Penso che un sogno così non ritorni mai più

Posted by Diletta Parlangeli on mar 17, 2011 in Mentre vivo, Opinioni |

Per oggi possiamo lasciare anche un po’ di spazio alla retorica. Perché tutti i festeggiamenti, di qualsiasi sorta, in fondo un po’ retorici lo sono, e non c’è niente di male.
Il 17 marzo non sta ancora nemmeno sui calendari, per cui dobbiamo ancora farci l’abitudine (prova ne è il fatto che invece di farci gli auguri tra di noi, li facciamo al nostro Paese).  Ma ci entrerà nella testa cocciuta, prima o poi, come succede con tutto quello che ci riguardi. Intanto guardiamo un po’ straniti la carrellata di eventi e lo sbocciare di coccarde tricolore (specie nei negozi cinesi ad un euro e cinquanta centesimi), il fluire insolito di discorsi patriottici e un’insensensata – ma non insana – voglia di sentirsi parte di un qualcosa. Voglia di appicicare i pezzi e amalgamare idee, di credere che qualcosa dopo tutto l’abbiamo fatta, o quanto meno l’hanno fatta per noi (che per un italiano, è oggettivamente il top).
E se proprio non ci viene, basta fare un giochino semplice per sentire di partecipare a questi 150 anni d’Unità d’Italia. Alzare gli occhi su un palazzo del centro, essere in stazione e pensare agli schiaffoni dal binario di un treno di Amici Miei, incontrare un nonnino che dice “perché io ho fatto la GUERA” e ridere per  Sordi,  trovarsi a canticchiare “volare oh oh”,  giudicare un caffè “una ciofeca”. Ma anche muovere le mani compulsivamente per spiegare un concetto, inveire contro l’automobilista davanti che non parte al verde, maledire il giorno in cui i nostri cervelli se li sono presi gli altri, e sì, rifuggire un conterraneo che si azzecca in vacanza, proprio quando di italiani non ne volevi vedere.  Farsi pesare il culo, ma anche farselo a “spigoli vivi” (come diceva il mio grande prof di lettere) per fare al meglio quello che si vuole fare. Sentire come un privilegio quello che hanno fatto tutti quelli prima di noi, ed avvertire che siamo infinitamente piccoli davanti a tutto quel patrimonio, e che ci ha detto bene, perché noi non saremo mai capaci di replicare tanta grandezza.  Fare un po’ i ganzi, quando le facce degli altri si aprono nello stupore davanti al fatto che vivi a Firenze o a Roma, e sapere che non hai nessun merito per questo, ma anche in quel caso “ti ha detto bene”.
Ascoltare i racconti di tua nonna, e sapere che non sarai mai forte quanto lei. Ammirare l’ottimismo di tua madre mentre pensi che sei e resterai una maledetta pessimista, perché credi fermamente che sia giusto così. Aver voglia di riguardare gli occhi di tuo nonno e le sue mani che raccoglievano frutti dalla terra rossa e mandavano cartoline dal militare. Abbracciare tuo padre pensando che vorresti farlo più spesso e ritrovarti nel suo senso del dovere.
Odiare gli spot alla Mulino Bianco e adorare i suoi prodotti. Piangere per un atleta che vince con il tricolore addosso.
Il giochino funziona. “Andate fuori gridando Viva l’Italia”, urlò Garibaldi ferito (ad una gamba, ovviamente). Facciamo che adesso esco e lo penso e basta, ché il resto mi costa fatica.

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