Planet Funk, Alex Neri: “Il tour anni ’70″ (Extended Version)

Posted by Diletta Parlangeli on Gen 20, 2012 in dnews, musica |

Altro che “Illogical Consequence”. Quando non ci si affanna a sfornare singoli per assediare le charts, in realtà le conseguenze sono molto chiare: dischi di successo e gusto (di chi fa, e di chi ascolta). Per i Planet Funk, fino a richiesta di smentita, funziona così da più di 10 anni. Saranno sul palco dell’Orion  sabato 21 gennaio, dopo una serie di date che hanno seguito l’uscita di “The Great Shake”. «Un tour un po’ anni Settanta»  spiega dj Alex Neri, anima del gruppo.
In che senso?
Abbiamo suonato i nuovi brani prima dell’uscita dell’album: i singoli sono cresciuti in pratica davanti al pubblico.
Che, deduco, abbia apprezzato la nuova voce.
Alexander Uhlmann ha cancellato ben presto il nostro passato, e di una cosa sono  contento: i cantanti si sentono sempre insostituibili. Il suo arrivo ha dimostrato che non è così : quello che rimane, alla fine, è la musica.
Oddio, qualche gruppo  italiano che non ha retto bene l ’addio del cantante, a me sovviene.
Vero, ma sono generi diversi e anche  il fatto di essere  un collettivo ci  ha premiato: per noi il cantante è la ciliegina sulla torta.
Con le collaborazioni italiane siete selettivi?
Più che altro siamo 4 fuori di testa, per cui non esiste che ci svegliamo pianificando qualcosa. Certo, devi avere anche c**o ad avere Jovanotti in un cd, ma sono partecipazioni  spontanee.
Spontaneità, ma  anche molta cura: la vostra discografia “lenta” parla piuttosto chiaro.
Abbiamo sempre approcciato questo gruppo con molta onestà. Facciamo un disco quando c’è la vibra giusta. Ecco perché tante pause.
Se la major dice: “O mi fai 3 dischi in 5 anni, o ciao”, poi l’ispirazione tocca farsela venire.
Eheh, certamente. Ognuno di noi ha un’altra attività: chi produttore, chi dj come me.
Uh, i dj: nuovi “miti” della musica!
Le nuove rockstar. Di oggi però, non di domani. A me il dj che riempie gli stadi non piace. Vado contro il mio interesse, ma per farti capire quanto sono annoiato: mi sono messo a suonare le tastiere.

[*Bonus Track]

Beh, e se lo dici tu.
Sì, vado contro me stesso. Non sono un grande fan di questi fenomeni commerciali, anche se alcuni riconosco che valgano, mentre altri sono montati dai media. Alla fine sono convinto che un dj set sia  asettico, per questo non meriti le arene. Le arene sono per un gruppo di musicisti. Tornando al mestiere, c’è anche da dire che ormai con il computer è davvero molto facile per tutti fare i dj.
Come per chiunque essere un reporter. Non è un problema, quanto un cambio di prospettiva: il mio lavoro diventerà la selezione e la verifica delle fonti, il tuo far valere esperienza e competenze.
Come in tutte le cose la maggiore accessibilità cambia il panorama. Io credo che chiunque abbia dentro un po’ d’arte, ma anche che non tutti siano adatti a comunicare qualcosa. Che poi, in realtà, io sono anche contento che ci sia stata una “riscossa dei giovani”.
Secondo me non fa che rafforzare il bagaglio che ha chi ha lavorato tanto.

Sì, io che ormai sono “old school” me ne rendo conto. Se vuoi lanciare un locale, portare in un club gente che balla, ti rivolgi ai nomi di esperienza.
Appunto.

Che poi,  l’atteggiamento “il mercato lo riprendiamo noi giovani, perché ci avete rotto il c***o” a me va benissimo. In un Paese come questo, sono felice che succeda. Va solo detto  che non si può radere tutto al suolo e che sarebbe bello trovare una via di mezzo tra le due cose.

*Quelle con Alex dovevano essere semplicemente due battute a corredo di un pezzo. Lo spazio non era molto. Visto però che ho avuto il piacere di intrattenermi con lui in una piacevole chiacchierata,  ho aggiunto qualche altra considerazione che abbiamo fatto insieme per l’Exended version di questa intervista.

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