Ministro Fornero, due parole da una privilegiata

Che il ministro del Welfare Elsa Fornero si “acchiappi” o meno con i giornalisti, mi importa tanto quanto. Mi interessa decisamente di più quando leggo le sue dichiarazioni sulla categoria, che secondo lei «sta sperimentando la durezza di un mondo che non fa sconti a nessuno», dopo «essersi avvalsa di privilegi» anche grazie alla sua «vicinanza al potere politico».
Ora, visto che lo faccio di mestiere, vorrei dare al ministro una notizia.

I giornalisti privilegiati esistono – per carità – ma sono pochi. Sono quelli che hanno firmato contratti dorati molti, molti anni fa, all’epoca in cui i giornali persino affittavano mezzi privati per mandare qualcuno a fare un’intervista. La casta  “moderna”?  Beh, quella si sarà mossa come fanno tutti quelli delle caste, prendendo tutto quello che poteva, da chi poteva. Anche dalla politica, certamente.
Parlare per categorie però è utile quanto rischioso. Dire che siamo dei privilegiati e come dare di “Papa” al parroco della chiesa di frontiera, o di barone ad ogni professore universitario.  Osando, è come condurre lo stesso gioco che ha fatto Brunetta quando ha parlato a tutti gli statali dandogli di “fannulloni”.

Le cose stanno diversamente.Non solo qui la maggior parte di noi non “si è avvalsa” di nessuna vicinanza a chicchesia, ma neanche lo farà.
Nessun vittimismo. Io scrivo da privilegiata, ma sul serio. Privilegiata perché ho avuto la fortuna di trovare qualcuno che mi firmasse un praticantato nel 2006 e privilegiata perché ho firmato due contratti a tempo indeterminato. Uno con un’azienda che poi mi ha fatto finire in cassa integrazione, e il secondo con un’altra che è entrata in stato di crisi. Nel contempo sono diventata professionista, e non è cosa da poco, vista la difficoltà di arrivare all’esame professionale facendo pratica in redazione.
Adesso ho un contratto di solidarietà (tutti gli stipendi tagliati, per consentire di restare “dentro” a più persone possibili), ma è sempre un contratto. E non faccio ironia. In confronto a tanti colleghi, io  mi sento fortunata. Certo, preferirei esercitare la mia professione a tempo pieno, senza stipendio decurtato e via dicendo, ma questa è un’altra storia.

Tra i giornalisti “privilegiati”, quelli che di vicino, al massimo, hanno avuto i propri genitori, ci sono colleghi che vengono pagati 3 euro a pezzo. E’ questo quello che vale la nostra “opera d’ingegno”. Un articolo – nei quotidiani – viene retribuito dai 7 ai 25 euro. Lordi, ovviamente. Sull’online non stiamo nemmeno a parlarne, visto che il massimo in media è di 15/20 euro. Questo senza contare che da free lance le spese te le accolli tu (oddio, non che da redattore…) quindi anche solo le chiamate per le interviste che servono all’articolo che ti sarà pagato quella cifra, sono a carico tuo. La benzina, gli spostamenti.
Volevo risparmiare la retorica del “sempre che ti paghino”, ma è giusto ricordarlo. Perché gli stagisti nelle redazioni sono una realtà, i professionisti non retribuiti, anche. E assicuro al ministro che certi compromessi si accettano, quando sai che se il galoppino non lo fai tu, quello che ti sta appiccicato alla nuca aspettando un tuo errore sarà felicissimo di farlo al posto tuo.

La cronaca delle infelici dichiarazioni del ministro (compreso l’errore sul contratto nazionale dei giornalisti, che è vecchio sì di 100 anni, ma è stato modificato e  rifirmato nel 2009) l’ha fatta tra gli altri Matteo Bartocci su Il Manifesto. Lo ringrazio anche per aver fornito qualche numero, come gli iscritti all’Inpgi2 (la gestione separata per la previdenza dei giornalisti che svolgono lavoro autonomo): 30.194 nel 2009 con un reddito medio di 800 euro – lordi – al mese. I privilegiati.

Che poi Inpgi e Casagit (Cassa Autonoma di Assistenza Integrativa) debbano rimettersi in pari, lo sanno da molto prima che cadesse Berlusconi, e bisogna anche che  si adoprino, non c’è dubbio (per inciso, anche in quel caso le giovani generazioni pagano ere di rimborsi epocali corrispondenti a detrazioni ridicole).

Qualche altro dato nell’articolo di Panorama.it sull’aumento e impoverimento del precariato (come la riduzione del 31% dei rapporti di lavoro di praticantato da un anno all’altro) che si rifà al rapporto “Giornalismo; il lato emerso della professione”. Proprio in questa analisi a cura di Pino Rea a Vittorio Pasteris leggo in merito all’elenco di disoccupazione nazionale previsto dal Contratto di lavoro Fieg-Fnsi: “Complessivamente, al 15 settembre 2010, in quest’ ultimo elenco sono iscritti 4.768 giornalisti (pari al 9,68% degli attivi), di cui 2.930 disoccupati ‘pieni’ e 1.838 occupati con contratti a tempo determinato. Dall’aprile 2002 al 15 settembre 2010 il numero dei giornalisti iscritti all’elenco Fieg-Fnsi è salito da 3.309 a 4.768, con un incremento del 44,1%”.

«La competizione – ha detto la Fornero – vale nei settori produttivi perchè le cose possono essere prodotte da noi o da altri, vale per l’idraulico e vale anche per i giornalisti. Questo è un richiamo. Nessuno si può sottrarre»: le assicuro che in questo contesto la parola “competizione” è un eufemismo. Sarebbe molto più facile parlare di “occhi iniettati di sangue”.

Proprio per queste condizioni generali esistono ottimi coordinamenti e iniziative: tutte quelle regionali dei vari giornalisti precari, Errori di stampa, e ultima in ordine di tempo La carta di Firenze.

giornale, giornalisti, internet

  • Neck

    piu’ che privilegiati SIETE DEI PEZZI DI MERDA!
    E mi piace che tu lo legga, vai tranq che non fa niente se non lo “pubblichi”.

  • Diletta Parlangeli

    Beh perché non dovrei? Non mi sento minimamente chiamata in causa. Se poi tu avessi qualcosa di specifico da dirmi puoi firmarti. Con il nickname so’ buoni tutti :)