Goodbye, Berlin!

Berlino. Strana, va detto. Lontana da ogni aspettativa ottica che ci si possa (o almeno io potessi, prima di vederla) immaginare. Non un angolo lontanamente somigliante ad un altro, non un quartiere in linea con gli altri. La storia lì pesa, ad ogni passo, ad ogni fila doppia di ciottoli che incontri camminando dove una volta passava il muro: “Berliner mauer, 1961-1989”. Solo vent’anni fa. E si sente.

Vademecum del viaggiante berlinese.
1) Sì, Berlin è una città organizzata, non c’è che dire. Insomma, so’ tedeschi. Però tutte le frasi pre partenza del tipo “Vai tranquilla, lì la metro è facilissima da usare”, hanno trovato parziale smentita nella pratica. Innanzitutto, la cartina della Deutsche Bahn, ha più incastri di un puzzle. Regolare, efficiente, puntuale. Prende pure il telefono là sotto, che mi sembra una svolta notevole nell’esistenza geek (ma sai quante mail-chat-sms-chiamate puoi fare mentre stai andando da una parte all’altra della città?). Però va detto che per capire gli snodi, la stazioni di cambio, dove finisce una U Bahn (underground) e dove inizia la S Bahn (sopra il ground), all’inizio bisogna aver seguito almeno un corso di comunicazione strategica, di guerra. Io, infatti, mi sono messa nelle mani della Sore che si è trovata nei panni della signorina Tom Tom: indicava stazione di arrivo, stazione di cambio, numero di fermate e tipologia di treno. Io al massimo ho imparato i nomi delle direzioni/capolinea. Domande base: “Sore quale si prende? E dove scendiamo? E quante fermate sono?” [poveretta, non mi ha nemmeno mai mandato a quel paese].

2) Se s’intende girare la città a piedi, non munirsi di Converse All Star (le amo, ma che dolore alla lunga), né di Birkenstock che non siano già state preventivamente rodate e sfondate. Si rischia un principio di tallonite che porterà ad attaccarsi al braccio dell’amica compagna di viaggio e di zoppicare per tutta Alexander Platz in cerca di un autobus notturno (a proposito di organizzazione, a ‘na certa, tipo l’una, la U Bahn ve saluta e ve ringrazia).

3) Non comprare mai l’acqua in posti che non siano dei supermercati (sotto Potsdamer Platz ce n’è uno all’interno di un centro commerciale sotterraneo, a chi interessasse): si paga mezzo litro dai 2 ai 3 euro, e non è bello. Al market, 55 cent. E sì, la mettono anche in quei cartoncini di pseudo alluminio che pare latte.

4) Avere l’albergo (o quel che sia, il nostro era più somigliante ad un edificio della Germania dell’est preso a picconate e bombe a mano) nella Mitte – vedi zona porta di Brandeburgo, Unter den Linden e Potsdamer Platz – non conviene. Di giorno hai a portata di mano punti notevoli di interesse, ma la sera puoi anche salire sulla cupola del Reichstag e poi buttarti di sotto.In compenso, la mattina si può  far colazione alla Starbucks, che in effetti merita.

5) Occhio al Curry Wurst: è uno spezzatino di wurstel (o biustel, per dirla alla Verdone) in salsa di ketchup con sopra il curry. Buono, ma i tempi per la digestione sono ancora in fase di studio. Al massimo piazzateci sopra una bella birra, che tanto costa meno dell’acqua.

6) Fingetevi stranieri. Considerando che stando all’estero lo sareste già, inventatevi un’altra identità. Rispolverate quell’inglese dimenticato, imparate il polacco, l’armeno, tutto, ma non l’italiano. E’ tempestato di connazionali ovunque. E potrebbe capitarvi di essere placcati dal turista medio compatriota che viene al tavolo mentre fate colazione, vi vomita addosso 3 minuti di disgrazie all’estero con alberghi sporchi, prenotazioni saltate, patenti ritirate e così via, e poi sparire.

7) Nelle guide c’è scritto, ma io non lo sapevo: a Berlin c’è il museo della Fotografia Helmut Newton. Ne vale la pena. E’ nella zona dello Zoo (le ragazze non ci sono, inutile cercarle).

8) Lo Stasi Museum è una tappa obbligatoria. Ci hanno consigliato anche le prigioni ma nel tour de force con un museo e mezzo di media al giorno e due quartieri diversi nello stesso dì, non ce l’abbiamo proprio fatta. Ma il museo merita. Ci si rende conto del livello di fobia da “sovversione” che si era creato e di quanto in quegli anni i servizi della Ddr avessero fatto di ogni cittadino una spia, portando le persone a dubitare di amici, mogli, mariti e parenti di varia specie.

9) Quartieri molto easy e very cool sono Kreuzberg e Sheunenviertel (con maggiore predilezione per il secondo). Strade con bar, negozi carini, atmosfera a tratti anarchica. A Scheunenviertel potrebbe capitarvi di essere fermati da tale Hans. Olandese, 45 anni ad occhio, canotta bianca, bretelle nere su suddetta canotta, pantaloni e cappello nero e calzini a scacchi rigorosamente bianchi e neri. Potrebbe fare degli schizzi a penna sul suo blocco bianco e poi attaccare discorso. Vi dirà che si vedeva che eravate italiane, e che vi immaginava con una mandria di dieci figli. “You’ll be a good mother, I’m sure”. Vallo a capire. Ad ogni modo, vi saprà dire tutto, ma tutto, su Berlino. Vi porterà in giro per il quartiere, vi farà entrare in quello che sembra un androne per farvi vedere le case rimaste nelle stesse condizioni dalla caduta del muro, e poi, dopo avervi fatto scarpinare, portrebbe sparire ad un incrocio, dopo aver dato le ultime indicazioni.

