Ma quali fulgide stelle
“Bright Star”, la storia d’amore del poeta romantico John Keats (regia: Jane Campion).
Prima ho pensato che fosse bello, come film.
Poi ho stabilito che solo chi non ha un cazzo da fare nella vita può permettersi il lusso di soffrire per amore. Chi ha una vita piena non ha né abbastanza tempo, né abbastanza modo.
Dopo il poi però, mi sono anche detta: “Accidenti, come abbiamo rovinato tutto”. Come siamo passati dalle “fulgide stelle” alle fulgide facezie. Dalla perfezione anelata all’imperfezione comprovata, dalle velette e gli ombrellini a cenni di approvazione svogliati, spesso neanche reali. Dall’adorazione al compiacimento, dalla passione al disturbo.
Prima mi sono anche detta che sarebbe stato difficile buttar giù qualcosa di non retorico. Poi ho pensato che perfino tutte quelle maniere forse, altro non erano che retoriche. Dando per scontato che la retorica sia tutta da buttar via, per altro.

Impeccabile la fotografia di Greig Fraser e la bellezza di Abby Cornish (nei panni di Fanny Browne). Quel che resta è un amore folle, anticonformista e coraggioso. Contro le maniere dei tempi, ma nella maniera giusta.
“C’è sacralità negli affetti del cuore, sai niente di questo?”