Firmo sempre alla fine

Credo di averlo sempre fatto. Sì, sì, certamente. Me lo ricordo.
Quel che prima mi sembrava buon senso  e che ora mi pare buffo, l’ho sempre fatto: i pezzi, io, li firmo tutti alla fine. Da quando ho iniziato il praticantato fino ad oggi,  ogni volta, firmo alla fine. Non in coda al pezzo, eh.  “Alla fine” in senso cronologico del termine.
Prendo la mia pagina bianca, monto lì il master dal book, apro la colonna di testo, cancello le “Xxxxxxx” (modello di testo) che ci trovo dentro, e scrivo.
Rimaneggio, sposto, mi distraggo, cambio parte, le inverto (mai l’attacco, ché senza quello non parto), rileggo, rimangio. E in tutto ciò, in alto ancora campeggiano le “Xxxx @ xxx” al posto delle quali ci vanno firma e città dell’autore.
Oh, che ci posso fare, a fare il contrario non riesco. Ho pure tutto un rito, per cui chiudo il pezzo (magari lo titolo pure nel contempo), poi chiudo la pagine in modalità lettura.  Il sistema editoriale differenzia il comando di modifica da quello di sola lettura con il simbolo di un lucchetto: il primo aperto, il secondo chiuso. Ecco, io addobbo tutta la pagina, e solo come ultimo passaggio, dopo averla “allucchettata” e quindi salvata nella sua versione definitiva, beh, allora e solo allora, firmo.
Rarissimamente ho cambiato qualcosa dopo aver apposto la firma (la scelta inconscia del verbo, mi fa pensare che la creda un sigillo).
Ora, non so perché faccio così. Credo che sia come quando scrivevo il nome sul foglio a protocollo al liceo: non mi risulta, a memoria, di averlo fatto spesso prima di iniziare a fare il compito.
E’ la cosa migliore, farlo dopo: è come il dolcetto che ti lasci in coda alla cena, oltre che la cosa più semplice da fare (sai che quella rimarrà uguale, mentre le parole che comporranno il pezzo non le conosci  mai prima).
E poi, funge anche da “coscienza finale”. Tutto quello che è lì in quella colonna, scritto bene o male (oh, mica sempre viene a modino), è responsabilità tua, e con la firma,  firmi anche quel patto. Un gesto di responsabilità, forse financo eccessivo, visto che non sempre ci si addentra nella stesura dei massimi sistemi.
Ci ho fatto così tanto l’abitudine,  a mettere il nome solo dopo, che spesso direttori e capiservizio sono venuti a dirmi “buona la pagina, ma il pezzo non lo volevi firmare?”, perché nella corsa avevo fatto tutto, meno che quello.
E’ un vizio che mi dà l’idea di chiudere un percorso, di essermi meritata – nel caso degli articoli più lunghi, magari – di metterci il nome sopra. Forse, ora che ci bado bene, ancora oggi oltre che buffa, la trovo un’idea di buon senso.

Mentre vivo, Opinioni, Penna e calamaio

  • Mary

    Grande Dile :-) Vogliamo metterci dentro che, forse, dietro al tuo procedimento c’é anche un tocco di umiltà? Non é il contesto in cui far psicologia spicciola, ma secondo me non é una considerazione sottovalutabile..Tu fai il tuo lavoro, e solo dopo ti prendi la responsabilità di quello che hai scritto. Non cominci con un ipse dixit insomma!

  • Diletta Parlangeli

    Mary, ci hai preso in pieno =)

  • http://www.parlamidamore.com roberta

    Una volta ero in redazione e per sbaglio aprii il pezzo di un collega. La pagina era bianca, ma in alto, in grassetto, campeggiava la sua firma! Mi dissi . Però poi iniziai a farlo anch’io. E anche adesso, a distanza di qualche anno, ogni tanto lo faccio. Piazzo lì la firma, come incipit.
    Non è solo presunzione. Quando il pezzo è nella mia testa, ma ancora in fase di elaborazione (soprattutto il benedetto/maledetto attacco!) quella firma là su in cima mi dice che non posso scappare, ormai quella pagina la devo riempire, c’è la mia firma, mi aspetta, manca solo il pezzo, ma io ci sono, quindi…inutile alzarsi e prepararsi un panino, il the, vedere i programmi tv della serata, fare le coccole a nina, separare il bucato…Dove vai?? C’è la firma, hai da scrive’, robé! Ecco, riti tra scriventi…

  • Diletta Parlangeli

    Grazie Roberta, è interessante vedere come i punti di vista cambino le cose, come le prospettive possano dargli un senso, piuttosto che un altro.