Marta sui Tubi: “Indipendenti” ci chiamate voi

Credit: Simone Cecchetti

Credit: Simone Cecchetti

Spesso, i musicisti, suonano e basta. Poi arriviamo noi (categoria media), attingiamo alle nostre belle etichette già pronte (altrimenti le inventiamo), et voilà: i gruppi diventano “rivelazioni”, le belle voci “nuove promesse”, quelli che mescolano i generi “eclettici”, e via di seguito. In tutto questo, i musicisti, continuano a suonare. È così che scopri che i Marta sui Tubi – Giovanni Gulino, Carmelo Pipitone, Paolo Pischedda, Mattia Boschi e Ivan Paolini  live   domani al Blacktout –  dopo dieci anni di carriera, e 5 album (“Cinque, la luna e le spine” ora in tour),  la definizione  «indipendenti» se la sono trovata addosso senza in realtà cercarla. «Non abbiamo mai scelto di appartenere a qualche genere, abbiamo sempre fatto la nostra musica “sminchiata”» dice Gulino.
Che poi a certi indipendenti già non andavate a genio. Chissà dopo Sanremo.
Da qualche anno non siamo nelle grazie di chi segue musica indipendente.  Nessuno ci ha mai fatto una copertina, per dire.
E spesso, una copertina non si nega a nessuno.
Uh, gruppi incensati come profeti della musica rock, e poi spariti in una stagione.
E voi, piano piano, all’Ariston.
Portando una canzone che mi pare lontana dagli stereotipi del festival. Credo che ce lo siamo meritati,  navigando anche in acque tempestose. Ci siamo indebitati per fare questo lavoro. Io me lo ricordo quando ci prestavano i soldi. Adesso le radio ci passano di più, e ci invitano in tv.
Fazio vi adora, pare.
È un grande!
I nomi di artisti che citate in “Dispari” chi sono per voi?
Oscar Wilde simbolo di eleganza, Malarmè insuperabile poeta. I  MotorPsyco  hanno inventato un genere,  Sonic Youth guidati più dall’ispirazione che dalla tecnica… L’idea era quella di cambiarli di volta in volta a ogni esibizione, ma poi a Sanremo purtroppo tra i due brani è passato l’altro, “Vorrei”.
Mi unisco al purtroppo. Chi avreste citato?
L’idea era di inserire anche altri nomi italiani, oltre a quello di Paolo Benvegnù.
Avete chiuso l’album in tempi  stretti: qualche brano a cui tenete di più?
Pezzi e spunti c’erano già, la parte che abbiamo accelerato per promuoverlo al meglio a febbraio è stata quella di finalizzazione. Qualche pezzo ha preso la tangente. “La ladra”, prima di registrarlo, era un pezzo country! Anche “Grandine” ha subito una “riduzione” negli arrangiamenti, fino a restare voce e violoncello. Alle volte per far funzionare un brano è meglio togliere, che aggiungere.
Idee per il live?
Spaccare tutto!
Ah, una cosa di basso profilo.
Chi ci ha visto dal vivo ci può dire di tutto, ma non che ci risparmiamo sul palco. Ci nutriamo dell’energia che manda il pubblico, siano 10 o 100mila persone.
A proposito di novità, che ne pensi dei servizi di musica in streaming?
Deezer e Spotify sono quello che avrebbe dovuto essere Napster anni fa. Le case discografiche all’epoca non hanno ceduto al braccio di ferro, e ora devono svendere per pochi centesimi la musica, che  è stata spogliata dei suoi supporti. È di nuovo aria, come nei primi del Novecento: non bisogna fare troppa polemica e seguire le novità.

giov 18 aprile, Via Casilina, 713
Tel. 06 241 5047

(DNews Roma, 17/04/2013)

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