Zarrillo: il pubblico ha da fare, devi bussargli a casa per farti ricordare
(foto Daniela Boccadoro)
Diletta Parlangeli>Roma
Un giorno ha preso tutto quello che aveva realizzato in 6 mesi di lavoro e l’ha buttato. C’era qualcosa nel suono che proprio non gli andava giù. Ora però Michele Zarrillo è soddisfatto del suo “Unici al Mondo” (Sony Music). Cordiale e gentile, piedi per terra: «Credo di aver fatto un buon disco, almeno dai riscontri che ricevo. Poi me lo dovrete dire voi». Su una cosa ha ragione: «Ogni brano fa dimenticare l’altro», ogni traccia un mondo e un ritmo differente.
Cito “In questo tempo”: “Sognavamo un mondo giusto”. Nostalgia?
Con Giampiero (Artegiani, autore dei testi, ndr) pensavamo all’atteggiamento di un tempo, quello degli anni ’70 per intendersi, quando si aveva la sensazione di lottare per un sogno realizzabile. È come se quel periodo si fosse cancellato. Si parla solo di economia – e sono di fatto anni durissimi – ma qui ci sono anche 30 anni di lavoro culturale bruciati.
Dice anche “la cultura ha perso i denti e glieli ho strappati anche io”.
Incautamente un po’ siamo tutti colpevoli di questo. Non volevo sembrare quello buono e giusto che sta lì a sindacare sugli altri.
Adesso un bilancio musica-guadagni. Come va?
Va che con alcuni live se riesci a pareggiare le spese hai già vinto. Basta pensare ai tour teatrali: se non superi i 1200 paganti, è dura. Uno come me, che è sempre stato del “ceto medio”, per portare al concerto 2mila paganti, deve risvegliare un po’ gli animi. Se non sei presente e gli ricordi che gli piaci…
Specie ai più giovani?
Certo. Vedo anche dei 15enni ai live e questo mi riempie di gioia, ma il 65% diciamo che è over 25 e insomma, gente che ha famiglie e problemi quotidiani. Se non gli vai a bussare a casa mica si ricordano di te.
Quindi viva promozione e ospitate?
Se fatta bene sì, purché si canti.
Nuovi talenti?
Diciamo che nel pop è dura. C’è poco che ti rimane attaccato e molto karaoke, ma l’emozione non è quella che dura 5 minuti. Esempio: quando vado a Galleria Borghese “boom!” mi arriva la botta davanti ad un’opera. Ogni volta, come fosse la prima. Per le canzoni deve essere lo stesso, devono restare. Prendendo con le pinze il parallelo, io nel mio piccolissimo mi accorgo che alcune mie vecchie canzoni nel tempo migliorano. Prendi “L’acrobata”: ogni anno mi rende di più (si vede dalla Siae). Il paragone era per capirsi, eh.
Si avvertiva la non presunzione.
Per concludere, il concetto è che ci sono i Coldplay, ma sono mosche bianche. Nelly Furtado ha fatto un buon primo disco, poi si è persa nel business. Norah Jones poteva fare di più. Una brutta comunicazione genera un brutto pubblico, ma le cose buone ci sono: basta stare attenti.
