Non sono migliore di te (anzi sì)
Accarezzavi. Mi.
Beh sì questo me lo ricordo. Dicevi (mi) che ispiravo (ti). Sì sì, ti ispiravo.
Come? No no, dicevi (mi) che non era proprio nelle tue corde. Che boh, io sì e chissà chi no, per intendersi.
Immagino, per altro, che per uno come te sia già tanta la concessione di restarci, nel letto. Dopo. Dopo che, ecco.
E per una come me forse finirci sapendo già come sarebbe finita. Prima. Prima che, ecco.
In effetti pareva abbastanza naturale, come gesto. Pareva (mi), almeno. Un riempi-tempo, probabilmente – perché sempre più facile accarezzare che parlare. Dopo. Dopo che, ecco. Non pareva (mi), ma non si sa mica mai. E infatti mica sapevo.
Volevo(ti), prima. Prima che, ecco. Ma prima ancora, ancora prima, e soprattutto prima di ancora, avevo capito. Avevo(ti) capito. Beh sì, questo me lo ricordo. Prima che scrivessi a tutti, prima che ti urtasse la parola “stronzo” (che invece, a saperlo, ci (ti) stava un amore addosso), prima che il rosso diventasse un colore invadente, prima che avessi paura di chiedere. Prima della freddezza con cui ascoltavi (mi).
Accarezzavi. Mi. Ma quella mattina, mentre tu eri già in doccia a lavare via la voglia, ad accarezzarmi sono stata io. E non erano carezze del dopo. E’ che il prima non era stato abbastanza soddisfacente.
hai capito la Diletta: “Accarezzavi. Mi. Ma quella mattina, mentre tu eri già in doccia a lavare via la voglia, ad accarezzarmi sono stata io. E non erano carezze del dopo. E’ che il prima non era stato abbastanza soddisfacente.”
Della serie, lascia stare, faccio da sola. :-)
No, della serie: visto che non ti curi, che tu sei già a lavar via la voglia, e a lavar via me, sappi che c’era ancora altro da fare. E che faccio io, e meglio.