I MacCanismi di un genio

Non ho nessuna intenzione di vendere fuffa: il primo prodotto Apple che ho acquistato* è stato un’iPhone (4), preso dopo sei ore di fila a Roma Est, una mattina – o meglio un’alba – del luglio 2010. Lo desideravo da mesi e dopo una chiacchierata illuminante qualche sera prima della sua uscita in Italia non ho più avuto dubbi: doveva essere mio. Dopo un anno esatto ho fatto l’altro “salto”: addio ai pc, si passa al Mac (BookPro).
Non sono esperta e detesto chi lo fa quando non lo è, per cui chi è capitato qui aspettandosi un post rivelatore sulle immense capacità tecniche delle invenzioni di Steve Jobs o aneddoti sulla sua esistenza, può anche procedere oltre (quit).

Chi è rimasto ora si starà legittimamente chiedendo cosa stia cercando di scrivere. Non lo so, esattamente come un anno fa davanti all’Apple Store: nessuno me l’aveva ordinato e forse non lo sapevo nemmeno io perché avevo aspettato tutte quelle ore per essere lì, ma al tempo stesso sapevo che volevo esattamente essere lì.
Cerco di condividere alcune delle cose migliori che ho visto e letto su Steve Jobs oggi, il giorno della sua morte. Perché non sarò feticista della mela (ricordo che posseggo tutt’ora un blackberry) né conoscitrice dei grandi segreti dell’azienda, ma tendo ad osservare le cose. E oggi vedo questo, in mezzo al retweet facile e lacrimoso degli “addio a” e allo share compulsivo dei video: quando qualcosa entra di prepotenza nella tua vita cambiandone le abitudini (di scrittura, condivisione e quindi interazione) la o le persone che l’hanno inventata ti sembra un po’ di conoscerli. E ai geni, quando il mondo ha la fortuna di riconoscerli per tempo, va anche un po’ dato merito.
Dopo tutto succede la stessa cosa con un artista che si ama. Di che stupirsi. E di che indignarsi poi se in tanti si uniscono al coro: con tutto il rispetto per i morti di cui non si parla abbastanza – capisco e condivido – volendo essere cinici si leggono tante di quelle cazzate ogni giorno, che possiamo pure permetterci di essere monotematici, per una volta.

Una delle migliori analisi di tutti i meccanismi scardinati da Jobs l’ha fatta Federico Rampini su Repubblica (consigliata la lettura a quelli che “eh vabbeh, solo perché fa oggetti fighi che costano il doppio degli altri”) raccontando come abbia spostato i confini dell’informatica dal punto di vista tecnico, del design applicandolo all’informatica, della musica rendendola un tutt’uno con iPod e iTunes, e sì, pure della comunicazione aziendale. Il rapportocon i giornalisti era pessimo a causa di una rigida segretezza: assoluta e non opinabile (chi sovvertiva, pagava caro). Così tanto parossistica da generare adesso il sospetto che  possa essere stata sfruttata anche davanti alla sua scomparsa, troppo ravvicinata secondo le malelingue alla presentazione dell’iPhone 4s, come racconta Bruno Ruffili in un altro calzante bilancio, questa volta su La Stampa.
Un mago del marketing, per giunta, sulla bocca di tutti  da prima che spuntassero coccodrilli come funghi. Lo ricordava la settimana scorsa Marco Patuano (ad di Telecom) dividendo il mondo in “Pre e post Steve Jobs”: “Prima se si rompeva il computer era colpa di chi lo usava. Fu lui  per primo a pensare: ‘Così non può funzionare, il prodotto deve essere perfetto e se il cliente dice che è una ciofeca allora non funziona, basta’”.

Visionario. Questa è la parola che più ho letto oggi, anche in alcune bellissime prime pagine di tutto il mondo.  In effetti la più calzante. Non lo sapeva nemmeno lui, prima di vederne i frutti. Nel discorso che fece ai laureandi di Standford (qui in versione integrale in inglese, per chi volesse il cartaceo domani la trova su Il Fatto Quotidiano) raccontava  come aveva “unito i puntini” solo nel tempo. Ci sono tante frasi degne di considerazione al di là del motto “Stay hungry, stay foolish” (che lui aveva adottato, come spiega), diventato subito il titolo-manifesto di quell’intervento.

Per fare qualche esempio:

“You can’t connect the dots looking forward; you can only connect them looking backwards. So you have to trust that the dots will somehow connect in your future. You have to trust in something — your gut, destiny, life, karma, whatever. This approach has never let me down, and it has made all the difference in my life”.

