Bollani, il pizzicato

Foto di MomyMomyx
Stefano Bollani: chiamatelo il tarantolato. Non si riesce a staccargli gli occhi di dosso mentre fa danzare le sue mani sulla tastiera del pianoforte. A vederlo suonare sul palco all’Auditorium Parco della Musica di Roma per Roma Jazz Festival nella formazione Danish Trio (al fianco dei due danesi Jesper Bodilsen al contrabbasso e Morten Lund alla batteria) sembra possibile che muova le dita a ritmo anche mentre prepara il caffè la mattina. Tormentato da una di quelle sapienze che ti tolgono il sonno e l’immobilità dei muscoli. Salta, si contorce, siede sullo sgabello con la gamba sinistra tesa all’indietro come saltasse un ostacolo, non ferma il piede destro nemmeno quando non spinge sul pedale dello strumento. Una sequenza di tasti bianchi e neri che sembrano troppo piccoli, troppo pochi per contenere la foga. Ci mette dell’ironia, rimbalza dai suoi brani ai rifacimenti di Billie Jean di Micheal Jackson a Mi ritorni in mente di Battisti, spezzettata e ricompota in un mosaico dai colori ipnotizzanti. E’ lì ma sta girando, ti passa davanti come una Ferrari a Monza. Si siede, si rialza, scalcia lo sgabello e poi lo riprende come a scusarsi: forse non voleva fargli fare quel volo che ne dimostrava la sua statica inadeguatezza. Ci si inginocchia davanti e lo usa come jambè, prende gli spartiti e li usa per accompagnare batteria e contrabbasso stofinandoli davanti al microfono. Ride, fa ridere. Posseduto da una frenesia inafferrabile che il pubblico cerca di acchiappare applaudendo, come fosse in giro nell’aria e la si potesse fermare sbattendo le mani. Non importa saperne molto di jazz, l’importante è non perderlo di vista: ma gli occhi dovranno essere più veloci delle orecchie.