Capitan Vinicio guida il capolavoro

Posted by Diletta Parlangeli on mag 30, 2011 in musica, Opinioni, Senza categoria |

(Foto di Elettra Dallimore)

Era prevedibile che alla fine,  seduto, non sarebbe rimasto nessuno. E dire che su una nave non è facile mantenere l’equilibrio in piedi. Per dirla tutta non era nemmeno facile riuscire a fare un album come “Profeti, Marinai e Balene” (La cupà/Warner). Ci voleva del coraggio per mettere su un’opera che attingesse a piene mani dalla letteratura di mare senza che suonasse come una noiosa messa in scena di citazioni e scroscii d’acqua alla rinfusa.  L’impressione è che Vinicio Capossela si sia tolto uno sfizio, e ne vada anche fiero.  Quasi lo ammette a inizio concerto (venerdì 27 maggio, Auditorium della Conciliazione di Roma – “Benvenuti nella pancia della balena vaticana”): “Se è vero che al peggio non c’è mai fine, come dimostrano questi giorni, è anche vero che neanche al meglio, c’è mai fine”.
E infatti.
Che il concerto fosse lungo quanto l’album era cosa nota (più di due ore e mezzo sul palco), ma che si arrivasse alla fine con la sensazione di volerne ancora un po’,  meno: “Renzo Fantini mi diceva ‘Non devi starci troppo, la gente deve andare via con la voglia di tornare’… adesso gli risponderei: ‘Ma come faccio se sono io che non voglio andare a casa!‘”.  Lo dice alla fine, davanti ad un pubblico che applaude in piedi, prima di inanellare l’ultimo brano, “Le sirene”, diventato a ragione il singolo di rappresentanza del cd, ma non per questo il meno identificativo (gli altri restano troppo “difficili” per una rotazione radiofonica).
La scenografia inquadra i musicisti nello scheletro della pancia di una balena, mentre a lato del palco la ricostruzione di una prua ospita alternati il cantautore e il coro (eccezionale).  Una messa in scena teatrale attenta e coinvolgente (per farsi un’idea ecco la gallery), che inizia sin dall’ingresso,  dove un marinaio vende per un doblone e mezzo il giornale di bordo, con tanto di cartine navali, citazione dei testi, e via di seguito.  L’atmosfera è perfetta, rende omaggio al lavoro in studio e lo impreziosisce con qualche trovata ad hoc (le sorelle Marinetti deliziose in “Pryntyl”, ad esempio).  Il primo blocco viene interrotto da qualche vecchio successo (il pubblico si scalda, ma lui risponde “non le possiamo fare tutte, ma ho un’idea”), compreso “Il ballo di San Vito”, e poi prosegue con la chiosa (con tanto di birra tre quarti sul pianoforte).

Sul palco, grandissimi anche  tutti gli altri:  Mauro Ottolini (trombone, conchiglie – e dico conchiglie, bellissimo effetto – ottoni, flauti, kalimba, temporale), Achille Succi (flauti, shakuhachi, shehnai, tin whistle), Alessandro “Asso” Stefana (chitarre, banjo, baglama), Glauco Zuppiroli (contrabbasso), Zeno De Rossi (batteria, conga, gong delle nuvole, teste di morto), Francesco Arcuri (sega musicale, balafon, campionatore, steel drum, saz, santoor), Vincenzo Vasi (theremin, campionatore, marimba, voce, glockenspiel) e il coro formato da Massimiliano Cutrera, Giovanna Dallelli, Edoardo Rossi e Diletta Donati.

Pezzi difficili come “I fuochi fatui”“La bianchezza della balena” o “Il grande Leviatano” fanno da affluenti a belle ballate come “Polpo d’amor” (geniale il costume per l’occasione) o canzoni sognanti come l’esotica “Calipso” per sfociare tutti in quelle acque solcate da Marinai, Profeti, e Balene.
Brano di una forza struggente, non “liberamente tratto”, a differenza di altri, da nessuna letteratura: “Le Pleiadi”.  Tanto per essere controcorrente.


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