Crisi economica, ma non di idee: i videoclip ormai sono tutti indie (DNews, 09/12/09)
Verso l’edizione 2009 del Premio Videoclip Italiano: com’è cambiato il panorama produttivo
Diletta Parlangeli>Roma
Chi non ha soldi non abbia idee” si dice in Toscana. Così era fino a qualche anno fa nel mondo dei videoclip italiani. La crisi poi, fece da livella.
Oggi la presentazione dell’edizione numero 11 del Pvi, il Premio Videoclip Italiano – con 30 finalisti nella sezione indipendenti, da Nada ai Sonhora, passando per 7 Grani e Assalti frontali – ideato e diretto da Domenico Liggeri, che ne racconta la storia e la metamorfosi: «È un premio nato nel ‘99 constatando che non ci fosse nessuno spazio per le produzioni indipendenti. C’era un vero e proprio ostracismo sul basso badget, una censura violenta del mercato. Nessuno ammetteva che fosse preferibile acquistare dalle major, che poi avrebbero comprato anche spot pubblicitari». Era l’epoca, per capirsi, in cui il broadcast non era «professionale» e in cui «alcuni direttori si vantavano di guardare i video senza audio, per decretarne la qualità» . Così nacque un ambiente dove le persone potessero esprimere la propria arte almeno una volta agli occhi di tutti (il premio infatti solo successivamente ha accolto la sezione “mainstream”, dopo le partecipazioni gratuite di nomi ). Fecero la loro parte il movimento, la comunicazione («Riccardo Vitanza ha fatto un gran lavoro»), «l’uso del pc e la democratizzazione delle riprese».
E poi, la recessione: «Con l’ultima spallata della crisi nell’industria i budget si sono abbassati». Eccola, la livella. Quella per cui ormai la partita “mainstream/indie” si gioca più su un piano di contenuti che su quello economico. «L’indipendenza è sul concetto: è un taglio diverso, soluzioni diverse». Insomma, non è più il tempo in cui la differenza la faceva la pellicola (senza la quale non si potevano proprio presentare lavori ad alcune emittenti) e il prezzo base di partenza era di 7mila euro. «Fino a 3 anni fa una major non investiva meno di 15mila euro per un video al terzo singolo – spiega Roberto Cinardi, regista in corsa al Pvi con il video dei Cesar Palace – già quest’anno ho ricevuto richieste da 3mila euro. Per ciò si lavora meglio con gli indipendenti: si adattano meglio». Salvo i casi in cui, come spiega Liggeri «gli indipendenti fanno a gara a chi è più radicale e più figo». In Italia, secondo Cinardi, il problema è anche un altro: «Solo nel nostro paese il 90% dei video sulle grandi emittenti sono di un solo regista. Stessa cosa per l’ investimento su un artista: non ci sono leggi come in Francia che spingano le etichette a puntare sugli sconosciuti».
Se la forbice del budget ha spostato la “gara” sui contenuti, è pur vero che questi contenuti devono esistere. «Certo, le idee servono sempre – dice Matteo Costantini, che si è occupato del video dei Sonhora – bisogna sì pensare un video fattibile come produzione, ma efficace». Altrimenti, concorda, è un po’ come dire che tutti sono giornalisti perché possono fare i reporter con il cellulare: «La conoscenza tecnica, il know how – spiega – servono. Con una Red si può girare un prodotto ottimo, ma devi sapere dove metterla, la telecamera». Serve passione e gusto, motivi che inducono ad occuparsi di videoclip. «Alcuni mi chiedono se sia masochista a farlo: la verità è che questo formato dà libertà». Che poi è quasi sinonimo di indipendenza.