“And the only way to do great work is to love what you do. If you haven’t found it yet, keep looking. Don’t settle”.

“I’m convinced that the only thing that kept me going was that I loved what I did. You’ve got to find what you love. And that is as true for your work as it is for your lovers”.

[mia personalissima sintesi, ripetizioni volute: Non puoi sapere come andrà a finire prima della fine, quindi bisogna che tu creda in quello che credi. E siccome non è affatto facile sapere ciò che ami, quando hai il sospetto di averlo capito, credici].

Chi le vede o avverte come frasi d’effetto e meramente motivazionali, consideri che sono pronunciate da una persona che ha assemblato il suo futuro – e a cascata quello di molti altri – in un garage. Da uno che nessuno sta paragonando a Ghandi (anzi, pare avesse un discreto caratterino), che è stato confuso come tutti i ragazzi della sua età, irresponsabile come molti figli, stronzo, probabilmente, come molti leader e chissà quante altre cose.

Leggendo l’articolo di Federico Mello facevo attenzione al virgolettato: “Se hai un’idea devi alzare la voce”.  La fiducia nelle proprie azioni, o meglio nel loro risvolto futuro, è propria dei grandi geni. Quest’estate ho chiesto a Chiara Rapaccini quale fosse il più grande insegnamento che le aveva dato suo marito Mario Monicelli. Mi ha risposto: “Fare sempre sempre il passo più lungo della gamba. Esprimere sempre le proprie idee”.

Per essere una che non voleva dir nulla, forse ho detto abbastanza. Ultime segnalazioni: la puntata speciale di Agorà su Rai3 (ore 21),  un buon video e una vignetta segnalato da Daniele Lepido. E su Smamma un post delicato ed efficace, come avrei voluto fosse il mio.

*dovere di cronaca: ho precisato “acquistato” perché mi sono stati regalati negli anni precedenti due iPod. Uno – bellissimo, era dei primi belli spessi – giace sulle rotaie della metro di Roma. L’altro è un limited edition rosso. Ho avuto poco a che fare con entrambi perché non volevo ricorrere alla formattazione> non avevo ancora un Mac e loro invece erano stati programmati con la mela.

Mentre vivo, Opinioni

  • http://www.smamma.net/ Smamma

    Grazie (di nuovo) per la citazione e per il punto di vista che esprimi in questo post, che mi sento di sottoscrivere in pieno.

  • Diletta

    Ma grazie a te!

  • http://effelog.altervista.org/ Fabio13

    Articolo interessante, ma si ricade (per la verità meno che in altri scritti) nel solito discorso del genio visionario, inventore di tecnologie innovative che hanno cambiato il modo di concepire le cose, manco fosse Richard Stallman o Bob Widlar.

    Per me Apple ha inventato molto poco, tutti i prodotti rivoluzionari e le nuove tecnologie che vengono ricordate in questi giorni, già esistevano perché create/inventate da altri. Mouse, sistema operativo BSD, lettori mp3, touch resistivo…

    Apple è una grande azienda produttrice di status symbol, le aziende innovative sono altre (IMHO).

  • Diletta

    Ti ringrazio per l’intervento, Fabio. Credo – a mio modesto avviso – che riuscire a produrre status symbol non significhi essere solo abili venditori. Poi sicuramente ha sempre giocato un ruolo interessante il tipo di storia: le cadute, i fallimenti e gli errori di valutazione dai quali si è sempre ripreso egregiamente.
    Come sempre la storia risponderà a tutte le domande. Secondo te la Apple dunque non risentirà della sua assenza?

  • http://effelog.altervista.org/ Fabio13

    Domanda “spinosa”. Il successo di Apple non è stato solo una questione di pure caratteristiche tecniche o aspetto dei prodotti. Utilizzando tecnologie già presenti, sono riusciti a realizzare prodotti che appena usciti mostravano già una buona “maturità” (ci sarebbero tanti esempi da fare) a differenza di quelli della concorrenza.
    Questa “maturità” unita al marketing e alla fama che gode Apple ha fatto il resto.
    Sicuramente Apple risentirà a livello di immagine della perdita del suo leader carismatico, ma ad impensierirla in futuro, penso, saranno proprio i concorrenti, che imparata la lezione, stanno incominciando ad uscire con prodotti “validi”, spesso superiori su tutti i fronti agli omologhi di Cupertino (a parte il fatto di non avere una mela sopra).