Twitter rapido e dunque emotivo? L’equazione non regge

Premessa: è piuttosto difficile replicare – specie quando nessuno te l’ha chiesto – a qualcuno che ha un modo delizioso di esprimere le proprie opinioni. Specialmente se nel farlo anticipa gli intenti e chiarifica le posizioni.

Più che una replica, infatti, posso definirla una risposta aperta, come si conviene alla miglior tradizione della rete. Francesco Piccolo nell’ultimo numero de “La lettura”, inserto del Corriere della Sera, ha scritto un editoriale che hanno intitolato “La rapidità di Twitter? Emotiva e sopravvalutata”. Lo riporta per intero Tutti a Zanzibar qui.

Lo scrittore, autore e sceneggiatore ha posto l’attenzione su tre problemi di fondo riscontrati in Twitter:

1) I 140 caratteri, che definisce una “gabbia”:  “Non riesco a non pensare che la brevità è un punto di arrivo e non un punto di partenza”.

E’ vero che la sintesi di solito è un risultato finale, ma è paltrattanto plausibile che per iniziare un ragionamento,  si parta da un qualche (s)punto, seppur breve. Io dubito che le persone parlino, anche de visu, solo quando hanno un’argomentazione enciclopedica alle spalle.
Peraltro, il modo più utile per usare Twitter è sfruttarne le caratteristiche, segnalando informazioni che rimandino ad altri contenuti (questa volta estesi), e che diano modo a chi legge di aggiungere qualcosa in merito. Così si possono costruire argomentazioni. Twitter non è fine a se stesso.

2) Il secondo punto critico, secondo Piccolo, è l’immediatezza: “Ha introdotto una specie di  parificazione tra un giudizio argomentato e una reazione emotiva”.

Innanzitutto, ancora una volta non viene considerato il mezzo come collettore di brevi rimandi a lunghe disquisizioni (sembrerà strano, ma esistono i link), ma come macchina spara palline da allenamento sportivo: un tweet>un giudizio inviolabile>fine del pensiero.
Anche volendo considerare  la rapidità causa diretta della reazione emotiva, l’equazione non regge.
Per quale ragione la velocità di scrittura dovrebbe equivalere ad un’approssimazione inevitabile?
“Non mi convince che qualcuno esca dal cinema e scriva a persone che conosce e non conosce: mi è paciuto. Mi sembra leggermente riduttivo”, aggiunge Piccolo. E perché mai? Non è esattamente la prima cosa che si fa mentre si chiacchiera all’uscita davanti a quelli ancora in fila che si tappano le orecchie per evitare l’effetto spoiler?

3) La terza argomentazione parte dalla differenza che lui fa tra chi conosce, e chi non conosce: “In pratica tra vita privata e vita pubblica. Twitter abbatte questa barriera” e ancora “Uso un linguaggio diverso con mia madre, con il mio amico, con un collega, con un mio lettore, con un estraneo. Non riesco a dire che sono felice al direttore di un giornale, e ho pudore di mandare un articolo a mia sorella”.

Bene. Legittimo e sacrosanto. Eppure, il grande equivoco di tutto il ragionamento a me pare uno e uno solo: che si stia sempre a guardare il mezzo, e mai chi lo usa.
Prendi la tv, ormai la cosa meno innovativa che abbiamo a portata di mano, così fughiamo i dubbi. E’ un luogo dove si abbattono i confini tra pubblico e privato in continuazione, facendo carne da macello delle sfere private di chiunque capiti a tiro (salvo che quel chiunque non ci sia andato apposta proprio per dare spettacolo di sé).
E perché dunque adesso uno strumento che io scelgo consapevolmente di usare come e quando voglio, dovrebbe violare la mia intimità?
E’ lo stesso “problema” delle app con la geolocalizzazione, che terrorizzano perché “poi-tutti-sanno-dove-sono”. E chi diamine l’ha detto? Sono opzioni, condivisibili o meno, e disattivabili come e quando crediamo.

Insomma, siamo sempre allo stesso punto. La teoria del proiettile magico: passano le ere, ma ogni nuovo media, e adesso ogni nuovo social media, se la becca. I mezzi cambiano le persone, sembra essere l’assunto. Nessuno pensa mai che le persone cambino i mezzi. Per comunicare alla velocità che il mondo richiede, per condividere, restare in contatto. Fermo restando che sono scelte reversibili all’occorrenza.
Non osanno Twitter, o chi per lui: cerco solo di andare al di là dell’accusa indiscriminata che non considera l’insieme. Come se i social network site fossero posti dove la gente approda e facesse cose staccando il cervello. Succede, ma succede nel mondo, e quindi anche in rete.
Il mancato riconoscimento dei contesti che qualcuno individua in rete,  è un reale problema della vita offline.

Volendo ribaltare le cose, quando più persone capiranno che il web è una banca dati immensa, e che se la carta canta, il web incide a imperitura memoria, forse ci sarà una maggiore consapevolezza d’azione.

 

 

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