DNews (Roma, febbraio 2008 – Roma, luglio 2013)

Premessa: il seguente post non vuole assumere carattere di melodramma. E’ una storia. Non è una storia allegra, ma è una storia.

Tenderei a cominciare dall’inizio, ma se comincio dall’inizio poi la fine assumerà proprio le caratteristiche di una fine. Oddio, in effetti è una fine. E allora parto dalla fondo, senti.

DNews è in liquidazione ordinaria. L’ha scritto pure Italia Oggi di ieri, con tutta una serie di dettagli che vi e mi risparmio. Non riprenderà le pubblicazioni. Non è un post da cdr, ma il post di una che nella redazione di DNews è stata chiamata prima del primo numero, e prima del numero zero. Quando insomma Antonio e Gianni Cipriani misero insieme il gruppo di giornalisti che avrebbero costituito le quattro redazioni di Roma, Milano, Bergamo e Verona. Le ultime due le abbiamo “perse” per strada, perché questa è una storia di quelle come se ne sentono a bizzeffe: partenza di slancio, richiesta di tagli, resistenza ai tagli, tagli effettuati, stipendi decurarti, e poi stipendi decurtati, e poi ancora, e poi fine (in mezzo anche il cambio del direttore, Stefano Pacifici).
No, niente retroscena succosi: io dei due editori che ci hanno seguito non dirò niente, per un semplice motivo. Non li voglio in questo post. Non li voglio nel mio racconto. Anche perché sarebbe troppo complesso spiegare che nessuno se la prende mai contro chi rischia e fa un lavoro diverso dal tuo, ma al massimo sul come vengono portate avanti idee e scelte.
Questo è il post di una (ex) redattrice che insieme agli altri colleghi romani è scesa in tipografia la notte del primo numero, se l’è preso in mano, ha fatto le foto delle stampe che ancora sono screensaver dell’ iPad (andrà cambiato, eh).

Per DNews sono venuta in una città che non conoscevo e che ho guardato in cagnesco (era reciproco) per un po’ di tempo, e che adesso amo profondamente, anche se ti fa saltare i nervi come metti i piedi fuori dall’uscio.
Evito la parte melensa sulla bellezza totale del gruppo di lavoro, perché io di redazione perfetta ne ho trovata una in vita mia – era quella de Il Firenze, giornale con il quale credo di aver strappato il titolo di più giovane cassaintergrata del secolo – e non ne ritroverò più (anche i singoli di quella redazione perfetta poi se so’ sciupati in larga parte). Per altro, questo gruppo di lavoro perfetto non era proprio, parliamoci chiaro.
Con DNews sono diventata professionista (lì ho finito il mio praticantato) a 23 anni. Lì ho girato quasi tutti i servizi eccetto lo sport, per poi restare sugli Spettacoli la maggior parte del tempo.

La sua morte – sì, ok, è in liquidazione, quindi tecnicamente esiste ancora, e bla bla bla – era annunciata, va bene. Cambia poco. La “botta”, sono sicura, non sono l’unica ad avvertirla chiara e forte. Ha il suono sordo di qualcosa che cade per strada e nessuno se ne accorge, per la quale lottare non è servito a niente (o a poco, in rapporto al risultato). Per la quale non sono bastate le angherie, la riduzione pezzo per pezzo di ogni elemento essenziale alla vita redazionale, dai computer ai telefoni. Non è bastato un anno a Formello, né la ricerca di un equilibrio dove equilibrio non c’era, né gli articoli del Contratto Nazionale di Lavoro Giornalistico.

Alla fine, per anni hai detto “Salve Diletta Parlangeli, DNews”. Oh per carità, mica hai detto Repubblica (e dio solo sa quanta differenza ci sia per chi sta dall’altra parte del telefono), però oh, sei te. Sei tu e il giornale che rappresenti, e che rappresenti anche quando ha iniziato a farti abbastanza schifo. O quando aspetti lo stipendio per mesi. E che hai rappresentato da prima che lo conoscessero gli altri, col lavoro doppio di mostrare il tuo lavoro da una parte, e il prodotto per il quale lavori dall’altro.
I giornali son così, son piezze’e’core (mi correggano i campani in ascolto). Il giornale e la testata in genere, cheché ne pensino gli editori che vedono i lavoratori come dipendenti succhia sangue, e checché ne pensino i colleghi che fanno il mestiere timbrando il cartellino, è di tutti quelli che lo fanno e di tutti quelli che lo leggono.
Quindi, per me oggi, è un giorno di lutto. Anche se non dirò mai “era così una brava testata, sorrideva sempre a tutti, io proprio non mi spiego”. No, me lo spiego bene. Ma oggi è così: è un pezzo di curriculum con l’anno di morte inciso sopra, è tutto lavoro da ricostruire, e una serie – noooo, macché tutti – di colleghi con i quali mi piacerebbe lavorare ancora. Questa è la (D)news.

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