Dimmi chi tagghi e ti dirò chi sei: il linguaggio web nella vita reale (DNews 15/09/09)

Diletta Parlangeli>Roma

«Non dirmi che mi hai taggato o mi pentirò di averti addato». Puristi alla lettura, state calmi. Sono termini che sarà facile sentire non solo tra coloro che usano internet e tutte le sue propaggini compulsivamente, ma anche tra chi fa uso di social network con una certa disinvoltura. Se prima si è discusso delle ingerenze dell’inglese (dal brunch al coffe break in poi), e poi delle abbreviazioni della scrittura via sms (xké, tvb, cmq etc), ora è il caso di osservare il web. Ogni community che si rispetti ha i propri termini identificativi, che in un batter d’occhio si inseriscono nella lingua scritta e, va da sé, parlata. Alcuni diventano quasi dei codici, altri parole chiave riconosciute da chiunque sia abituato alla comunicazione mediata da computer (Cmc). Vera Gheno, ricercatrice presso l’Accademia della Crusca e docente all’Università degli studi di Firenze, osserva e studia il linguaggio online già dagli albori. Adesso la rete non è roba per pochi e ha reso alcuni modi di dire alla portata di tutti: «Pensiamo a quanta gente ha oggi l’email  -spiega la Gheno – e quindi usa normalmente una terminologia collegata alla posta elettronica, tipo “ti metto in cc” o “non mi spammare”». Solo qualche esempio che si inserisce in un sistema di comunicazione più articolato, che mette radici nell’inglese per poi essere “tradotto”. La Gheno affronta il tema approfonditamente nel suo “Il lessico dei newsgroup: varietà di lingua a confronto”. Si usa il termine ban, per indicare l’espulsione di un soggetto da un gruppo di discussione (e da lì: “Ma chi, quello? Lo abbiamo bannato mesi fa”), fake – un falso – per indicare chi si appropria dell’identità online di un altro utente. Parenti stretti di una bella litigata nella vita reale sono invece il flame scambio acceso di commenti offensivi, e il troll, utente che disturba con il suo atteggiamento l’interazione nel gruppo. Storiche presenze che gravitano in chatline e affini sono gli acronimi Afaik ‘as far as I know’, Lol ‘laughing out loud’, Rotfl ‘rolling on the floor laughing’, o Thx ‘thanks’. Inutile dire che “lol” (ridere di gusto), si senta dire anche nelle conversazioni dal vivo tra persone, e che è stato facilmente sostituito con lo pseudo italiano “lollare”. Ovviamente, paese dei balocchi di questa tendenza, resta il social network per eccellenza (quanto meno per diffusione), Facebook. Otre a regalare verbi come addare (da add, aggiungere agli “amici”) e taggare (in questo caso inserire il nome di una persona in una foto e renderlo riconducibile ad un profilo), crea nuovi modi di interagire. Come spiega Giovanni Boccia Artieri, presidente del corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università “Carlo Bo” di Urbino si creano anche «nuovi modi di mettersi in relazione: basta pensare al poke, o all’invito a condividere un’applicazione, offrire da bere virtualmente». «Nel linguaggio quotidiano i verbi taggare o sharare (condividere, ndr) sono entrati tra i giovani – prosegue – mentre Msn continua a influenzare tantissimo il linguaggio scritto».

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