fatto che tutti dicano la loro, non significa che sia necessario: “Scrivere solo se è strettamente necessario dire la propria, scrivere solo se si è certi di quello che sta scrivendo e scrivere solo dove c’è buona connessione (perché ci potrebbe essere sempre bisogno di modificare, cancellare, riscrivere, chiedere scusa). Vale per tutti”.

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