Mannarino: è la pancia a farmi cantare in romanesco

Posted by Diletta Parlangeli on mar 15, 2011 in dnews |

Diletta Parlangeli>Roma

C’è sempre un momento in cui ci si accorge che la ruota sta girando e qualcosa di meglio è vicino. Per Alessandro Mannarino quel momento è arrivato durante uno spettacolo teatrale e adesso è al secondo album, “Supersantos” in uscita oggi (Leave srl/Universal). Reduce da 3 sold out a Roma  sarà sabato al Parco della Musica con il Coro dei Minatori di Santa Fiora e il 23 giugno  a Le Capannelle per Rock in Roma.
Leggo che faceva il “dj con la chitarra” a Monti: che sarebbe?
A  20 anni giravo nei locali più disperati. Scrivevo già canzoni, ma mi vergognavo a cantarle,  quindi prima mettevo dischi di world music e poi verso le 3 o le 4, quando c’erano pochi superstiti   ubriachi, tiravo fuori la chitarra.
A tradimento!
Eheh sì, era così prima de il “Bar della rabbia” (precedente cd ndr): non me la passavo affatto bene.
Quando sono cambiate le cose?
Direi quando mi ha chiamato Rolando Ravello all’Ambra Jovinelli per lo spettacolo “Agostino”. Lì mi ha visto la Dandini e c’è stato “Parla con me”, e dopo  mi ha contatto Benetti di Universal tramite MySpace.
Autodefinisca la sua musica.
Sai che non saprei? È una cosa talmente diretta ed intima… è il mio genere, il modo di approcciare le cose.
E la definizione più assurda ricevuta?
Ah ne ho sentite di tutti i colori, i paragoni davvero più improbabili: qualcuno disse che ero a cavallo tra Tom Waits e Lando Fiorini.
Andiamo bene…
In realtà diciamo che è una soluzione ibrida, un meltin’ pot che mescola sonorità popolari ad altro.
Spinge con il dialetto romanesco.
Sì, ma è una scelta più emotiva che stilistica. Il dialetto lo usi quando parli con gli amici, quando ti arrabbi: è più carnale e passionale.
E il suo legame con la Capitale?
È un rapporto d’attesa.
Mmm…
Aspetto che succeda qualcosa, non sono molto campanilista. Quello che ho di questa città è l’aria che ho respirato  da quando ero piccolo, ora sono combattuto tra giudizio e speranza.  Anche la Roma che racconto nei brani è una città dei sogni: almeno nella musica puoi rende le cose migliori di quello che sono, te stesso compreso.
C’entra sempre l’amore, sbaglio?
Forse sì, ma è un amore puro che sta dietro alle cose.
Allora mi convinca che dietro “Statte zitta” non c’è il concetto “ti lascio perché ti amo troppo”.
Ma no! È la storia di un uomo abituato a fare una vitaccia, che ammette: “Io che non ho paura nella notte scura a far risse, guerre, scommesse, mille schifezze… tremo tremo forte tra le tue carezze”. Credo solo che siamo più abituati a star male che a stare bene.

(DNews, 15/3/2011)

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