Social media e giornalismo: chi si fida, chi li snobba, e chi ci prova davvero

Come scrivevo in “Ma in fondo, che tweetimporta?” i media italiani stanno attingendo a piene mani dal social network più in voga del momento, ma questo non ha modificato le loro abitudini di interazione. O meglio, di non interazione.
Parte del mio ragionamento trova conferma nei dati che ho appena ricevuto da Lewis Pr. L’agenzia di comunicazione è andata, come si suol dire, dritta alla fonte, chiedendo ai giornalisti (200) che uso facciano dei social media.
Per capire su che terreno ci muoviamo, i dati sulla presenza online degli intervistati: l’83%  è  su Facebook, il 70% su LinkedIn, e  il 69% su Twitter.   Il 9%, invece, proprio da nessuna parte.

Bene: i giornalisti (del campione) praticano social network site e bazzicano in rete, ma si fidano? “Il 38% attribuisce ai Social Media il ruolo di fonte di informazione, da utilizzare unitamente a tutte le altre. Il 25% si serve dei vari post per confrontare i diversi punti di vista, mentre il 24%non li tiene nemmeno in considerazione”.

L’11% attinge dettagli e ricami per “farcire” le proprie storie  (uso che a mio avviso va ben oltre l’11%). Sono fonte primaria solo per il 2% degli intervistati (e figuriamoci).
E poi, dove casca l’asino: più della metà degli intervistati (51%) considera i social molto importanti per la diffusione, ma solo se affiancati a una veicolazione più tradizionale come quella della stampa. Per il 14% non sono proprio degni di rientrare a pieno titolo del mondo dell’informazione mentre il 29% non riesce più a farne a meno: questi strumenti sono diventati imprescindibili perché consentono un’interazione tra i lettori, che avrebbero abbandonato il ruolo passivo a vantaggio del coinvolgimento.
Coinvolgimento. Già. Questo è quello che dicono di fare alcuni dei singoli giornalisti. E nemmeno tutti: il 19% ritiene i social media luoghi inadatti allo sviluppo di dibattiti “di un certo livello” (e, attenzione, il 50% si rifiuta di condividere in rete i propri scritti).

Se quindi per i colleghi qualche speranza rimane, per le testate pare proprio di no.
I profili Twitter delle testate nazionali, ad esempio, sono quasi sempre feed. Ogni tweet non è altro che un rimando all’articolo o alla notizia pubblicati altrove.

Nessuna interazione, nessun contatto con l’interno. E dire che qualcuno ci prova, ad avviare delle discussioni (che vista la conformazione del sn specifico, potrebbero anche essere brevi). Esempio lo screenshot qui a lato. Repubblica Bari linka un pezzo, e uno dei soggetti coinvolti, l’assessore regionale, risponde.  Morta lì.

Ora, dato che le risposte non arrivano per nessuno, bene che non sia arrivata nemmeno per il politico (della serie “la legge di Twitter-feed è uguale per tutti”), ma era un’occasione come un’altra.

Corriere Cinema (@corriere_cinema) ci va pesante con i retweet (ma son quelli di Maria Teresa Veneziani che si occupa per la testata – come da descrizione – di società e costume), però a differenza di molti  usa gli hashtag. Per il resto, i favorites non esistono, di mentions nemmeno a pagarne, e via così.
Certo, per seguire un profilo ufficiale servirebbe del personale specifico e regole ben precise (la comunicazione ufficiale online, quando diventa interazione, è una bella gatta da pelare e le aziende lo sanno da parecchio). Resta tuttavia un peccato che il giornalismo, che da anni si arrovella sul citizen journalism, sia il primo ad usare un mezzo fertile come Twitter, senza di fatto usarlo. L’ennesima vetrina, utile per la sua immediata e comoda fruizione, ma senza alcuno spazio per la scoperta.

Ma attenzione, perché qualcuno ci ha provato con successo. E’ il Corriere Fiorentino (@corrierefirenze). Per dovere di cronaca premetto che collaboro con la testata in questione, ovvero la costola locale del Corriere della Sera, e che forse proprio per questo mi sono iscritta al profilo Twitter per  poi mettermi “in ascolto” (critico). All’inizio, calma piatta. Solito meccanismo di cui parlavo sopra. Feed su feed, e via andare. Con la difficoltà ulteriore di essere una testata locale, quindi priva di quell’appeal che possono avere quelle nazionali (su questo torno più tardi).

Ad un certo punto però qualcosa è cambiato. Ho cominciato a vedere tweet che erano veri tweet. Hashtag, linguaggio secco – che spesso lasciava vedere chiaramente la fretta della diretta –  repliche, foto. Manifestazione degli studenti, consiglio comunale sulla neve (17 dic 2010) e poi ancora gli eventoni Renziani alla Leopolda. Pitti Uomo, di recente. Poi, il banco di prova decisivo e difficile: la tragedia all’Isola del Giglio. La nave Concordia affonda e comincia la cronaca via Twitter. Tanto serrata da portare qualche lettore a dire “oh, adesso defollowo, perché basta”. Eppure funziona. Finalmente un profilo ufficiale “si sporca le mani”, entra a pieno nella logica d’uso del mezzo. E se ne assume la responsabilità: non sei su carta, non hai 8 ore di desk per ribattere all’ultimo momento la versione giusta, l’ultima dichiarazione o smentita. Sei in mezzo, con una bella scritta sulla testa che dice che tu sei un organo ufficiale d’informazione. Ogni volta che parte il live blogging sul sito viene segnalata la “diretta twitter”.
Una ricerca che vada oltre il contributo inviato, che richiede tempo e verifica e la costruzione di qualcosa di nuovo. Perché se qualcuno i giornalisti non li manda più “sul campo”, o “per strada”, evidentemente nemmeno su Twitter.

E finalmente direi. Se questo atteggiamento diventasse buona prassi di ogni testata (non dico per tutto, perché sarebbe impossibile, ma almeno per qualche caso speciale), forse si riuscirebbe a scardinare il meccanismo per cui la reputazione “social” delle testate dipende ancora da quella che si sono guadagnate offline.

L’Osservatorio New Media & New Internet della School of Management del Politecnico di Milano ha fotografato la presenza su Twitter di molte testate italiane, da Italia Oggi a Il Piccolo, da Il Gazzettino a Europa, passando per i soliti noti. La tabella a disposizione registra il periodo che va dal 15 ottobre al 15 novembre 2011.

Volendo fare una breve classifica La Repubblica online (@repubblicait) vince a man bassa (l’unica che ha il buon gusto di ammettere nella descrizione profilo “Il twitter feed ufficiale delle notizie di repubblica.it”). 197.546 followers (>269.246 mentre scrivo) seguita da Il Fatto Quotidiano (@fattoquotidiano) con 165.896  (>217.861). Bronzo per la Gazzetta dello Sport (@Gazzetta_it) 131.271 (>210.833).

Sono numeri che sembrano confermare il successo dei diversi presidi online (e di certo ne attestano la giustificata popolarità ) ma difficilmente sono da interpretare come il risultato di un corretto uso di tecnologie e linguaggi della rete. Il seguito che queste testate si sono conquistati online è  figlio di una credibilità conquistata altrove. Facile quindi immaginare quali risultati potrebbero ottenere se riuscissero a fare il “grande passo”  entrando realmente nella conversazione dei social media, facendone proprie regole e dinamiche.
Il giornalismo ne trarrebbe benefici, i lettori pure.

giornalisti, internet, Opinioni, Senza categoria