10) Non chiedere informazioni alle cameriere che stanno rimettendo a posto il bar ad Alexander Platz. Hanno una gentilezza che in confronto la Stasi era roba da asilo d’infanzia.

11) Se non siete portati per il punto 6, non vi sforzate di affrontare conversazioni in tedesco. La mia amica ha ripetuto lo stesso periodo per due volte a due diversi soggetti, con notevole sforzo da parlata in lingua straniera. Quando il secondo ha mostrato mimica facciale da comprensione, io ho sospirato “Ovvìa, ce l’abbiamo fatta!”, per poi sentirci rispondere: “Ah, ma potevate parlare italiano eh!”. Ehm. Succede che ci siano tedeschi che vanno per un po’ a Trieste (?) e tornino parlando l’italiano meglio di noi.

12)Attenzione al Kaese (leggi formaggio). Questi, se non state attenti, ve lo inifilanoanche  nel caffé. Sono capaci di fonderlo e cospargerci un piatto con una cupola di rodeo (le patatine).

13) La Gemaelde Galerie va vista, ma siate pronti: almeno 2 ore e un quarto di museo, con pittura tedesca del XIII e XIV secolo, poi i fiamminghi, e giù fino al XVIII secolo. C’è uno splendido Caravaggio (Amor Vincit Omnia), Rembrandt e Vermeer (Donna con collana di perle). Una perla è l’opera di Pieter Bruegel sui cento proverbi una sorta di mega vignetta ante litteram.
14) Juedisches Museum. Altro luogo da vedere. Vale la pena solo per la struttura di Libeskind, ed il percorso espositivo è articolato benissimo (c’è anche una sezione fotografica di artisti della Magnum, e per interderci ci sono scatti di Robert Capa).
15) Al museo del Check Point Charlie si sta pigiati come sardine e fa un caldo atroce. Ma non ci si può non andare, un po’ come all’East Side Gallery, museo a cielo aperto dell’1.3 km di muro rimasto intatto (e con splendidi graffiti).
15) Fatevi tentare dall’esperienza del tour turistico sugli autobus a due piani (son 15 euro, e se avete faccia da studenti, si passa a 12): sembra il giretto del turista medio, e invece è un ottimo inizio che permette poi di orientarsi visivamente nella città i giorni successivi. E aspettate il bus giusto, perché esistono le guide in italiano (leggi: non fate come me che mi son sorbita la versione tedesco/inglese).
16) Attenzione massima ai ciclisti: sono più veloci di un centauro incazzato e se sei sulla loro pista ciclabile, sei visibile quanto un vampiro a mezzo giorno. Non gliene frega niente, ti arriverebbero addosso tranquillamente se la tua amica non ti strattonasse via per tempo dalla (nemmeno troppo) sottile linea rossa. In certi casi ti può salvare anche il bigliettaio del suddetto bus a due piani mentre scendi, e per farlo in velocità potrebbe non osservare bene dove mette le mani.
Per il resto le solite regole base: niente caramelle dagli sconosciuti, la gente si ubriaca e si droga, il mondo è pericoloso e pieno di matti. Ma Berlino va vista.

viaggio

  • http://www.smeerch.it Smeerch

    “quei cartoncini di pseudo alluminio che pare latte” sarebbero i tetrapak? :)
    Ottimo sunto. Indicazioni utilissime. Lettura gradevole. :)

  • Diletta

    grazie smeerch :) sì, erano i tetrapak, ma vuoi mettere tutto quel giro di parole? :P

  • fabio

    che citta’ di merda….dal tuo racconto mi e’ venuto mal di stomaco solo a pensarci…dovresti sentire quante “belle” parole hanno da dire i tedeschi riguardo gli italiani…persino qui…MAH…che culo che NON SON TEDESCO!

  • http://www.mucio.net/category/scostume/lorso-jeff/ l’orso Jeff

    Potrebbe anche essere vero, Fabio, ma non è che tu ti stai dimostrando migliore di loro.

  • fabio

    forse hai ragione ma non e’ che me ne importi piu di tanto…questa genta a distanza di 70 anni ha ancora il corraggio di chiamarci traditori!!!!credimi..non sto scherzando,non ho mai nutrito troppa simpatia per loro ma da piu di due anni che mi trovo qui,(new york)ed ho constatato che non perdono mai l’occassione di infamarci…provare per credere…

  • tomas

    é davvero interessante prendere coscienza di come ogni individuo in viaggio abbia un personalissimo impatto nel descrivere ciò che di quel viaggio lo travolge…io ho attraversato Berlino circa 4 anni fa in moto,ela mia impressione di un luogo in pieno fermento mi ha colpito molto,il suo frastagliato profilo architettonico, denso di modernità e lacerazioni,i colori sfumati ma come filtrati dal un impercettibile stato non so come di “tempo”, la gente cordiale ma non molto socievole ed in questo non c’è giudizio ma solo un modo di essere legittimo,il notare come la creatività dei tedeschi sia come frenata dal loro raziocinio direi ingegneristico… una contraddizione che spesso amano sciogliere in una infinita bevuta! che dire ritrovo le tue osservazioni ma molte non le posso commentare perchè ci sono solo stato tre giorni dormendo in piazza e comunque per dare uno spunto riflessivo a Fabio spesso il nostro modo di porci agli altri determina la loro risposta,io non ho avuto la sua stessa impressione, spero sia piu morbido nel considerare le altre culture considerando sempre che le teste di c… ci sono anche da noi. e come! grazie diletta per questa tua testimonianza che diventa parte del mio viaggio infinito tomas