Ma in fondo, che tweetimporta?

Il mondo dell’informazione ama i tormentoni. Segue ciò che reputa innovativo come il pubblico fa con la canzone dell’estate: per qualche mese, quando va bene parecchi, sembra che non esista altro. Poi, come scade la stagione, arrivederci e grazie.
Succede così con le notizie vere e proprie, figuriamoci con ciò che è in grado di riempire pagine bianche in nome del teorema “minimo sforzo>massimo risultato”.

Twitter è il nuovo Facebook d’Italia. Almeno per i media.

Sono loro ad usare sempre lo stesso metodo: prima sospettano di ciò che non conoscono, poi appena riescono a capire come lo possono sfruttare, se lo fanno amico spremendolo fino al midollo.

Dacci oggi il nostro titolo quotidiano
C’è stato un periodo in cui i commenti alle notizie che giravano in rete passando di blog in blog, o le notizie stesse che incredibilmente (siore e siori) arrivavano proprio dalla rete, si sono meritate degli spazi sui quotidiani cartacei (il titolo-tipo corrispondente era “IL TAM-TAM DELLA RETE”).

Quando quel processo è stato totalmente metabolizzato  – tanto che i blogger competenti sono diventati  a pieno titolo editorialisti  o  punti di riferimento accreditati -, c’è stata l’era-Facebook: e via spalle e tagli bassi fitti-fitti riempiti con i nomi dei tanto famosi “gruppi” e “pagine” nati sul social network e riferiti a qualsiasi argomento (titolo-tipo: “E LA RETE SI MOBILITA”/”LE REAZIONI DELLA RETE”/”IL POPOLO DI FACEBOOK”).

Da qualche mese è il turno di Twitter.
In Italia i pionieri – parliamo del 2007 – ci sono arrivati per segnalazione, per osservazione del fenomeno all’estero e comprensione delle sue potenzialità, oppure, più semplicemente e più tardi, perché attratti dalla definizione  di “anti Facebook” (fuorviante, perché non nasce certo come  alternativa per chi non andava d’accordo con le regole di Zuckerberg). Piano piano è stato scoperto da molte più persone senza tuttavia diventare di “massa” come la creatura del genietto rossiccio.

Qualche dato per capire gli ordini di grandezza in cui ci muoviamo li riporto dal post di Vincenzo Cosenza dell’ottobre 2010 che ha fatto qualche considerazione sui dati snocciolati da Salvo Mizzi: si parla di 1.3 milioni di utenti contro i 16.5 (e rotti) di Facebook.

Attenzione però al nuovo traino: i”vip”.  Non solo con la semplice presenza, quanto con un’attività seria e ragionata, nomi come Frankie Hi-Nrg, Lorenzo Jovanotti e Fiorello (moltiplica followers a un ritmo da far spavento a chi lo fece con pani e pesci) sono in grado di trascinare nel regno dei 140 caratteri anche chi lo ignorava.

Twitter su carta e in  tv.
In tutto ciò, i media si danno da fare. Avevo conservato una foto di un box pubblicato sul Corriere della Sera durante l’ultima festa del Cinema di Venezia. Prima di pensare questo post, lo avevo fotografato perché mi sembrava che i tweet perdessero tutto il loro senso riportati in quel modo su carta e che sembrassero solo una testimonianza alla “io c’ero”.

Il 23 ottobre, è morto il giovane pilota Marco Simoncelli. Il giorno successivo, invece di riportare i virgolettati di cordoglio – come forse sarebbe successo ad ogni deskista alle prese con le Ansa di reazione a corredo del pezzo solo qualche tempo prima – nella testatina comparivano i tweet dei personaggi famosi.

Che Twitter fosse arrivato davvero a tutti me l’ha fatto intuire anche la rubrica apposita all’interno del programma Verissimo (sì, quello di sabato pomeriggio su Canale5 condotto dalla Toffanin con l’onnipresente Signorini e tutto il cucuzzaro).
Nell’ambito della trasmissione Alvin mostra i tweet più interessanti- la puntata che ho beccato io sullo schermo in studio c’erano quelli di Britney Spears, Melissa Satta e un’altra che non rammento.
Ho visto poi che la rubrica era stata annunciata per tempo:

Cosa resterà, di questi tweet ’80

Twitter di qua, Twitter di là. Che il social network sia diverso in tutto e per tutto da Facebook, è cosa piuttosto nota, per cui evito di dilungarmi. Che il secondo sia usato anche da chi in precedenza non aveva nemmeno una mail, mentre il primo costringa a logiche più web based (o quanto meno “social-web-based”), pure.
Nell’ottica di questo post, le domande sono: quando i media tradizionali si stancheranno di lui? Come operano lì sopra, proprio in quanto media? Quanti dei vip (o degli amici dei vip – colleghi compresi – che premono “reply” solo per rispondersi tra loro, nel teatrino che fomenta curiosità) resteranno attivi dopo le fasi di promozioni varie? E le grandi firme avranno capito che Twitter non è una vetrina e che per leggere i loro editoriali abbiamo già i quotidiani (quindi o interagiscono,  o verranno dimenticati)? Quanti nuovi utenti stanno seguendo i loro idoli e quanti verranno trascinati nel vortice del retweet?

Parlando di rapporto tra le testate giornalistiche e il loro modo di usare Twitter, gli unici dati che ho trovato riguardano gli Usa, ma sono ben articolati da Lsdi qui. Cito: “Una ricerca appena realizzata dal Pew Research – dice Piero Macrì sull’ Osservatorio europeo di giornalismo (Ejo) – ha accertato che il 93% dei tweet fanno riferimento a contenuti pubblicati sul proprio sito. I link esterni sono praticamente inesistenti, così come rari sono i tweet privi di link. La logica con cui si utilizza Twitter è, quindi, associata indissolubilmente a un contenuto distribuito in prima istanza attraverso il proprio giornale online”.

Come volevasi dimostrare.

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